Cristina Campo

CRISTINA CAMPO (VITTORIA GUERRINI)

LA TIGRE ASSENZA

ADELPHI
MILANO 1991

“Ha scritto poco e le piacerebbe aver scritto meno”

Non è sempre immediato l’ingresso nella Parola di un Poeta; a volte l’anima tentenna, rifiuta il coinvolgimento, resiste dubbiosa, perché si trova di fronte l’altro da sé, l’opposto che ti propone in lettura un’esperienza che non ti eri mai sognata di affrontare o che hai già vagliato e rifiutato come a te non appropriata. Occorrono allora varie riletture per familiarizzare con la parola sconosciuta, non tanto per immedesimarsi, ma per “sentire” che il sentimento espresso è autentico, vitale, magnifico e la sua radice non è poi così distante dalla tua.
Cristina Campo (al secolo Vittoria Guerrini nata a Bologna nel 1923 e morta a Roma nel 1977) è cristiana cattolica; è contraria alle riforme liturgiche del Concilio Vaticano Secondo ed esalta nella sua opera la liturgia bizantina, come il rito più adatto a celebrare i misteri cristiani. Io sono atea e considero qualsiasi dio un mito, una storia che l’uomo ha immaginato per descrivere l’evoluzione della cultura e della sua coscienza. Mi chiedo come possa com- prendere le sue parole. Posso farlo, almeno in minima parte, ripensando l’esperienza, comune a entrambe, del momento poietico, durante il quale si vive un’emozione così potente e misteriosa che trascende la realtà; e forse è proprio questa esperienza che fa affermare alla Campo nel saggio “Sensi sovrannaturali” :

“…Chi resterà a testimoniare dell’immensa avventura, in un mondo che confondendo, separando, opponendo o sovrapponendo corpo e spirito li ha perduti entrambi e va morendo in questa perdita? Nel tempo vaticinato in cui i vecchi vedranno visioni e i giovani sogneranno sogni, forse unicamente i poeti, che hanno dimora simultanea nella vecchiaia e nella fanciullezza, nel sogno e nella visione, nel senso e in ciò a cui il senso allude perennemente.”

Entriamo perciò nel libro da amanti della poesia. Già nel titolo La tigre assenza, tratto da una breve poesia dedicata ai genitori perduti, si possono cogliere le caratteristiche principali della Parola della poetessa: concentrazione e simbolo. La tigre come icona dell’assenza divorante, conduce immediatamente ai versi di Eliot (che Cristina chiamava familiarmente Thomas, traduceva e amava moltissimo) “… Nell’adolescenza dell’anno/venne Cristo la tigre/nel maggio depravato, corniolo e castagno, albero di Giuda/In fiore, per essere mangiato, per essere spartito, per essere bevuto…/ ) e mi fa pensare che, probabilmente, la tigre, elegante e flessuosa, che le dilania l’anima e rischia di toglierle la parola, non è solo assenza-presenza dei genitori, ma anche e soprattutto assenza-presenza dell’Invisibile, il cui contatto, secondo quanto afferma nel saggio citato, avrebbe il potere di trasmutare i sensi naturali in sovrannaturali, in una simbiosi di corpo e spirito. E questa idea di presenza/assenza, che conduce alla trascendenza, la ritroviamo espressa in quasi tutte le poesie della sua scarna produzione, raccolte in Passo d’addio e Poesie sparse. “Ha scritto poco e avrebbe voluto scrivere meno”- dice di sé Cristina, e questo perché ha il culto della Bellezza e della Perfezione. Infatti già nella prima raccolta, risalente agli anni Cinquanta, ci si trova di fronte a un’espressione poetica estremamente curata, (endecasillabi e settenari; assonanze, consonanze, allitterazioni; figure retoriche) dalle immagini delicate e dal dire suggestivo e misterioso :

“La neve era sospesa tra la notte e le strade/come il destino tra la mano e il fiore…”

“Tu, Assente che bisogna amare…/termine che ci sfuggi e che c’insegui/
come ombra d’uccello sul sentiero:..”(Il maestro d’arco)

…Ora tornano sul Tamigi/sul Tevere i bambini trafitti dai lunghi gigli
le piccole madri nei loro covi d’acacia/l’ora eterna sulle eterne metropoli
che già si staccano,/ tremano come navi pronte all’addio…(Elegia di Portland Road)

Ma è nella seconda raccolta Poesie sparse che, dopo anni di penoso silenzio gonfio di pensieri e di emozioni incapaci di trasformarsi in parole, si dispiega tutta la passione religiosa della poetessa, il suo afflato mistico, l’esaltazione della “santa gnosi della distanza…Che prossimità spegne/come pioggia di cenere”(Nobilissimi Ierei).
Qui leggiamo tra gli altri, e non senza emozione mista a stupore, i poemetti Diario bizantino e Canone IV, nei quali la poetessa, proprio alla fine della sua vita, sprigiona da sè e lascia fluire in parole incandescenti, il sentimento primigenio della divinità, dandoci la visione di un Dio “Tremendo” e attribuendo ogni Potere al Simbolo con il quale Egli si diffonde nel tempo e nello spazio.

