Frontiera due di Giulio Piero Baricci

GIULIO PIERO BARICCI

FRONTIERA DUE

EDIZIONI DON CHISCIOTTE

CITTA’ DELLA PIEVE 2015

Pag. 405
Prezzo 15,00€

“Finita l’espansione, la contrazione invertirà la direzione del tempo: il senso di un futuro lontano sarà quello di ritornare al passato.”

Ero un po’ spaventata nell’entrare in questo romanzo per il rilevante numero di pagine, tuttavia sapevo che il libro parlava dei miei luoghi e soprattutto di quelli della mia gente perciò mi sono fatta coraggio e sono entrata. E mai, negli ultimi anni, ingresso in un libro di narrativa è stato più sorprendente. Sarà per le espressioni che aprono i vari quaderni-capitoli, (citazioni dai testi dei cantautori italiani dell’ultimo Novecento che amo anch’io), sarà per l’approccio storico-scientifico-animistico-poetico che fin dall’inizio vi si respira, sarà per i dialoghi che riportano il linguaggio delle popolazioni della Val di Chiana e che mi ricorda continuamente la parlata dei miei avi, ma è come se fossi entrata a casa mia, una casa lontana, quasi dimenticata, eppure ancora vitalissima.

Forse sono entrata pure nella casa della letteratura italiana. Infatti, come nella nostra migliore tradizione letteraria, l’autore immagina che le storie siano state “solo ritrovate” in una vecchia casa; come nel Decamerone, le novelle (perché di un “novellare” si tratta) sono legate da una cornice sia pure più nebulosa e intricata; come in Bertoldo e Bertoldino viene spesso messo in risalto l’acume del contadino teso a difendere la sua sopravvivenza; non solo, l’intera narrazione è arricchita da riferimenti puntuali (nonché citazioni) alle opere di numerosi autori di ogni luogo e tempo, tanto da far pensare alla cattedrale di Gaudì: come La Sagrada Familia si ispira genialmente a tutte le cattedrali gotiche del passato e ne esce opera d’arte indiscussa e del tutto originale, così questo romanzo prende spunto e rielabora strutture narrative di molti testi classici e tuttavia risulta avere una sua propria spiccata identità.
E’ senz’altro un libro inconsueto, a tratti romanzo storico, a tratti -per le vicende affabulate in forma poetica e visionaria – di realismo magico, a tratti romanzo didascalico. L’autore biologo, geologo, antropologo, botanico, agronomo dà prova di appassionata erudizione, mostrando di divertirsi molto ad impastarla con umorismo e ironia.
Come già accennato, nell’incipit finge di aver ritrovato 14 quaderni muffiti e in parte lacerati tra le rovine di Frontiera due, una leopoldina crollata alla fine del Novecento in seguito ad una scossa di terremoto. Immagina che le storie contenute nei quaderni siano state raccontate dallo spirito della casa e dal barbone Mario, conoscitore dei luoghi e delle genti, “vero ossimoro di spirito e materia,” che possiede “la chiave magica, l’unica che poteva aprire lo scrigno arrugginito della memoria”. E subito dopo ci offre anche la chiave per capire con quale spirito siano state scritte, dichiarando che le ha lasciate “fluire dentro di sé così come si erano presentate, disperse o aggrovigliate, palesi o arcane, possibili o assurde”.
Con questo spirito narra circa tre secoli di storia della Val di Chiana e della sua metamorfosi da territorio di palude a quello di territorio bonificato (la vita nella palude, il sistema delle colmate, l’uso delle sanguisughe, il sistema della mezzadria, l’allevamento del baco da seta…), con tutte le conseguenze che ciò ha comportato per tutti i viventi del territorio.
Le vicende si presentano in un intreccio spazio temporale che disorienta e assume valore metaforico: il libro è come la vecchia palude chianina, fitto di vegetazione, intricato, gremito di vite; i personaggi umani (che siano padroni o contadini) emergono dal tempo recente o lontano, salgono alla superficie, vengono illuminati dalla penna dello scrittore nella loro essenza storica e psicologica e riaffondano inesorabilmente nella melma. Il lettore ci si perde, in una finzione che sembra realtà e in una realtà che sembra finzione. Ne sortisce l’epica del mondo contadino e un notevole affresco di civiltà. Memorabili restano personaggi come Sauro il Lanzichenecco, Treppì, il Miocio già Miniera, Mario della Serra, Corinna, Don Giustino, il garibaldino Beppe dei Sorbelli 729esimo dei 1000, il Finta, Bricco, Giulia, Dorina, Rosa, il muto Sorbello, Baffone; altrettanto memorabili certi brain storming di cervelloni del XVIII secolo o di cervellini del XX.
Alla fine ci rendiamo conto di essere stati immersi in un’opera frutto di un’approfondita ricerca storico-scientifica, di un amore appassionato per la terra della Val di Chiana e, soprattutto, di una visione filosofica dell’esistenza, in cui l’uomo non è l’eroico dominatore del mondo ma uno dei tanti viventi che cerca, con vari e originali strattagemmi di sopravvivenza, di adattarsi alle condizioni ambientali. Ed è soprattutto un libro di poesia in cui ogni cosa viene animata e personificata dalle spighe di granturco al baco da seta, e perfino resa simbolo e allegoria come nella enigmatica e surreale vicenda di Sorbello.
Si legge velocemente una prima volta, nella tensione di capire dove l’autore voglia andare a parare e quale fine facciano i vari personaggi, poi si vuole rileggere lentamente per gustarne ogni singola pagina ricolma di osservazioni, riflessioni, considerazioni, storie popolari vere, verosimili e fantastiche. Una miniera di informazioni da scavare e gustare lentamente, perché anche il ricordo di un millenario sistema di vita non scompaia inghiottito dalla palude del tempo. Un libro per una popolazione: i vecchi che ancora ricordano, i giovani che ci vivono e ci lavorano ma spesso non sanno, quelli che nasceranno per conoscere le proprie radici.
Ora – come afferma Frontiera due poco prima di crollare – “ …Nessuno potrà più rinnegare o far finta di ignorare ciò che è stato rivisitato. Trascorse nel dramma, nella farsa o nella commedia a volte brillante a volte grottesca, quelle esistenze erano state vissute e come tali andavano raccontate, perché avevano, e hanno, il diritto di non essere mai dimenticate.”

