Kenji – Io e Tyrel alle giostre

 

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Di Kenji, che ogni due mesi posta le sue poesie nella Vetrina del Club dei Poeti, so il nick e che dovrebbe essere un laureando in Letteratura italiana dell’Università di Napoli.
Ha un modo di esprimersi in poesia del tutto originale e non si fa tentare dalle poetiche ermetiche o post-moderniste in voga nel Club. Il suo dire è semplice e prosastico, tanto che le opere meno riuscite assomigliano più alle pagine di diario di un adolescente sensibile piuttosto che a quelle di un artista. Tuttavia anche nei suoi testi meno riusciti, si trova sempre un po’ di quella polverina dorata che è la vera poesia.
Quella che, con gran piacere, copio-incollo qua sotto è l’ultima poesia che ha postato nel Club e, per me, la migliore che abbia scritto. Già durante la  prima lettura sono stata “toccata”dalla sua verità, intensità e bellezza.

 

IO E TYREL ALLE GIOSTRE

che proprio quando stavamo per sboccare
dai tentacoli di una piovra verde
di quelle che ti sballottano su e giù vorticando

e ridevamo perché non potevamo mai aspettarci
che il mostro di metallo vorticasse tanto
e ridevamo tanto da ingoiarci il fiato
e col fiato, mandavamo giù i cavatielli e l’arrosto
e il vino scendeva e risaliva
e si rigustava in gola più aspro
e giravamo veloci, come mai non accadde
veloce ed aspro, veloci e in gola
come la nostalgia, la solitudine
come la morte
come la vita che… ricordi?
da quei seggiolini scricchiolanti
tendevamo le mani avanti
cercando di afferrarla

ma lei scappava e non si voltava
di colpo si fece seria
non ci avrebbe mai concesso
un appuntamento
con Wonder, con Valeria
lei scappava
e non ci avrebbe reiscritti al liceo

che proprio mentre ridevamo alle lacrime
che proprio mentre stavamo per sboccare
Tyrel mi disse con le stesse lacrime
interrompendo il mondo

“andrè, voglio morire”

“non puoi lasciarmi solo,
s’adda cumbatte!”

e per quell’attimo soltanto
fummo noi a fissarci sospesi nell’etere
e fu il mondo, la giostra, l’universo
a ruotarci intorno
tanto forte, tanto bello
da rimescolarci alla vita

 

di KENJI del Club dei Poeti

N. 10 – Resistere

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In questa situazione caotica, i poeti motivati, che operano con “devozione”, non si fanno scoraggiare, vivono il loro compito come un dovere e resistono.
Renzo Paris, romanziere e poeta contemporaneo, alla domanda “quale ruolo ha la poesia oggi?” Risponde:
“Il ruolo sociale certo no, la gente non legge poesia, molti la scrivono, ma pochissimi la leggono. Dal punto di vista simbolico dovrebbe avercene tanto di ruolo, anche perché la poesia è il concentrato della Bellezza di cui tutti hanno bisogno.”
Il giovane poeta Alessandro Rivoli, alla domanda “La poesia è morta?” non ha dubbi:
“La Poesia esisterà sempre perché è sete di verità e di conoscenza. Ogni uomo è alla continua ricerca della vita autentica. Sempre. Quelle persone dalla sensibilità sovraesposta che chiamiamo poeti hanno cercato di rispondere alle domande frontali della vita… Prendendo spunto da un’immagine di Italo Calvino, credo che esisteranno sempre persone intente a cercare di “versare il mare in un imbuto”, ossia, a far filtrare tutta la realtà di cui sono circondati nell’arco di una manciata di versi”.
Cees Nooteboom, poeta Olandese, candidato al Nobel, sostiene in un articolo che c’è bisogno di poeti “In questo momento storico le persone si sentono sole. E la poesia va altre le vite di ciascuno, trasporta in un luogo che sta più in alto della quotidianità. Compie questo strano miracolo per cui parte da un punto molto personale e arriva all’universale. Di questo si sente il bisogno, in un tempo di smarrimento come quello che viviamo.”
Quali tentativi possiamo mettere in atto per riattivare la comunicazione tra poeti e lettori?
“Oggi si scrive poesia con leggerezza, osserva Gabriella Bertizzolo, come si scrive un sms, mentre la vera poesia esige un profondo esame di coscienza”,
“ è sufficiente scorrerne alcune pagine per saggiarne l’inconsistenza e, nel migliore dei casi “l’ingenuità”, ritenendo eufemisticamente tale la povertà di strumenti espressivi, afferma Elio Pecora

Compito del poeta è, dunque, offrire una poesia ben selezionata e rilevante.
Passato l’esaltante momento poietico occorre valutare il materiale, imparare a selezionarlo e a lavorarlo per renderlo “poco e ottimo”, prima di consegnarlo a un pubblico.
Illuminante è a questo proposito l’argomentazione di Pasquale Martiniello (Mirabella Eclano 1928-2010)
“… Il linguaggio dev’essere costruito da ogni poeta ed essere ambiguo e polisemico, ardito nelle figure. Perciò è poeta chi sa creare immagini nuove e vive; sa dare alle parole dinamicità, forza e peso e rendere l’atto poetico una creatura fisica, concreta, che respira, parla e coinvolge a scoprire relazioni più impensate tra le cose e gli oggetti più distanti e estranei…”
E’ necessario altresì che le Istituzioni politiche s’impegnino a fare cultura seria e non di mero consumo. Le scuole, la televisione, la radio devono necessariamente dare più spazio all’Arte che educa.