L’avventura di conoscenza dentro questo libro non finisce con le poesie dell’autrice,  perché  ci aspetta la  ben più ampia sezione Traduzioni poetiche, che avrebbe potuto comporre un ipotetico Libro degli amici e che riporta, tradotti in completo afflato, tanti testi di poeti a lei contemporanei e non, ma tutti legati dal filo conduttore della ricerca di spiritualità e/o misticismo. A testimonianza del quale, trascrivo solo alcuni versi di pochi:

San Juan De La Cruz (da Strofe scritte sopra un’estasi di alta contemplazione)

…8- E se volete udire,
consiste, la somma scienza,
in un acceso sentire
della divina Essenza.
Opera della sua clemenza
lasciare non intendendo,
ogni scienza trascendendo.

Somma della perfezione

Oblio di tutto il creato,
memoria del Creatore,
attenzione interiore
e starsene amando l’amato.

John Donne ( da Aria e Angeli)

“Due o tre volte ti amai senza conoscere
Il tuo volto o il tuo nome.
In una voce, in una fiamma informe
così talvolta ci percuote un angelo
per essere adorato… “

Hèctor Murena (da All’ora esatta)

“…in quell’istante
sentii dimorare qui
dietro la sedia
alla destra, quasi accanto a me,
una enorme dolcezza
un quietissimo moto,
l’invisibile
fiore dei fiori…”

Alla fine della lettura mi dico in tutta sincerità che ho appena sfiorato i tanti contenuti presenti in questo libro e, nelle mie pochezza culturale e scarsa conoscenza dei significati della simbologia cristiana, potrei pure averli fraintesi, però sono sicura di avere percepito in pieno l’invasamento numinoso dal quale è stata investita l’autrice e di essere rimasta colpita dall’intensità e dalla bellezza delle sue parole. Per questi motivi mi trovo pienamente d’accordo con quanto affermato nel quarto di copertina “A nulla della poesia italiana del nostro tempo possono essere avvicinate le liriche di Cristina Campo, ma piuttosto a Simone Weil e…. a tutti gli autori dei quali la Campo ha lasciato traduzioni che sono altrettanti esercizi di metafisica simbiosi.”

Canone IV

Il Tremendo, conoscendone l’animo pieghevole come il salice al vento dell’idolatria, trasfuso ch’ebbe nella divina icone
il suo indicibile sguardo sugli uomini,
volle talora sottilmente provarne
l’antico occhio di carne,
un lampo trasfondendo della suprema Maschera
in un volto di carne:
centro celato nel cerchio, essenza nella presenza, lido inafferrabilmente coperto e riscoperto
della Somiglianza, fermo orizzonte dell’immagine, all’incrocio del tempo e dell’eterno,
là dove la Bellezza,
la Bellezza a doppia lama, la delicata,
la micidiale, è posta
tra l’altero dolore e la santa umiliazione,
il barbaglio salvifico e
l’ustione,
per la vivente, efficace separazione
di spirito e anima, di midolla e giuntura,
di passione e parola…
O quanto ci sei duro
Maestro e Signore!Con quanti denti il tuo amore
ci morde!Ciò che dal tuo temibile
pollice luminoso è segnato
– spazio ducale tra due sopraccigli,emisferi cristallini di tempie, sguardi senza patria quaggiù, silenzi più remoti dell’uranico vento –
ancora e ancora, scoperta e riscoperta
la tua Cifra per ogni angolo della terra, per ogni angolo dell’anima da te è gettata,da te è scagliata:
a testimoniare,a ferire
a insolubilmente saldare
a inguaribilmente separare.

Biografia di Cristina Campo

Pseudonimo della poetessa e scrittrice italiana Vittoria Guerrini (Bologna 1923 – Roma 1977). Compì studi privati, minata da una malattia al cuore che condizionò la sua intera esistenza. Cresciuta nel culto della bellezza e animata da un’incoercibile tensione alla perfezione, etica non meno che estetica, fu influenzata a lungo dal pensiero di S. Weil, e negli ultimi anni si dedicò allo studio dei mistici e della grande tradizione liturgica del cristianesimo, cattolico romano e orientale. Nota soprattutto per l’attività di traduttrice (J. Donne, E. Dickinson, s. Giovanni della Croce, W. C. Williams e altri), pubblicò in vita soltanto un’esile raccolta di versi (Passo d’addio, 1956), alcuni articoli su riviste e due volumetti di saggi (Fiaba e mistero e altre note, 1962; Il flauto e il tappeto, 1971). L’interesse intorno alla sua figura, oltre la cerchia ristretta degli esperti di cose letterarie, è venuto crescendo parallelamente al costituirsi postumo del corpus dei suoi scritti, a partire da Gli imperdonabili (1987), in cui è raccolta l’intera opera saggistica.