(Franca Canapini)

Impressioni di lettura

guardami sono nudaAntonia Pozzi

 

Guardami: sono nuda

 

Barbés editore

 

Firenze, 2010

 

 

 

Nota biografica sull’autrice

Nata nel 1912 in una famiglia dell’alta borghesia milanese, Antonia Pozzi studia, viaggia, legge e fotografa Milano. Si laurea in Lettere e Filosofia e comincia l’insegnamento in un istituto tecnico. Muore suicida il 2 dicembre 1938.

 

 

Nella generale inquietudine esistenziale del Novecento, Antonia Pozzi mette a nudo la propria intimità per  cercare una possibile definizione di sé:

 

Io sono il fiore

Di chissà quale tronco sepolto

Che per essere vivo

Crea figli

Su dall’oscuro grembo della terra… ( Disperazione )

 

Io vengo da mari lontani-

Io  sono una nave sferzata

Dai flutti

Dai venti-

Corrosa dal sole-

Macerata

Dagli uragani-

Io vengo da mari lontani

E carica d’innumeri cose

Disfatte

Di frutti strani

Corrotti

Di sete vermiglie

Spaccate-

Stremate… (Il porto)

 

Per troppa vita che ho nel sangue

tremo

nel vasto inverno.

E all’improvviso,

come per una fonte che si scioglie

nella steppa,

una ferita che nel sonno

si riapre,

perdutamente nascono pensieri

nel deserto castello della notte… (Sgorgo)

 

La sua raccolta  appare come una sorta di diario poetico dalle tonalità crepuscolari. Leggendo, le poesie diventano una musica bassa, lenta, dolorosa, fatta di delicatezze d’animo, desideri irrealizzati e solitudine. Ricorrono le tematiche più femminili: il senso inappagato della maternità, la consolazione dei fiori e dei paesaggi naturali, l’amore impossibile che diventa il tema conduttore del suo malessere e, sublimato, amore materno per tutti i sofferenti:

 

…non sul tuo capo solo: su ogni fronte

che dolga di tormento e di stanchezza

scendano queste mie carezze cieche,

come foglie ingiallite d’autunno

in una pozza che riflette il cielo. (Un’altra sosta)

 

Come succede a tutti i poeti, risuonare nel lettore è per lei motivo di gioia, forse l’unica gioia squisita che riesce a provare:

 

Se qualcuna delle mie povere parole

Ti piace

E tu me lo dici

Sia pure solo con gli occhi

Io mi spalanco

In un riso beato

Ma tremo

Come una mamma piccola e giovane

Che perfino arrossisce

Se un passante le dice

Che il suo bambino è bello.

 

Al di là di qualche riferimento alla madre, alla sorella, o alle donne in genere,  sono assenti i riferimenti al tempo e alla società in cui vive: Antonia è tutta in se stessa, spossata di malinconia, immersa nella vertigine della perdita, che le provoca una dolorosità da cui non riesce a riemergere, con uno scatto di vitalità.