E’ importante pure che ogni singolo cittadino, che ci crede, presti il suo impegno gratuito in Associazioni culturali che hanno lo scopo di offrire occasioni di condivisione culturale.

***
Ciò detto non c’è molto altro da fare, Il poeta vero resterà come una sentinella a “interpretare” il mondo, a raccontarlo, a imbalsamare un quadro di civiltà.
Il poeta spera comunque e a oltranza che qualcuno lo ascolti. Sono d’accordo con Farough Farrokazad quando afferma:

La poesia è, per me, una finestra… So che al di là di questa finestra c’è uno spazio e una persona che ascolta, una persona che potrebbe vivere fra duecento anni oppure essere vissuta trecento anni fa, non importa. E’ un mezzo per collegarsi al mondo dell’essere e all’esistenza nel senso più ampio.”

Perciò mi piace salutarvi con questa sollecitazione: appena potete, leggete poesia, selezionate, scegliete gli autori che vi parlano, parlate con loro.
Facciamo tutti insieme in modo che “Su canto asciende a más profundo” La parola del poeta “ascenda alla profondità.”

I poeti

Non invidiate i poeti
palombari degli abissi
astronauti dei cieli
quando i loro occhi
vi trapassano e sembrano altrove;
quando vagano lievi a mezz’aria
sulle faccende faticose del mondo
Non sapete delle pietre pesanti
che si trascinano dentro
degli inferni da cui spremono musica
del loro diavolo in testa
del cuore che pulsa impazzito
fuori tempo

Non deridete i poeti
se li vedete arrancare
su speranze improbabili
progetti impossibili
mancare insicuri risposte sensate
non sapere mai che ore sono
faticare a atterrare;
se li vedete sbandare e come funamboli
mantenersi col piede nel vuoto
Non sapete che spesso precipitano
non visti si abbracciano in posizione fetale
a scontare da soli anche il vostro dolore

Amate i poeti
questi Vecchi Bambini
che setacciano intenti gli umori del mondo
che nella carne e nel sangue esaltati
si rovesciano audaci
a ricomporre i frantumi delle vostre speranze
che da chimici esperti
maneggiano parole urticanti
trasformando l’oscuro in brillante

e vi visitano quando dormite
e vi baciano in fronte se siete soli (Franca canapini da Viaggio nella poesia – 2014)

 

n. 9 – Troppi poeti, pochi lettori

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Abbiamo visto che, oggi, tantissimi sono i poeti, eterogenee le tematiche e le modalità espressive adottate.
Abbiamo anche visto che, se fruita, la poesia può diventare:

educazione emotiva, permettendoci di assumere consapevolezza delle nostre dinamiche psichiche e, in certi fortunati casi, può anche illuminarci con poche parole sulla nostra essenza umana.
Solo per fare un esempio:
“Io che ero presso al tuo cuore, ne fui scacciato/ perdendo la bellezza nel terrore/
Il terrore nella ricerca…” Thomas Stern Eliot – Gerontion – Pochi versi che esprimono la cifra più importante dell’esistenza umana, volta alla differenziazione dolorosa dallo stato paradisiaco dell’inizio e in continua tensione al ricongiungimento (con la madre-con un patner-con Dio), attraverso la ricerca di conoscenza.

Educazione al pensiero critico

Guida a diventare esseri umani migliori – più umani o OLTREUMANI.

Invece

quello che manca davvero alla poesia attuale è chi la legga

tanto che Alfonso Belardinelli (critico letterario e saggista) in un articolo sul Foglio dell’agosto 2015, per denunciare e discutere il fenomeno, ha immaginato una scena surreale: un lettore inseguito da 20 poeti che esigono la lettura delle loro opere.

Nelle più importanti librerie italiane, notiamo che lo spazio riservato alla poesia è davvero esiguo.

Non è azzardato dire che oggi leggono poesia gli scrittori di poesia, gli organizzatori di manifestazioni e concorsi, i ragazzi costretti a scuola e qualche anima appassionata.

Manca la disposizione all’ascolto.

I motivi li abbiamo già scandagliati:

siamo la civiltà dell’immagine, abituati a un messaggio semplice e diretto e quindi poco disponibili a immergerci nel pensiero scritto e nella riflessione.
“La società dello spettacolo, la civiltà di massa, la globalizzazione, stanno portando a un immobilismo delle coscienze, delle individualità, delle vite. È indubbio che, in una situazione del genere, il ruolo che può svolgere la poesia, come esperienza intellettuale e come scandaglio emotivo e psichico, diventa più arduo”( Stefano Giovanardi, critico letterario )

B –Siamo la civiltà del consumo veloce e la poesia si consuma lentamente. Tanto che verrebbe da pensare che “la poesia non sia per tutti”; forse appartiene all’arte alta, aristocratica “La poesia e la filosofia sono i Giuochi più raffinati” ,ebbe a dirmi il critico Neuro Bonifazi.

