bellinverno – Il cammino delle fate

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Ha qualcosa di “fatato” questa suggestiva, emozionante lirica d’amore lasciata da “bellinverno” ( non so neppure se è un poeta o una poetessa) nella Vetrina del club dei Poeti, nel lontano novembre 2012.

Non è alla meraviglia che devi chiedere
se a te che abiti l’ultimo stupore
canto la mia indolenza
Potresti dirmi che non esisterai prima di domani
e che nessun giorno mi è dovuto
senza una spiegazione ragionevole
a questa veglia che non ammette repliche.
Ciò che mi sale in cuore
già da qualche tempo
è il timore di un sogno che mi colga da sveglio
Magari in tarda primavera
quando le cose accadono senza più scuse
“Ma la realtà è il credito
che un sogno si guadagna”
Questo mi dicevi Solfiore
Fata dalle viscere di selce
e dalla luna buona che ti risponde
Però,a cosa serve la verità
se è l’opinione a governare il mondo
Sarebbe come scusarsi per il vento
o per la luce che disturba il giorno.
Forse è per questo che in fondo
nella veglia non si muore
Finalmente salva
perchè non posso più chiarirti.

“bellinverno” del Club dei Poeti

Kenji – Io e Tyrel alle giostre

 

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Di Kenji, che ogni due mesi posta le sue poesie nella Vetrina del Club dei Poeti, so il nick e che dovrebbe essere un laureando in Letteratura italiana dell’Università di Napoli.
Ha un modo di esprimersi in poesia del tutto originale e non si fa tentare dalle poetiche ermetiche o post-moderniste in voga nel Club. Il suo dire è semplice e prosastico, tanto che le opere meno riuscite assomigliano più alle pagine di diario di un adolescente sensibile piuttosto che a quelle di un artista. Tuttavia anche nei suoi testi meno riusciti, si trova sempre un po’ di quella polverina dorata che è la vera poesia.
Quella che, con gran piacere, copio-incollo qua sotto è l’ultima poesia che ha postato nel Club e, per me, la migliore che abbia scritto. Già durante la  prima lettura sono stata “toccata”dalla sua verità, intensità e bellezza.

 

IO E TYREL ALLE GIOSTRE

che proprio quando stavamo per sboccare
dai tentacoli di una piovra verde
di quelle che ti sballottano su e giù vorticando

e ridevamo perché non potevamo mai aspettarci
che il mostro di metallo vorticasse tanto
e ridevamo tanto da ingoiarci il fiato
e col fiato, mandavamo giù i cavatielli e l’arrosto
e il vino scendeva e risaliva
e si rigustava in gola più aspro
e giravamo veloci, come mai non accadde
veloce ed aspro, veloci e in gola
come la nostalgia, la solitudine
come la morte
come la vita che… ricordi?
da quei seggiolini scricchiolanti
tendevamo le mani avanti
cercando di afferrarla

ma lei scappava e non si voltava
di colpo si fece seria
non ci avrebbe mai concesso
un appuntamento
con Wonder, con Valeria
lei scappava
e non ci avrebbe reiscritti al liceo

che proprio mentre ridevamo alle lacrime
che proprio mentre stavamo per sboccare
Tyrel mi disse con le stesse lacrime
interrompendo il mondo

“andrè, voglio morire”

“non puoi lasciarmi solo,
s’adda cumbatte!”

e per quell’attimo soltanto
fummo noi a fissarci sospesi nell’etere
e fu il mondo, la giostra, l’universo
a ruotarci intorno
tanto forte, tanto bello
da rimescolarci alla vita

 

di KENJI del Club dei Poeti

La lirica malinconia di Renzo Montagnoli

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Immagine da web

Quasi tutta la poesia di Renzo Montagnoli è elegia, pervasa dal senso della perdita: dei propri cari, della giovinezza, della civiltà agricola e, allargando il cerchio alla società di oggi, dei valori umani più importanti: onestà, lealtà, amicizia, solidarietà, giustizia sociale. Consolazione per il poeta è l’armonia che coglie nella natura e che effonde con i suoi versi.

L’INCANTO DI UNA NOTTE

Notte stellata
mille e mille luci
accendono il cielo
mentre s’alza
il disco di una luna
rossa come il fuoco.
Il bosco tutto riposa
cullato dal mormorio del ruscello
e quando la brezza fa capolino
s’addentra nel fogliame
che geme di piacere.
S’alza allora un canto alla vita
di rane sguazzanti nelle pozze
una gracidante melodia
che rimbalza di tronco in tronco
e che si perde nell’infinito buio
di un sottobosco che s’anima di piccoli esseri.
E a suono s’aggiunge suono
un brusio di mille voci
una lenta nenia che chiama il sonno
e solo verso l’alba s’allenta
ai primi chiarori d’occidente.
Cala allora il sipario
lo spettacolo è finito
l’incanto evapora con la bruma del mattino.
(Da Sensazioni ed emozioni)

. . . . .