Era tanto giovane quando è scomparsa, non è concesso sapere quali strade avrebbe potuto ancora percorrere il suo pensiero,   ma è  già bello che ci abbia lasciato questo libro come un tenero fiore o una farfalla, un passo lieve sulle scale.  

 

Lieve offerta

 

Vorrei che la mia anima ti fosse

Leggera

Come le estreme foglie

Dei pioppi, che s’accendono di sole

In cima ai tronchi fasciati di nebbia-

Vorrei condurti con le mie parole

Per un deserto viale, segnato

D’esili ombre-

Fino a una valle d’erboso silenzio,

al lago-

ove tinnisce per un fiato d’aria

il canneto

e le libellule si trastullano

con l’acqua non profonda-

Vorrei che la mia anima ti fosse

Leggera,

che la mia poesia ti fosse un ponte,

sottile e saldo,

bianco-

sulle oscure voragini

della terra.

Sfiorando Pessoa

 fantasie di interludioFernando Pessoa

Fantasie di interludio

Passigli Poesia

Firenze, 2002

 

Questa raccolta di poesie mi fu regalata anni orsono. Forse l’aprii a caso e la richiusi. Così si perse tra i libri di casa.

L’ho ritrovata ed aperta pochi giorni fa ed ho provato ad entrarci. Si tratta di   testi poetici, alcuni brevi, altri molto lunghi che l’autore chiama poemi  o odi, scritti dal 1914 al 1932 e firmati Fernando Pessoa, Alvaro de Campos, Ricardo Reis, Alberto Caeiro.

Pare, secondo la nota introduttiva ( Si riuniscono in questo volume tutti i componimenti poetici in portoghese pubblicati in vita da Pessoa, ad eccezione della raccolta Messaggio… ), che potrebbe essere il  libro ideale, che Pessoa avrebbe voluto pubblicare e non ha mai fatto. E c’è da crederci, perché contiene dei testi eccezionali per bellezza e profondità di pensiero.

L’ho letto velocemente, presa dalla curiosità; di conseguenza non sarei in grado di farne una recensione, per cui scriverò delle mie prime impressioni.

 

Certo- penso- sarà un’impresa entrare in un ortonimo e tre eteronimi, come dire quattro personalità diverse e quattro stili.

Aprendo il libro a caso, mi conforta Alberto Caeiro, custode di greggi:

“… e leggendo i miei versi pensino

che sono una cosa naturale qualsiasi –

per esempio, l’albero antico

all’ombra del quale quand’erano bambini

si sedevano di colpo, stanchi di giocare…”

Va bene, Alberto, mi sembra che il mio fosse una querce. Mi siedo alla sua ombra; ora sono pronta ad entrare nel tuo albero. Anzi nel vostro albero.

 

Cominciamo con Fernando Pessoa, primi del Novecento. Pioggia, navigli, ceri e interni di chiese; intersezioni di paesaggi interni ed esterni; Lisboa e l’ennui dell’esistenza, il non senso della vita  e il sogno. Ma quale? Ah, sì. Il sogno come immaginazione. E il ragionamento. Sempre serrato. Una principessa addormentata e un principe che non la sa e la cerca e quando giunge dove lei vive nel sonno, scopre d’essere la principessa (!) Accenni a saperi esoterici; iniziazioni massoniche. Sinestesie: le parole mi si trasformano in caravaggeschi chiaroscuri, giochi di luce e flash su immagini e sensazioni crepuscolari:

“Mi dimentico le ore traviate…

L’autunno abita pene sopra i colli

E versa un vago viola sui torrenti…

Ostia di spavento l’anima, e tutta strade..”

“La primavera scorda nei burroni

le ghirlande che trasse dagli slanci

della sua gioia effimera e spettrale…” (Stazioni della via crucis )

 

“…nulla mi die’ l’abisso o mostrò il cielo

il vento torna ove son tutta e sola…” ( L’ultimo sortilegio )

 

Alvaro de Campos è l’abisso più profondo. Oppio, tabacco e apparente immobilità. Alvaro esplode in brandelli di carne e sangue; si polverizza ed entra nelle macchine e nella storia portoghese. E’  movimento, meccanismo, rumore; ogni uomo, ogni donna. Alvaro il futurista, il dadaista, il nichilista è il pirata e la sua vittima;  la follia dell’immaginazione; lo spasmo del pensiero che si tende e non si arrende. E’ l’uomo tecnologico, la bestia e la sua preda; sabbia umana che “…nell’infanzia ero un’altra cosa”. E’ l’intuizione, fattasi realtà, della frantumazione dell’io prima dell’affermarsi certo della psicanalisi. Assomiglia all’inetto di  Svevo, al superuomo di Nietzsche, all’imperialista poetico Campana. Avrebbe potuto dire anche lui con Eliot “Avrei potuto essere un paio di ruvidi artigli che corrono sul fondo di mari silenziosi”  oppure “…Talvolta, in verità, quasi ridicolo – E qualche volta, quasi, il Buffone…”

Qualche macchia di vita vera: quei giorni dei compleanni, quando nessuno era ancora morto.