C – Il romanzo ( ma anche il film e il documentario) possono aver soppiantato la poesia nella sua funzione di denuncia dei problemi sociali.

D – Non c’è da parte delle Istituzioni nazionali e dei mass media una tensione a elevare spiritualmente la cittadinanza, aprendo canali di comunicazione come potrebbero essere iniziative volte a rendere “visibile” la poesia e a restituirle la dignità culturale che merita.

E- E’ in crisi anche il critico letterario che un tempo svolgeva il ruolo di opinion leader. “Non sono più i grandi maestri (grandi storici della letteratura, grandi critici, grandi giornalisti) a indirizzare le scelte del pubblico, ma lo fanno le grandi case editrici, collegate economicamente ai quotidiani e agli altri mass media in veri e propri trust… viene privilegiato ciò che può interessare il maggior numero possibile di persone, e non sarà certo… la percezione critica della realtà, ma la sua banale trasposizione.” (Tevini)

 

N.8 – All’inizio del terzo millennio la poesia è morta?

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In questi primi anni del terzo millennio, la rivoluzione tecnologica che “patiamo” essendoci dentro senza poterne misurare le conseguenze, insieme ai numerosi avvenimenti storici, economici e sociali di tipo catastrofico, ci stanno tormentando e rendono pesante e pensierosa la nostra vita.

Siamo diventati una cittadella globale e siamo quotidianamente bombardati da notizie provenienti da tutto il Mondo in tempo reale:
la tragedia dei popoli migranti,
la rapidità con la quale mutano e si rinnovano i nuovi mezzi tecnologici,
il rischio di guerre mondiali,
il degrado inarrestabile del nostro pianeta,
la violenza tra la gente e contro i più fragili (donne, omosessuali, anziani, senzacasa)
ci richiedono un adattamento psichico non facile.
Ci dobbiamo adattare psichicamente alla VELOCITA’ e alla velocità dei cambiamenti in tutti gli spazi della nostra vita: efficienza e competizione nel lavoro, problem solving, uso di mezzi tecnologici in continua evoluzione, spostamenti fisici da una parte all’altra del mondo per necessità di lavoro o per riempire il tempo libero.

La nostra psiche, che per millenni si era adattata ai ritmi lenti e ciclici della civiltà agricola, e nel giro di 200 anni è stata sottoposta continuamente alla fatica di adattarsi ai mutamenti dei sistemi di vita e di lavoro e di relazioni, dovuti alle rivoluzioni industriale e tecnologica, non può non soffrirne.
Questa sofferenza spesso diventa conflitto interiore e nevrosi e i valori tradizionali non sembrano più credibili: l’anima è dominata dal Vuoto e dal non senso. Dominano da una parte il nichilismo dall’altra l’utilitarismo e il consumismo; l’uomo è per lo più asservito alla tecnologia.

Nel mondo globalizzato ( in questo vastissimo caos ordinato o ordine caotico) sembra che non ci sia più spazio per “ il Linguaggio dell’anima”.

In molti hanno affermato che la poesia è morta:

“Il mondo contemporaneo è certamente il più inadatto dei mondi possibili per la poesia, perché è il mondo della chiacchiera, del frastuono, dello svilimento incalzante del senso” Giancarlo Pontiggia.

“Gli uomini d’oggi sono “indirizzati verso” sono “guidati da voci che si levano dalla televisione o da qualche cartellone pubblicitario” sono “condotti in modo più o meno subdolo”.
In altre parole: quella Poesia che potrebbe migliorare il mondo, indirizzandoci verso la libertà e il pensiero critico, non viene fatta passare dai massmedia, che danno spazio solo a un genere di cultura ininfluente ai cambiamenti. (Marina Torossi Tevini, scrittrice e poetessa triestina)

Eppure, oggi come non mai, molti scrivono poesia.

Operando un’estrema sintesi, si può dire che solo per quanto riguarda l’Italia c’è un nutrito gruppo di poeti famosi o abbastanza famosi (se ne possono contare più di duecento), pubblicati dalle grande case editrici, di contro c’è una miriade di scrittori di poesia che pubblicano con piccole case editrici o postano in Internet; più o meno dal 2006 esiste pure una poesia undergraund che va diffondendosi attraverso Internet e nella quale si coagulano almeno 3 nuove correnti letterarie: Net-futurismo, Connettivismo, Loverismo. Quest’ultimi sono Avanguardie che cercano di contrastare la società consumistica e il potere istituzionale e dei massmedia, rivendicando la libertà dell’arte al di fuori di qualunque condizionamento, la comunione di intenti, il lavorare in gruppo e una visione dell’esistenza fondata sull’amore.
Si sta andando anche oltre la strettoia della lirica, si segnala un ritorno alla poesia poematica: libri che raccontano una storia o una visione del mondo o una ricerca sapienziale come se fossero romanzi in versi.