PER MANO

A mia madre (a tre mesi dalla sua scomparsa)

Adesso che non ci sei

non resta che il ricordo

che prima non avevo

e allora a sprazzi

dalla nebbia dell’oblio

rivedo un bimbo

che all’asilo andava

dalla mamma accompagnato

una mamma che stretta gli teneva la mano

come se un colpo di vento

potesse portarlo via.

Ed era la stessa mano

che io stringevo sul tuo letto di dolore

stringevo forte perché tu non volassi via.

Ma tutto è inutile

quando scocca l’ora del destino:

ho sentito le tue dita farsi piccole

e scivolare via.

Per mano

m’hai accompagnato alla vita,

per mano

t’ho portato all’ultima stazione.
(Da Lungo il cammino)

. . . . .

C’ERA UNA VOLTA

È un ricordo
che con il tempo sfuma
forse ho solo sognato
di un piccolo mondo
d’un cuore rinchiuso
fra tre viuzze disselciate

Forse tanti anni fa
c’era

C’era un villaggio
un borgo di tre anime
di gente
che tutta si conosceva
di ognuno tutto sapeva
Altri tempi
di chiacchiere al bar
di feste in piazza
di bande stonate
di lazzi innocenti.

C’era una volta
come in una fiaba
ma ora non c’è più
talmente è stato lontano
che dubito sia esistito.

C’era una volta un paese
tre case
quattro anime
una famiglia allargata
dispersa poi
dalla frenesia
di un tempo troppo veloce
da una sete di guadagno
dalla ricerca di un impossibile
che ci era sconosciuto.

Restano solo ombre
croci spezzate
di una piccola
fantastica civiltà.
(Da Il mio paese)

 ARTEINSIEME

DI RENZO MONTAGNOLI

L’empatia di Piera Maria Chessa

semplicità

Le poesie di Piera mi fanno pensare al bianco: bianco come semplicità, bianco come purezza di sentimenti. La sua attenzione è rivolta al mondo che la circonda: figure umane significative per qualche peculiarità del carattere, animali, paesaggi; più spesso è rivolta a persone umili, sofferenti e socialmente invisibili ed è sempre un’attenzione amorevole, pervasa da un profondo senso di giustizia.

UNA STELLA SCOMODA

Te ne sei andata
a navigare tra le stelle
come un coraggioso comandante
sulla nave.

Ora nessun ostacolo
tra te e l’universo
nessun limite
legato alla materia.

Così mi piace immaginarti,
Margherita,
libera di soddisfare tra i pianeti
le tue curiosità.

Libera come sempre tu sei stata
mai tenuta in catene
da invisibili lacci
o falsi pregiudizi.

UN NOME

C’è una tomba
in Slovenia,
custodisce le spoglie
di un ragazzo straniero.

Poco più di vent’anni,
due occhi grandi
spalancati sul mare.

Un agguato
in un casolare lontano,
soldati vestiti di nero
han deciso per lui
imbracciando un fucile.

Il suo nome
era Pietro Maria,
mi ha lasciato il dono
di portarne uno uguale.

Era solo un ragazzo,
mio zio,
fratello di Nina,
mia madre.

SPAESAMENTO

Cammina sulla via
facendo ondulare
il corpo lievemente.

Lo sguardo, basso,
fruga sul selciato
cercando chissà cosa.

Trema la mano
che accompagna il passo,
un fremito continuo,
incontrollabile.

Accanto ad una siepe
si ferma un poco
sfiorandone le foglie
e i fiori bianchi.

Riprende poi il cammino
per soffermarsi ancora
qualche istante.

Si guarda intorno confuso
senza saper che fare,
poi prosegue ma incerto:
difficile capire dove andare.

(Dedicata a Gaetano)

PIERA MARIA CHESSA

L’amore/dolore di CARMELO CONSOLI

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Tre poesie di CARMELO CONSOLI dalla sua struggente raccolta L’APE E IL CALABRONE, nella quale, scissa tra la realtà drammatica  e il sogno dolcissimo di un amore eterno, racconta la storia della malattia dell’ amata moglie Franca.
Per la prima volta (credo) un poeta si fa coraggio e prova a mettere in poesia la cronaca giornaliera della sofferenza di un ammalato terminale di cancro e la disperazione di chi lo ama.

LA NOSTRA STORIA

La nostra storia di arnie celesti,
api dorate, azzurri calabroni.
La nostra storia come grido di passeri,
canto di usignoli, volo di rondini
tra le sporgenze del cielo e l’urgenza degli amori.
Quaranta primavere fu la nostra storia,
il nostro tempo tra sole e stelle.