 

Compensa tanta dolorosa dissoluzione Ricardo Reis, la voce  della saggezza classica. Le  odi giungono come il sorriso pacatamente azzurro di un vecchio sapiente e disincantato, Orazio senz’altro e la sua equilibrata morale, la vittoria malinconica della ragione sugli spasimi del sentimento del tempo che fugge e del capolinea della morte individuale. L’io si ricompone nella saggezza, oppure si perde ancora in antiche  figure  sapienti. L’io anela a non sapere del tempo e del suo succedersi ciclico, ad essere rosa senza coscienza.

“Le rose amo del giardino di Adone,

quelle caduche rose, Lidia, amo,

che nel giorno in cui nascono,

lo stesso giorno muoiono.

La luce per esse è eterna, perché

Nate dopo che sorge il sole, spirano

Prima che Apollo lasci

Il suo corso visibile.

Così rendiamo noi la vita un giorno,

ignari, Lidia, volontariamente

che è notte prima e dopo

il poco che duriamo.”

E’ parola che si fa luce primaverile, equilibrio di forma, armonia.

 

 Alberto Caeiro, infine, si fa pastore di pensieri. E, come un pastore vero, li pascola  e li osserva nella semplicità del loro farsi. E’ l’uomo tornato al  vivere naturale, che non vuol saperne di fedi e filosofie, che osserva il fiore e dice fiore, l’albero e dice albero, ( ma quel fiore, quell’albero ) se stesso e dice me stesso, nato il, morto il, i giorni che ho vissuto sono tutti miei. E’ l’uomo che individua nella logica e nella coscienza il male di vivere e cerca di tornare alla beatitudine paradisiaca dell’ infanzia, quando i giorni scorrevano senza tempo e ogni esperienza era incantevole: il suo Gesù bambino è lui stesso bambino, la divinità dell’infanzia…o la poesia.

Con Il penultimo poema, dedicato da Caeiro a Reis si conclude l’opera. E’ un testo enigmatico, riguardante l’anima. Quando l’anima combacia totalmente con il corpo si ha la deità:

 “Per questo gli dei non hanno né corpo né anima

ma solo corpo e sono perfetti

versi  difficili da spiegare razionalmente, ma facili da intuire.

 

 Lascio, per chi volesse leggerla o rileggerla,  Tabacaria, il testo che più mi ha colpito per la logica ferrea, con la quale Alvaro de Campos ha mantenuto un discorso così lungo, e per la musica sprigionata dall’ingresso a onde delle varie strofe, simile al concerto di un mare in tempesta.

 

 

 

Tabaccheria

 

Non sono niente.

Non sarò mai niente.

Non posso voler essere niente.

A parte questo, ho dentro me tutti i sogni del mondo.

Finestre della mia stanza,

Della stanza di uno dei milioni al mondo che nessuno sa chi è.

(E se sapessero chi è, cosa saprebbero?),

Vi affacciate sul mistero di una via costantemente attraversata da gente,

Su di una via inaccessibile a tutti i pensieri,

Reale, impossibilmente reale, certa, sconosciutamente certa,

Con il mistero delle cose sotto alle pietre e agli esseri,

Con la morte che porta umidità nelle pareti

e capelli bianchi negli uomini,

Con il Destino che guida il carretto di tutto sulla strada di niente.

Oggi sono vinto, come se sapessi la verità.

Oggi sono lucido, come se stessi per morire,

E non avessi altra fratellanza con le cose

Che un commiato, e questa casa e questo lato della via diventassero

La fila di vagoni di un treno, e una partenza fischiata

Da dentro la mia testa,

E una scossa dei miei nervi e uno scricchiolio di ossa nell'allontanamento.

Oggi sono perplesso, come chi ha pensato e creduto e dimenticato.

Oggi sono diviso tra la lealtà che devo

Alla Tabaccheria dall'altra parte della strada, come cosa reale dal di fuori,

E alla sensazione che tutto è sogno, come cosa reale dal di dentro.

Sono fallito in tutto.

Ma visto che non avevo nessun proposito, forse tutto è stato niente.

Dall'insegnamento che mi hanno impartito,

Sono sceso attraverso la finestra sul retro della casa.

Sono andato in campagna pieno di grandi propositi.

Ma là ho incontrato solo erba e alberi,

E quando c' era, la gente era uguale all'altra.

Mi scosto dalla finestra, siedo su una poltrona. A che devo pensare?

Che so di cosa sarò, io che non so cosa sono?