Di questo estremo bisogno di esprimersi con la poesia ne sono testimonianza i numerosi blog e siti di Internet. E’ l’individuo che si ribella all’incasellamento in una dimensione di uomo-parte e vuole esprimere la sua interezza in totale Libertà.

Se poi andiamo ad analizzare questa vastissima produzione di parole, più che di poesia, penso si possa parlare di tentativi poetici imperfetti.
Ho letto molto su siti e blog e sono rari quelli che mi hanno appassionato davvero.
Solo sporadicamente emergono alcuni casi particolari di poesia originale.
Perciò penso che, di tutto questo pullulare di poesia, in futuro resterà poco. Il/la Poeta che verrà salvato dalla letteratura e finirà nelle antologie scolastiche e nelle biblioteche, sarà, come al solito, colui/ei che avrà fatto della vita e del mondo una visione personale, assolutamente originale: l’artista grande, colui/ei che ha più fuoco, più profondità e non può mai essere assimilato/a ad alcuna corrente, caso mai ne crea.

La poesia nel suo farsi, dunque, non è morta.
Si sta spostando dai libri, dalle università e dai caffè letterari nella Rete.

 

N.7 – L’età post-moderna

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Negli anni Sessanta/Settanta assistiamo alla fine del Novecento e a un passaggio epocale che continua tuttora: all’età moderna succede l’età post-moderna, le cui caratteristiche sono quelle di una crisi economico-valoriale irreversibile.
Crisi economica iniziata con una profonda crisi energetica. Crisi culturale dominata da un senso di sconfitta e di conseguente chiusura nel privato.

I vari eventi, dopo la caduta del muro di Berlino del 1989, determinano un nuovo assetto geo-politico nell’Europa dell’Est; il Medio Oriente continua ad essere in una condizione di guerra permanente; le industrie fanno fronte alla crisi attraverso processi di tecnologizzazione del lavoro e tendono ad espellere la mano d’opera tradizionale.
Entriamo nella fase della Mondializzazione dell’economia.
Le multinazionali non interagiscono più con i singoli stati; ora pochi gruppi industriali agiscono al di fuori di ogni controllo nazionale e sovranazionale e la politica direttiva dello stato sull’economia non è più possibile.

L’informatica acquista un ruolo di primo piano non solo nella ristrutturazione industriale tradizionale, ma nel generare, con il conseguente sviluppo delle telecomunicazioni e della telematica, un nuovo tipo di produzione :

la produzione dell’informazione, sconvolgendo il modo di vivere il tempo, lo spazio e le distanze.

L’universo dei linguaggi diventa pervasivo, fino a rimpiazzare il mondo delle cose e dell’esperienza reale: E’ IL TRIONFO DEL VIRTUALE.(quasi uno spazio metafisico, perché non reale fisicamente, ma pensato)

“Meditationes n°1” di Biagio Cepollaro (del gruppo 93)

Nella terza rivoluzione industriale si fa ciò che non si pensa e anche
si è pensati da ciò che non si è fatto. Non l’antico sulfureo inferno né
il fiorito giardino di delizie assoggettando ti fa soggetto ma lo stallo
nel vuoto assoluto d’esperienza. l’evidenza ora si fa sospetta allusione
contro natura.

La crisi culturale, il trionfo virtuale, la globalizzazione sono gli elementi caratterizzanti la poesia del cosiddetto Post-modernismo di fine Novecento

Espressioni del post-modernismo:
1- Antologia I novissimi ( Giuliani, Sanguineti, Balestrini, etc.;):
Considerano il linguaggio quale luogo e strumento attraverso il quale esprimere le contraddizioni della moderna società di massa e vogliono meravigliare e provocare il pubblico con versi incomprensibili.

2- Gruppo 63 (Palermo) (Guglielmi, Barilli, Sanguineti, Leonetti, R. Di Marco, etc.,) la posizione prevalente propone il pastiche, ossia il puro montaggio linguistico, prescindendo dai contenuti e dai messaggi, come unico atto rivoluzionario possibile. Questo per denunciare il magma indifferenziato, la palus putredinis (Sanguineti), la caotica realtà contemporanea.

Sanguineti poi sapeva comporre anche belle e comprensibili poesie come questa:

“Se mi stacco da te, mi strappo tutto” di Edoardo Sanguineti

Se mi stacco da te, mi strappo tutto
Ma il mio meglio (o il mio peggio)
ti rimane attaccato, appiccicoso,
come un miele, una colla, un olio denso.
Ritorno in me, quando ritorno in te
(e mi ritrovo i pollici e i polmoni).
Tra poco atterro a Madrid:
(in coda qui all’aereo, selezionati miei connazionali,
gente d’affari, dicono numeri e numeri, mentre bevono
e fumano, eccitati, agitatamente ridendo).
Vivo ancora per te, se vivo ancora.

3- l’Antologia La parola innamorata. (1973) I poeti della parola innamorata (De Angelis e Conte tra i più importanti), riprendono l’idea della supremazia del linguaggio, sulla scia del pensiero di Cacciari e Vattimo che fondano le loro idee filosofiche sull’asse Nietzsche-Heidegger.