Quaranta come il primo anno,
il primo sogno annidati a sud tra gelsomini e fichidindia
a est tra pesche e nettarine, persi tra fumide campagne,
marine luccicanti, orizzonti oro e zaffiri.
L’ape e il calabrone abbagliati dalla vita,
ignorati dalla morte nell’eco sfumato degli affanni,
nei covi dei cespugli, dei giardini,
dei giorni che parevano eterni.

IL RESPIRO
(quattordici giugno)

Conoscevo il tuo respiro
prima ancora di incontrarti,
prima che il primo Angelo
incrociasse i nostri sguardi.
Era quello delle api gonfie di sole,
degli usignoli di Romagna,
dei merli canterini, delle gazze di collina,
quello delle farfalle colore cielo,
dei calabroni tra la frutta.
A pieni polmoni, a piene ali,
a orizzonti interi d’infinito;
era fiato di correnti, brezze mattutine.

Ahi, Ahi! Amore mio dov’è il tuo respiro
d’aurore e tramonti?
Rantoli tutto il dolore della terra,
succhi un filo di cielo bianco tetto
che sale e scende,
scende e sale dalla branda al soffitto,
dal soffitto alla branda.
Distillato di respiro, gocce di fiato una ad una,
sempre più lente, rade come le bianche, gialle
alchimie che calano dai tubi delle flebo.

QUADRATO OTTO FILA SETTANTAQUATTRO

Ciao Franca, amata sposa
ti lascio tra Martina e Salvatore
altre vite, altre storie,
altri anni di sogni negli occhi.
A destra un fiore di campo
a sinistra di rose e lilium un mazzo.
Vi lascio.
Quante cose avrete da raccontarvi
nel vento lieve di maggio!
E di noi vivi cosa direte?
Per noi che siamo spenti nel dolore,
persi nei ricordi solo foto sorrisi,
colori sbiaditi, fragranze di stagione.

Vi lascio
al quadrato otto, alla fila settantaquattro
all’istante radioso del volto terreno,
a Dio segreto, al cielo lontano,
al vostro parlottare di anime serene.
Vi lascio
a domani, a chissà quando,
un saluto a voi angeli dei cimiteri, tombe,
ai vostri soliti occhi luminosi
nell’attesa di vederci sbucare
dai quadrati, dalle file,
dalle pene della terra.

CARMELO CONSOLI: L’APE E IL CALABRONE –Edizioni del leone

E’ un’emozione deliziosa

E’ un’emozione deliziosa…

vedere che, nel giorno del Solstizio d’estate, un gruppo di meditazione che non conosco (anzi che non conoscevo), guidato da Daniela Gelli, ha lavorato insieme anche ad alcune mie poesie.

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daniela gelli Verso il solstizio

Daniea gelli. nell'alba delle rose

daniela gelli. Estasi

Grazie a Daniela che me ne ha fatto partecipe!

E grazie ancora per la sua bella poesia di cui mi ha omaggiato e che mi fa molto piacere pubblicare in questo blogghino.

CORRIERE DI DIO

di DANIELA GELLI

A Est
voglio abituare
il mio sguardo .
Dove la luce mi dimostra ,
che non c’è
né inizio né fine .

Gli voglio consegnare ,
i miei ricordi .

Gli consegno i miracoli ,
che riconobbero
il mio valore.
Quando i tiranni,
mi apparvero
come Santi .

Il giorno ,
che mio padre
pianse
e mi chiamò per nome .
Il giorno ,
che l’ho abbracciata
e ho sentito ,
certa ,
il senso della vita .

Quando Lila ,
fu mia .
Quando vicina a Lui ,
vidi
tutta la mia bellezza .

Gli consegnerò l’Amore
ad Est ,
perchè so
che lo consegnerà a Dio .

daniela gelli. colori

Dall’Irpinia la voce robusta di LUISA MARTINIELLO

Irpinia

 

…Il terremoto del 1980 nel ricordo di chi l’ha vissuto…

LE FERITE

Fummo umiliati e rotti nel cuore
dall’evento che scatenò crociate
d’amore. L’Italia ci prese per mano
e ci riconobbe una parte di sé. Fu
Irpinia. Ci ritrovammo tutti famiglia
figli e fratelli padri e madri in abbraccio
infinito Tutti con spago e filo a rattoppare
ferite Abitammo case di tende e allo stesso
bicchiere bevemmo e lo stesso pane
fu diviso e baciato come ostie al sacramento
e lo stesso ceppo distribuì ciotole di brace.
Tanti di noi superstiti e fortunati portano
negli occhi incisi i filari delle bare bianche
avorio o nere e il terrore dello sfacelo e il
pianto che lacerava come vetro Tanti coetanei
passarono all’eterno senza un ahimè senza un pensiero
o un grido d’aiuto al santo protettore o alla nonna
in quella sera stravolta da un sussulto da voragine
Fu tutto sinistro lo scenario Ci misero in piedi
sottratti a tufi e pietre e travi tra accidiosa
nebbia e neve e silenzio di frante campane staccate
da picchi di cielo Mai un tempo così di piombo
mise ali e aprì porti di speranza Fummo conosciuti
come terra assassinata Oggi giardino di ville
deserte