Essere quel che penso? Ma penso di essere tante cose!

E in tanti pensano di essere la stessa cosa che non possono essercene così tanti!

Genio? In questo momento

Centomila cervelli si concepiscono in sogno geni come me,

E la storia non ne rivelerà, chissà?, nemmeno uno,

Non ci sarà altro che letame di tante conquiste future. No, non credo in me.

In tutti i manicomi ci sono pazzi deliranti con tante certezze!

lo, che non possiedo nessuna certezza, sono più sano o meno sano?

No, neppure in me… In quante mansarde e non-mansarde del mondo

Non staranno sognando a quest'ora geni-per-se-stessi?

Quante aspirazioni alte, nobili e lucide,

Sì, veramente alte, nobili e lucide, e forse realizzabili,

Non verranno mai alla luce del sole reale né toveranno ascolto?

Il mondo è di chi nasce per conquistarlo

E non di chi sogna di poterlo conquistare, anche se ha ragione.

Ho sognato di più di quanto Napoleone abbia realizzato.

Ho stretto al petto ipotetico più umanità di Cristo.

Ho creato in segreto filosofie che nessun Kant ha scritto.

Ma sono, e forse sarò sempre, quello della mansarda,

Anche se non ci abito; sarò sempre quello che non è nato per questo;

Sarò sempre soltanto quello che possedeva delle qualità;

Sarò sempre quello che ha atteso

che gli aprissero la porta davanti a una parete senza porta,

E ha cantato la canzone dell'Infinito in un pollaio,

E sentito la voce di Dio in un pozzo chiuso.

Credere in me? No, né in niente.

Che la Natura sparga sulla mia testa scottante

Il suo sole, la sua pioggia, il vento che trova i miei capelli,

E il resto venga pure se verrà o dovrà venire, altrimenti non venga.

Schiavi cardiaci delle stelle,

Abbiamo conquistato tutto il mondo prima di levarci da letto;

Ma ci siamo svegliati ed esso è opaco,

Ci siamo alzati ed esso è estraneo,

Siamo usciti di casa ed esso è la terra intera,

Più il sistema solare, la Via Lattea e l'Indefinito.

Mangia cioccolatini, piccina; Mangia cioccolatini!

Guarda che non c' è al mondo altra metafisica che i cioccolatini.

Guarda che tutte le religioni non insegnano altro che la pasticceria.

Mangia, bambina sporca, mangia!

Potessi io mangiare cioccolatini con la stessa concretezza con cui li mangi tu!

Ma io penso e, togliendo la carta argentata, che poi è di stagnola,

Butto tutto per terra, come ho buttato la vita.

Ma almeno rimane dell'amarezza di ciò che mai sarò

La calligrafia rapida di questi versi,

Portico crollato sull'Impossibile.

Ma almeno consacro a me stesso un disprezzo privo di lacrime,

Nobile almeno nell'ampio gesto con cui scaravento

I panni sporchi che io sono, senza lista, nel corso delle cose,

E resto in casa senza camicia.

Tu, che consoli, che non esisti e perciò consoli,

Dea greca, concepita come una statua viva,

O patrizia romana, impossibilmente nobile e nefasta,

O principessa di trovatori, gentilissima e colorita,

O marchesa del Settecento, scollata e distante,

O celebre cocotte dell'epoca dei nostri padri,

O non so che di moderno – non capisco bene cosa -,

Tutto questo, qualsiasi cosa tu sia, se può ispirare che ispiri!

Il mio cuore è un secchio svuotato.

Come quelli che invocano spiriti invocano spiriti invoco

Me stesso ma non trovo niente.

Mi avvicino alla finestra e vedo la strada con assoluta nitidezza.

Vedo le botteghe, vedo i marciapiedi, vedo le vetture passare,

Vedo gli enti vivi vestiti che s'incrociano,

Vedo i cani che anche loro esistono,

E tutto questo mi pesa come una condanna all'esilio,

E tutto questo è straniero, come ogni cosa.

Ho vissuto, studiato, amato, e persino creduto,

E oggi non c' è mendicante che io non invidi solo perché non è me.

Di ciascuno guardo i cenci e le piaghe e la menzogna,

E penso: magari non ho mai vissuto, né studiato, né amato, né creduto

(Perché si può creare la realtà

di tutto questo senza fare nulla di tutto questo);

Magari sei solo esistito, come una lucertola cui tagliano la coda

E che è irrequietamente coda al di qua della lucertola.

Ho fatto di me ciò che non ho saputo,

E ciò che avrei potuto fare di me non l'ho fatto.

Il domino che ho indossato era sbagliato.

Mi hanno riconosciuto subito per quello che non ero e non ho smentito, e mi sono perso.

Quando ho voluto togliermi la maschera, era incollata alla faccia.