Ecco un esempio di questo tipo di poesia:

XII – di Giuseppe Conte
da “Canti di Yusuf Abdel Nur”, in “Giuseppe Conte, Canti d’Oriente e d’Occidente”, “Lo Specchio” Mondadori, 1997

XII
Ci siamo sempre amati come se fosse
per noi incontrarci impossibile.
Forse per questo tutto è stato tra noi vero.
Quando il sole sorge, la luna tramonta;
non possono stare insieme per un intero
giorno due fonti di luce: eppure
niente vale di più che il quasi-mistero
del loro lento, necessario inseguirsi.

4- Nel 1989 alcuni giovani (Lello Voce, Cepollaro, Baino, Frixione) fondano il Gruppo 93 con chiaro intento ironico nei confronti del Gruppo 63, proponendosi, come poi di fatto avvenne, di sciogliersi nel 93, poiché credevano che non fosse più possibile un’avanguardia. In seguito Lello Voce ha introdotto la Slam poetry in Italia.

5- Infine, Nel 94, nasce a Milano il Mitomodernismo, la cui bandiera è recuperare la forza salvifica del Mito e della Bellezza.

 

N. 6 – Il Novecento e la decadenza della funzione sociale della poesia

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Durante la seconda rivoluzione industriale si assiste alla nascita e allo sviluppo della SOCIETA’ DI MASSA e della CULTURA DI MASSA.
Per società di massa si intende quella società nella quale la maggioranza della popolazione partecipa attivamente alla produzione, alla distribuzione e al consumo dei beni, nonché alla vita politica e culturale attraverso l’uso dei mezzi di comunicazione.
L’aumento demografico, l’urbanizzazione di massa, la diffusione della scolarità, l’estendersi del diritto di voto hanno contribuito non poco allo sviluppo di questo tipo di società.
La crescita economica e l’estendersi del mercato dei consumi di massa hanno prodotto e continuano a produrre una forte omogeneizzazione di costumi, stili di vita e modelli culturali, delineando un nuovo tipo di s. di m., la società dei consumi.

Fin dalla nascita della società di massa, L’ARTE CADE DAL TRONO e diventa MERCE che non solo vale per quanto produce, ma tende anche ad essere considerata dalla classe borghese emergente come strumento di svago e divertimento; e di conseguenza si tende a banalizzarla.

Tra il poeta e la gente si apre una forbice che allargandosi sempre di più interrompe il passaggio della comunicazione.

Il poeta perde importanza, non è più vate, ossia poeta di alta e nobile ispirazione morale e civile.
Di tale perdita è testimone quasi tutta la poesia del Novecento che si ribella e si oppone ai valori della società borghese e all’omologazione della società di massa, a partire dai Decadenti francesi e italiani e dai Crepuscolari (Gozzano) che giungono ad affermare la vergogna dell’atto poetico:
Uno per tutti Aldo Palazzeschi per il quale la poesia diventa divertimento;
emblematica l’ultima strofa di E lasciatemi divertire

…“Infine,
io ho pienamente ragione,
i tempi son cambiati,
gli uomini non domandano più nulla
dai poeti:
e lasciatemi divertire!”

Ma anche tutte le espressioni raccolte nelle varie correnti poetiche del Futurismo, Modernismo, Espressionismo, Surrealismo, Ermetismo  si ribellano in vario modo ai valori della società borghese.
In tutti si evidenzia un tema specifico del Novecento: “il disagio della civiltà”,  e cioè l’inquietudine, l’alienazione e il malessere che comportano la vita nelle grandi metropoli, la meccanizzazione, il trionfo della burocrazia.

Dopo la seconda guerra mondiale, con l’irruzione delle masse nella storia avvenuta con la lotta della Resistenza, la nascita dei grandi partiti e lo sviluppo dei sindacati, l’impegno degli intellettuali (sulla scia del pensiero di Gramsci e Gobetti) diventa quasi un obbligo. Nasce il Neorealismo, sinonimo di denuncia, di realtà: ne restano a testimonianza Giorno per giorno di Quasimodo, molta poesia di Montale e Le Ceneri di Gramsci di Pasolini.
Quest’ultimo impegna tutta la sua opera creativa nella denuncia dei mali sociali e soprattutto dell’addomesticamento delle coscienze tramite l’omologazione, giungendo ad affermare paradossalmente (e profeticamente) che la nuova società dei consumi riesce ad asservire le coscienze degli italiani e a omologarle (uniformarsi alle tendenze dominanti), facendoci perdere le particolarità culturali, più del Fascismo.

***
La decadenza dell’importanza della poesia la possiamo cogliere nei discorsi dei NOSTRI POETI PREMI NOBEL a Stoccolma.