…la moda dei giovani vista con gli occhi degli avi…

RITORNA IL TEMPO

Ritorna il tempo dei figli
che si fregiano di strappi
mostrano le chiappe con slippini
firmati – moda borghesissima –
Sembrano pronti a cercare un angolo
che globalizza sulla rotaia
del consumismo sfrenato
Guai a chi non si finge pezzente
Eppure la nonna li additava
“fracazei”: scassatori per sfizio
e rancore

…l’ingiustizia sociale…

NON TORNANO I LUPI ALLA MASSERIA

Non tornano i lupi alla masseria
non c’è profumo di forno
C’intagliola il ricordo
e ci spiuma le ali
l’argine del fiume
che con l’acqua sua fissa il confine
“Passato il Calore
passato ogni dolore”
Stranieri abitano le case del nonno
lavorano a giornata sotto padrone
Chi aveva non ha più nulla
Chi poteva ne ha di più
Chi ha saputo fare
è signore feudale
Gestisce tempo e danaro
all’ombra del pampino
Ingrassa l’occhio e il cuore.

LUISA MARTINIELLO da IL VERSO DELLA VITA – Ferraro, 2009

“Di nuovo primavera” (e altre) di Giovanna Giordani

fiori di campo
Un delizioso sonetto:

DI NUOVO PRIMAVERA

La viola orna i piedi del muretto

la primula risplende nel suo oro

il pirus si tinteggia di rossetto

fra i rami sta cantando un coro

Lasciano i dormienti il loro letto

un venticello scherza un po’ sonoro

fra i capelli senza più berretto

il sol ride giocondo su di loro

Si fa intenso il profumo della vita

nel cuor che sente nascer la speranza

mentre l’inverno è sulla via d’uscita

Una musica s’ode in lontananza

che pare al cuor d’averla già udita

mentre fa muover passi in una danza.

Alla ricerca di Dio:

PICCOLI FIORI GIALLI

Il silenzio di Dio

era assordante

nella mia ragione

mentre muovevo passi

lungo un sentiero

qualunque.

Gli occhi tuffati

nell’azzurro cielo

sfondo alle vette

di sonnacchiosi monti

distrattamente attratti

mi pareva

dall’incedere mio

“intelligente”

mi accorsi all’improvviso

di piccoli fiori gialli

sbucare da una roccia

come spilli

ed io

incantata

mi ritrovai

a sorridere

ad un Dio

che mi mostrava

un’altra stanza

della Sua dimora.

Una necessaria elevazione:

LA NUVOLA

Alta

lenta

e lontana

vaga

una nuvola

nel cielo

mirando

timorosa

la terra;

vivo

è ancora

il ricordo

del suo velo

strappato

sulle cime degli alberi

mentre

chinata dal vento

sussurrava loro

una carezza.

Le seguenti poesie sono tratte da SULLA RIVA DEL FIUME  di GIOVANNA GIORDANI

Le barricate in aula ( di PAOLO C )

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Le barricate in aula con gli astucci,
Ed il nemico aveva trecce dense e buie,
E i miti giapponesi d’acciaio
Volanti trasformisti cosmici.

Ho risvegliato giganti gridando il loro nome.
A picco, fondendomi nelle loro teste,
Alzavo terribili minacce di guerra.

Dove siete oggi
Mentre Brian Condor disegna
Danze celesti in vortici richiami d’ansia?
Dove siete
Se unisco i pugni in un salto eterno
Sull’umanità che reclama i suoi Dei?

 

 

(PAOLO C – dalla VETRINA DEL CLUB DEI POETI)

Incinta, dice il test (di Davide Rondoni)

 

Stamani ho deciso di condividere, con chi le vorrà leggere, poesie contemporanee, trovate in rete, di “autori in itinere” italiani e non, conosciuti e non; sia che si firmino con il loro nome o che si nascondano sotto degli pseudonimi. L’unico criterio di scelta sarà la Bellezza (per me) della loro opera.

 

 

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INCINTA, DICE IL TEST

Non chiamarlo, viene
nella sua forza semilucente,
è già una parte del tuo sorriso
viene come il profumo dei boschi,
un niente, il muso improvviso
della lepre, è già una piega
nelle tue mani, siede
sul trono che diventi.

E’ un aumento
che ha dismisura di nubi,
fa paura come l’inizio del vento
che piega i rami ma ravviva i colori.
Mio amore bello e pieno di tormento,
la sua impronta è già nella nostra
figura. La felicità
è l’attesa, è il tempo.

di DAVIDE RONDONI