Quando l'ho tolta e mi sono guardato allo specchio, ero già invecchiato.

Ero ubriaco, non sapevo più indossare il domino che non mi ero tolto.

Ho gettato la maschera e dormito nel guardaroba

Come un cane tollerato dai gestori perché inoffensivo

E scrivo questa storia per dimostrare di essere sublime.

Essenza musicale dei miei versi inutili,

Magari potessi incontrarmi come una cosa fatta da me,

E non stessi sempre di fronte alla Tabaccheria qui di fronte,

Calpestando la coscienza di stare esistendo,

Come un tappeto in cui un ubriaco inciampa

O uno stoino rubato dagli zingari che non valeva niente.

Ma il Padrone della Tabaccheria s'è affacciato all'entrata ed è rimasto sulla porta.

Lo guardo con il fastidio della testa piegata in malo modo

E con il fastidio dell' anima che distingue male.

Lui morirà ed io morirò. Lui lascerà l'insegna, io lascerò dei versi.

A un certo momento morirà anche l'insegna, e anche i versi.

Dopo un po' morirà la strada dov'era stata l'insegna,

E la lingua in cui erano stati scritti i versi.

Morirà poi il pianeta ruotante in cui è avvenuto tutto questo.

In altri satelliti di altri sistemi qualcosa di simile alla gente

Continuerà a fare cose simili a versi vivendo sotto cose simili a insegne,

Sempre una cosa di fronte all'altra,

Sempre una cosa inutile quanto l'altra,

Sempre l'impossibile, stupido come il reale,

Sempre il mistero del profondo

certo come il sonno del mistero della superficie,

Sempre questo o sempre qualche altra cosa o né l'uno né l'altra.

Ma un uomo è entrato nella Tabaccheria (per comprare tabacco?),

E la realtà plausibile improvvisamente mi crolla addosso.

Mi rialzo energico, convinto, umano,

Con l'intenzione di scrivere questi versi per dire il contrario.

Accendo una sigaretta mentre penso di scriverli

E assaporo nella sigaretta la liberazione da ogni pensiero.

Seguo il fumo come se avesse una propria rotta,

E mi godo, in un momento sensitivo e competente

La liberazione da tutte le speculazioni

E la consapevolezza che la metafisica

è una conseguenza dell'essere indisposti.

Poi mi allungo sulla sedia e continuo a fumare.

Finche il Destino me lo concederà, continuerò a fumare.

(Se sposassi la figlia della mia lavandaia magari sarei felice.)

Considerato questo, mi alzo dalla sedia. Vado alla finestra.

L'uomo è uscito dalla Tabaccheria

(infilando il resto nella tasca dei pantaloni?).

Ah, lo conosco: è Esteves senza metafisica.

(Il Padrone della Tabaccheria s'è affacciato all'entrata.)

Come per un istinto divino Esteves s'è voltato e mi ha visto.

Mi ha salutato con un cenno, gli ho gridato Arrivederci Esteves!, e l'universo

Mi si è ricostruito senza ideale nè speranza,

e il Padrone della Tabaccheria ha sorriso.

 

VERSO LA POESIA ALLA RICERCA DI SENSO – Recensione

 verso la poesia alla ricerca di senso 

Titolo: Verso la poesia alla ricerca di senso

Autore: Lama M. Carmen

Editore: Aletti

Prezzo: € 18.50

Collana: Saggistica Aletti

Data di Pubblicazione: Novembre 2010

ISBN: 8864984453

ISBN-13: 9788864984452

Pagine: 296

 

Dalla realtà evanescente, liquida, ma anche risonante e appassionante di alcuni siti e blog quasi essenzialmente di poesia, quanto mai opportuna, si alza una voce generosa che segna il passo, fa il punto.

Cosa stiamo facendo? Che senso c’è in questo indefesso lavorare e darsi?

 

Il pensiero dell’autrice di scrivere una esegesi della poesia, nato anche dal desiderio di offrire visibilità  ad alcuni autori contemporanei, dalle cui opere è stata profondamente com-mossa,  sceglie un percorso  che, dalle origini della riflessione sull’essenza della poesia, possa condurre il lettore, pietra miliare dopo pietra miliare, attraverso l’intricato bosco dell’ispirazione poetica e della riflessione sulla stessa, fino ai nostri giorni; lo scopo dichiarato è quello di fare almeno un po’ di luce su che cosa sia davvero la poesia e come la si possa raggiungere sia da fruitori che da creatori.

A questo proposito, sembra che l’autrice sparga per noi le briciole di Pollicino, ogni briciola una definizione dell’arte poetica, mai esaustiva ma illuminante qualche aspetto e, se le raccogli tutte, giungi a casa, cioè ad un pieno di pensieri che l’autrice ha scelto per te, suggerendoti di lavorarci su, per arricchirti e proseguire più sicuro nella faticosa ed esaltante attività di scrittura/lettura poetica, che hai scelto o dalla quale sei stato scelto.