1906 : GIOSUE’ CARDUCCI – E’ ancora considerato poeta vate (profeta, guida spirituale, maestro)
Nel 1907 Il barone de Bildet, ambasciatore svedese in Italia, consegna a Giosuè Carducci il Nobel per la Letteratura, assegnato alcuni giorni prima a Stoccolma. Il premio viene portato personalmente a casa Carducci: l’anziano poeta è infatti costretto a letto, oramai gravemente infermo.
“Il grande vecchio è stato, oltre che un poeta e un letterato, una guida e un maestro per gli italiani; è riuscito a dare a tutta una generazione la sua impronta, un suggello spirituale austero ed eroico, a cui nessuno ha potuto sottrarsi. L’esempio della sua persona ha acquistato un valore storico”. (Renato Serra)

1959: SALVATORE QUASIMODO (La solitudine del poeta e il potere eversivo della poesia)

“Lunga è la notte che non trova mai giorno”: partendo da una citazione dal Macbeth di Shakespeare, con la quale intende esprimere come il percorso dalla creazione poetica alla sua ricaduta tra la gente sia lunghissimo e quasi non abbia fine, ripercorre la storia della sua poetica e della solitudine del poeta. Infatti a differenza del narratore che consuma personaggi, il poeta “nella sua oscura sfera, con infiniti oggetti” è solo, benché “la sua maggiore domanda sia quella di parlare a molti uomini, di aggiungersi ad essi con alcune armonie sulla verità delle cose o della mente”.

Nella sua” lunga notte”, rivendica il merito di avere tradotto I Lirici greci, traduzione che ha segnato l’inizio di una vera lettura dei classici in tutta Europa.

Pone anche l’accento sulle figure contrapposte del poeta e del politico. Il politico ( e con questo termine indica anche il religioso) non ha mai lasciato libero il poeta, lo ha usato, blandito, esiliato, ucciso proprio perché il poeta parla dell’uomo e della libertà assoluta; le due figure sono inconciliabili, possono trovarsi in accordo solo in quei momenti storici in cui si tenta di cambiare l’ordinamento di uno stato.
Il suo discorso si conclude con una critica serrata alla “cultura di massa”, intesa come quella che è distribuita dall’alto del potere e non nata dalla reale esperienza dei diversi gruppi umani (cultura popolare).
“La degradazione del concetto di cultura operata sulle masse, che credono così di affacciarsi ai paradisi del sapere, non è un fattore politico moderno, ma nuova e più rapida è la tecnica per la dispersione multipla degli interessi meditativi dell’uomo”

1975: EUGENIO MONTALE ( mette in dubbio la sopravvivenza della poesia)

Eugenio Montale, nel discorso tenuto a Stoccolma, affronta il tema della sopravvivenza della poesia nella società della comunicazione di massa.
Lamenta che nel Novecento le arti stanno democratizzandosi nel senso peggiore della parola, perché anche l’arte è divenuta un prodotto di consumo da usare e gettar via.
“In tale paesaggio di esibizionismo isterico quale può essere il posto della più discreta delle arti, la poesia? che è “opera, frutto di solitudine e accumulazione”. Ed è contro la poesia futurista, dada, surrealista che lancia una velata accusa di vuotezza e impermanenza quando afferma “Le parole schizzano in tutte le direzioni come per l’esplosione di una granata, non esiste un vero significato, ma un terremoto verbale con molti epicentri. La decifrazione non è necessaria, in molti casi può soccorrere l’aiuto di uno psicanalista; e nei paesi totalitari la poesia viene urlata in piazza davanti a una folla entusiasta”.
Ne deduce che esistono almeno due tipi di poesia, una di consumo immediato, l’altra “dormiente” che forse un giorno si risveglierà se ne avrà la forza.

N.5 – La poesia nel mondo occidentale

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(breve excursus tratto da un articolo pubblicato nel 2006 da Rosa Elisa Giangoia )

Oggi la poesia è essenzialmente espressione di emozioni e di sentimenti, cioè lirica.
Alle origini si distingueva dalla prosa per essere un testo organizzato secondo precise unità ritmiche che rendevano il testo, in origine destinato alla recitazione e non alla lettura individuale, di forte impatto comunicativo.
Con la poesia si dicevano le cose importanti, in primo luogo le preghiere, testi volti a trascendere la sfera dell’umano, come gli Inni omerici, le formule religiose e le preghiere della Roma arcaica.
La poesia, alle origini della nostra tradizione mediterranea, si è imposta come la forma letteraria del narrare epico, narrazione di storie che contenevano i modelli dei valori di una società e di una civiltà, con il fine di comunicarli, farli conoscere per educare gli individui conformando su di essi gli animi degli uomini ( coraggio, eroismo, fedeltà negli affetti familiari e amicali, di ingegnosità e sagacia, perseveranza e tenacia sono alla base della nostra tradizione di vita associata).
Esiodo l’ha usata per esaltare il lavoro dell’uomo.
In poesia si è espressa la filosofia a partire da Talete, fino a Platone .
Con la poesia si è espressa la riflessione dei tragici greci sulle grandi tematiche del male e del bene, nonché i sentimenti e le emozioni più sofferte dell’animo umano, ad iniziare da Alceo e Saffo.

Un’aura di sacralità ALONAVA la figura del poeta, al quale era dovuto un rispetto particolare, in quanto depositario di una facoltà divina e strumento di rivelazione agli uomini di verità superiori e assolute che orientavano, secondo obiettivi umanamente positivi, la vita dell’uomo nella storia.