 

Il testo, come annunciato dal titolo, si divide in due parti.

La prima ( Verso la poesia ) è di ricerca teoretica e riporta, discutendolo, il pensiero critico intorno alla poesia e sulla stessa in rapporto alla filosofia, alla metafisica, all’etica e alla mistica, di alcuni autori classici e non ( Orazio, Parini, Leopardi, Mallarmé, Valéry, Emerson, Pascoli, Pozzi, Queneau, Cvetaeva, Carducci, Saba, Montale, Luzi, Zambrano). Già ad una prima e superficiale lettura, il lettore, confrontandosi con le loro poetiche, può avere più chiaro  quale potrebbe essere la sua, oppure scegliere quella che gli è più congeniale. Ad esempio, per quanto mi riguarda, credo che ogni autore citato presenti una “sua” condivisibile verità, ma ho sentito più vicino ai miei intenti la poetica di Pascoli e le riflessioni della Zambrano ( Verso un sapere dell’anima, il saggio di Zambrano cui fa riferimento l’autrice, sarà di sicuro il prossimo libro che leggerò ) sull’interscambio tra filosofia e poesia e sulla “semplicità” comunicativa, conquistata con esercizio e studio, come fine ultimo da raggiungere (   … un componimento che appaia in tutta la sua semplicità e profondità, dove ogni piccola sfumatura funzioni come chiave per aprire un significato o un senso e come luce per illuminare un passaggio… pag.147 )

 

Nella seconda parte ci troviamo di fronte ad alcune opere poetiche di autori del Novecento e contemporanei, che l’autrice commenta con umile e appassionata maestria, penetrandole con uno scavo profondo che la conduce ad entrare nell’anima degli autori e a sentirli con intensità, come accade solo quando ci si incontra davvero.

Lascio ai lettori la piacevole sorpresa, che è stata anche la mia, sull’identità degli autori presenti; sicuramente ognuno troverà almeno una voce nota o meno nota, che risuona più delle altre nel suo immaginario poetico e sarà contento nel vederla citata e discussa.

Sono pagine piacevoli, illuminanti, in alcune parti pervase di poesia; del resto, per quanto il critico scavi con umiltà e sapienza, il suo lavoro resta comunque un tentativo ragionevole di avvicinamento alla piccola immensità che il poeta ha comunicato e ciò che ne scaturisce  è ancora una visione soggettiva, a sua volta poetica. 

 

Se dovessi definire il libro con una metafora, direi che è una miniera ricchissima, dove ogni pensiero distillato (dei vari autori citati ma anche dell’autrice, pure lei scrittrice di poesie, aquesto proposito segnalo: Lei parlava – pag.144) è una pietra preziosa da osservare attentamente, tenere tra le mani, specchiarcisi e lasciare al suo posto, perché altri possano fare altrettanto. E’ un luogo che stimola alla ricerca personale, affinché ognuno affondi nella terra fertile del pensiero umano e si crei la propria personale miniera.

Aggiungo che “cercare” insieme all’autrice è stato come ripercorrere me stessa in viaggio poetico, trovare consolazione ai miei sperdimenti e alle mie paure di destabilizzazione; “ ah, era solo poesia” mi sono sussurrata più volte; forse lo sapevo già o lo avevo intuito e poi dimenticato e poi intuito di nuovo…ma vederlo scritto, in qualche modo oggettivizzato, come percorso che appartiene a tutti coloro che entrano nel magma di senso poetico, è di grande sollievo.

Questo, per me, il “senso” che l’autrice cercava ed ha trovato: regalarci la consapevolezza di ciò che ognuno di noi sta facendo, spesso in preda a frenesie, cadute, ascesi, illuminazioni, tormenti, ripensamenti, elevazioni, auto-crocifissioni.

 

Infine, fuor di metafora, ritengo che sia un libro “utile” non solo per i poeti e gli apprendisti poeti, ma anche per gli insegnanti e gli alunni degli Istituti Superiori e delle Facoltà Umanistiche, e per tutti coloro che desiderino approfondire il discorso intorno alla poesia.

Questo bel saggio, difficile da tenere in mente nella sua totalità per l’entità di materiale che contiene, chiaro e in nessun caso noioso, non resterà chiuso da qualche parte nella mia casa; so che lo aprirò spesso, ogni volta che avrò bisogno di rassicurarmi o  di approfondire un’idea o di riferirmi ad un autore.