Nel mondo latino l’importanza sociale della poesia è sancito da due testi di alto valore e di grande interesse : l’orazione “Pro Archia” di Cicerone e l’”Ars poetica” di Orazio.

Come i Greci, anche Cicerone ritiene sacra la figura del poeta perché “è la poesia che ha permesso che non andasse perduto il ricordo di grandi azioni, e questo è elemento di rilievo perché è diventato incentivo per compiere nuove gloriose imprese”.

Orazio si sofferma sulla tecnica poetica. Sostiene che l’opera poetica, per essere bella, deve presentare organicità d’insieme e armonia delle parti, risultare commovente e avere il potere di trascinare dove vuole l’attenzione degli uditori.
Pone la prescrizione della callida… inctura, cioè di ACCORTA COLLOCAZIONE DELLE PAROLE, che sappia rendere nuovo un vocabolo comune. Impone come fondamentale il labor limae, cioè l’intenso e accurato lavoro di rielaborazione formale.

***

Il valore della poesia avrà in seguito grande sviluppo nell’Umanesimo, a partire da Francesco Petrarca, e sarà ribadito con vigore fino ai primi dell’Ottocento, ovvero fino a Ugo Foscolo che vede nella poesia la sua illusione più bella e le consegna il ruolo di conservare la memoria dei popoli. La poesia eterna il ricordo dei grandi spiriti, ne consente l’attuazione degli ideali e guida la civiltà umana attraverso le sue dolorose conquiste.

“… E tu onore di pianto Ettore avrai
Ove sia santo e lacrimato il sangue
Per la patria versato e finché il sole
Risplenderà sulle sciagure umane” Ugo Foscolo. Da “I sepolcri”

Dopodiché, a partire dal Decadentismo, il ruolo e la funzione della poesia verranno restringendosi ad un ambito sempre più privato.

Comincia la decadenza del ruolo sociale della Poesia.

N.4 – Chi è il poeta?

 

sisifo21Il poeta è stato variamente definito come Prometeo- Sisifo- profeta – folle –fanciullo- saltimbanco- giullare- fingitore…

“Il poeta è un fingitore.
Finge così completamente
che arriva a fingere che è dolore
il dolore che davvero sente…” Fernando Pessoa

LETTERA DEL VEGGENTE
a Paul Demeny, di Arthur Rimbaud -Charleville, 15 maggio 1871 (AVEVA 17 ANNI!)

“Io dico che bisogna essere veggente, farsi veggente. (guardare il mondo con lenti di ingrandimento cioè con il sesto senso). Il Poeta si fa attraverso un lungo, immenso e ragionato sregolamento di tutti i sensi. Tutte le forme d’amore, di sofferenza, di follia; egli cerca se stesso, esaurisce in sé tutti i veleni, per non serbarne che la quintessenza.  Ineffabile tortura in cui ha bisogno di tutta la fede, di tutta la forza sovrumana, nella quale diventa fra tutti il grande malato, il grande criminale, il grande maledetto, – e il sommo Sapiente! – Poiché giunge all’ignoto! …” “Quando sarà spezzata l’infinita schiavitù della donna, quando ella vivrà per sé e grazie a sé, poiché l’uomo – finora abominevole, – le avrà reso il suo congedo, sarà poeta, anche lei! La donna troverà dell’ignoto! I suoi mondi d’idee differiranno dai nostri? – Troverà cose strane, insondabili, ripugnanti, deliziose; noi le prenderemo, noi le comprenderemo.”…

Quasi centocinquanta anni dopo le affermazioni di Rimbaud, il filosofo e psicanalista Umberto Galimberti ci riconferma le sue parole:
per Galimberti l’artista in generale e il poeta in particolare
“è colui che sa uscire dal recinto protetto della ragione per accedere a quell’abisso che è la follia che ci abita. .. per usare la propria follia come uno strumento che consente di catturare quello sfondo irrazionale da cui l’umanità ha cercato di difendersi e di emanciparsi attraverso i riti, le religioni, e infine attraverso la ragione che, come un giorno lucido e senza ombre, prova a difenderci da quella luce nera e così poco rassicurante che sono le tenebre dell’insensatezza, sempre in agguato, nelle quali in ogni momento possiamo precipitare.”

Questa sua affermazione si fonda sul saggio “Genio e follia” del 1922 dello psicopatologo e filosofo Karl Jaspers che analizza gli effetti della schizofrenia nell’attività artistica di Strindberg, Swednborg, Holderlin e VanGogh, concludendo che “Lo spirito creativo dell’artista, pur condizionato dall’evolversi della malattia, è al di là dell’opposizione tra normale e anormale e può essere metaforicamente rappresentato come la perla che nasce dalla malattia della conchiglia. Come non si pensa alla malattia della conchiglia ammirandone la perla, così di fronte alla forza vitale dell’opera non pensiamo alla schizofrenia che forse era la condizione della sua nascita”.

Non è necessario essere folli per essere artisti, ma è un rischio che si corre tutti perché nel momento della creazione siamo nell’incoscio e c’è il rischio di non uscirne più, restando imprigionati dalle sue figure.

Numerosi sono gli artisti e soprattutto i poeti che non hanno retto allo sforzo della risalita e hanno prodotto le loro opere a prezzo di grandi sofferenze psichiche, perché “Essere nell’ aperto”, come definiva Holderlin la dimensione irrazionale, ai bordi dell’abisso, significa essersi denudati di tutte le maschere sociali con le quali ci difendiamo, essere esposti a qualsiasi attacco, essere autentici e per questo fragili.

Aggiungo che non si scrive una poesia a tavolino o a comando, la poesia sgorga all’improvviso. Si tratta di enfasi di percezione e fulmini di pensiero. Il sogno, la visione, l’immagine che ne derivano non sono mere finzioni, ma realtà originate dall’ incontro-scontro e tessitura fulminante di altre realtà della mente. Il poeta deve sopportare la fatica di dominare il dionisiaco con l’apollineo, e, se riesce, nasce la parola poetica che è pesante e leggera; pesante perché sintetizza in poche parole molti concetti; leggera, perché li offre attraverso immagini e ritmi per lo più piacevoli o suggestivi.
Due poesie per ricordare e onorare due donne che hanno molto sofferto la creazione:

Pudore (Antonia Pozzi)

Se qualcuna delle mie povere parole
ti piace
e tu me lo dici
sia pur solo con gli occhi
io mi spalanco
in un riso beato
ma tremo
come una mamma piccola giovane
che perfino arrossisce
se un passante le dice
che il suo bambino è bello

 

Sono nata il ventuno a primavera (Alda Merini)

ma non sapevo che nascere folle,
aprire le zolle (aprire la porta dell’abisso o tornare dall’abisso)
potesse scatenar tempesta.
Così Proserpina lieve
vede piovere sulle erbe,
sui grossi frumenti gentili
e piange sempre la sera.
Forse è la sua preghiera. (la poesia- preghiera di Proserpina è pianto di chi torna dalla morte che feconda e rigenera la vita)

N. 3 – Cos’è la poesia?

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A questa domanda un intellettuale ha risposto che non si può dire cosa sia la poesia

LA POESIA E’.
Volendo, comunque, darne un’idea, si può definire in tanti modi, dai più tecnici ai più personali.
1- definizione tecnica:
“componimento verbale dotato di senso, finalizzato ad esprimere concetti anche molto profondi e a suscitare sensazioni emotive e stati d’animo che ne trascendono il significato logico espressivo. Componimento, inoltre, contraddistinto da una spiccata musicalità ottenuta mediante combinazioni foniche, prosodiche e metriche, di vario tipo.” (Maria Grazia Tosto)
2 – definizione etimologica:
Il termine poesia, dal greco pòiesis, è etimologicamente connesso al verbo pôiein, “fare, creare”. La nozione racchiude quindi, in origine, il concetto di creazione, strettamente congiunto all’idea di ispirazione divina (il cosiddetto enthousiasmòs). Il poeta è infatti colui che crea solo dopo essere stato ispirato da un gruppo di divinità, le Muse, che d’improvviso lo trasportano in una dimensione di straniamento e di oblio, quasi fosse preso da incantesimo.

3 – “Per Giorgia Spurio, giovane poetessa contemporanea (nata a Ascoli Piceno nel 1986):

La Poesia è l’Essenza e l’Assoluto.
La Poesia sa esprimere l’Essere del poeta stesso, sa esprimere l’Essere del mondo, sa comunicare filosofie e religioni, sa essere un’arma per denunciare le ingiustizie, oppure sa semplicemente descrivere ritratti o viaggi, capaci di ipnotizzare il lettore.
La Poesia è la vera forza della parola, perché è lì che si concentra l’intero spirito umano.

4 – Per Stefano Giovanardi (poeta e critico letterario) è un atto rivoluzionario:
La poesia è di per sé scandalosa, di per sé rivoluzionaria, la poesia è “di per sé”. Quando è vera poesia, di per sé può cambiare le cose.

Per me la poesia è follia “sacra” che esplode nell’atto di creazione, sempre molto pericoloso, perché l’artista come un cavallo furioso si lancia nel magma dell’incoscio e contemporaneamente deve tenere legato il suo discorso con la ragione, per non perdercisi.

“La poesia mi travolse
come travolge un fiume in piena
Ero un favo maturo
che colava miele da ogni foro
Ero pelle eccitata
dalla carezza e dallo scudiscio della parola
Annegavo e risorgevo ogni minuto

Estranea e nemica di me stessa
dimenticavo le passioni del passato
rinnegavo ogni certezza
Non c’erano confini
partecipavo dell’essenza…” (Effetti della poesia su me)

In sintesi, si può dire che la poesia è

un testo scritto seguendo un canone
uno sfogo della propria sovrabbondanza emotiva
un viaggio dentro se stessi
la voce dell’anima del mondo
la massima alchimia a cui può giungere una lingua

Bellezza, talvolta sublime.