Nel concludere vorrei segnalare una “perla” che si trova all’interno del Dibattito sulla poesia, tenutosi nel sito http://www.poetare.it: le considerazioni sulla poesia di Giovanni Sciacovelli.  (pag.97 e segg.)

Con un linguaggio cristallino per concisione e chiarezza, Sciacovelli si esprime, in base alla sua esperienza, su ciò che è per lui poesia e su quanta poesia possiamo trovare in una raccolta e su come ogni singolo testo sia una monade da trattare con cura e attenzione. Ma va letto, perché è davvero una bellezza.

 

CONDIVIDENDO: Fervor de Buenos Aires

 Jorge Luis Borgesl 

Jorge Luis Borges

FERVORE DI BUENOS AIRES

Adelphi – Milano, 2010

è un libretto prezioso.

Presenta le prima raccolta di poesie di Borges,  rivisita e corretta dallo stesso autore nel 1969,

Non ho riscritto il libro. Ne ho mitigato gli eccessi barocchi, ho limato le asperità, ho cancellato sentimentalismi e vaghezze…nel corso di questo lavoro…ho sentito che il ragazzo che nel 23 lo aveva scritto era già essenzialmente – ma che vuol dire essenzialmente? – il signore che adesso si rassegna o corregge. Siamo entrambi la stessa persona; entrambi diffidiamo del fallimento e del successo; delle scuole letterarie e dei loro dogmi; entrambi veneriamo Schopenhauer, Stevenson e Whitman…” )  pubblicata in proprio nel 1923. Trecento copie distribuite agli amici e – come racconta nell’appendice – infilate di nascosto nelle tasche dei cappotti dei frequentatori di Nosotros.

Il libro si compone di 33 testi, di altri 16 in appendice ed è corredato da prologo e note.

Se ne esce con la sensazione di una ciudad quasi irreale tra tramonti, albe, patii, sguardi che da essi si allungano verso la madreselva e la pampa, visioni a distanza di Benares, assenze, noia, case “come candelabri dove le vite degli uomini ardono come candele isolate”.

E l’autore sorride, salutandoci dal prologo: mi proposi di cantare una Buenos Aires di case basse e, a occidente o a sud, di ville con inferriate. A quel tempo cercavo i tramonti, i sobborghi e l’infelicità; ora cerco i mattini, il centro e la serenità.

Amanecer

 

En la honda noche universal

que apenas contradicen los faroles

una racha perdida

ha ofendido las calles taciturnas

como presentimiento tembloroso

del amanecer horrible que ronda

los arrabales desmantelados del mundo.

Curioso de la sombra

y acobardado por la amenaza del alba

reviví la tremenda conjetura

de Schopenhauer y de Berkeley

que declara que el mundo

es una actividad de la mente,

un sueño de las almas,

sin base ni propósito ni volumen.

Y ya que las ideas

no son eternas como el mármol

sino inmortales como un bosque o un río,

la doctrina anterior

asumió otra forma en el alba

y la superstición de esa hora

cuando la luz como una enredadera

va a implicar las paredes de la sombra,

doblegó mi razón

y trazó el capricho siguiente:

Si están ajenas de sustancia las cosas

y si esta numerosa Buenos Aires

no es más que un sueño

que erigen en compartida magia las almas,

hay un instante

en que peligra desaforadamente su ser

y es el instante estremecido del alba,

cuando son pocos los que sueñan el mundo

y sólo algunos trasnochadores conservan,

cenicienta y apenas bosquejada,

la imagen de las calles

que definirán después con los otros.

¡Hora en que el sueño pertinaz de la vida

corre peligro de quebranto,

hora en que le sería fácil a Dios

matar del todo Su obra!

 

Pero de nuevo el mundo se ha salvado.

La luz discurre inventando sucios colores

y con algún remordimiento

de mi complicidad en el resurgimiento del día

solicito mi casa,

atónita y glacial en la luz blanca,

mientras un pájaro detiene elsilencio

y la noche gastada

se ha quedado en los ojos de los ciego



….

Nella profonda notte universale

Che a stento contraddicono i lampioni

Una folata solitaria ha offeso

Le strade taciturne

Come un presentimento inquieto

Dell’albeggiare orribile che assedia

Gli smantellati sobborghi del mondo.

Attento all’ombra

E intimorito dalla minaccia dell’alba

Rivissi la tremenda congettura

Di Schopennhauer e di Berkeley

Che afferma essere il mondo

Un atto della mente,

un sogno delle anime,

senza base o intenzione o volume.

E visto che le idee

Non sono eterne come il marmo

Bensì immortali come un bosco o un fiume,

tale dottrina assunse all’alba

una diversa forma

e la superstizione di quell’ora

quando la luce come un rampicante

s’avvolge alle pareti dell’ombra,

piegò la mia ragione

e tracciò il capriccio seguente:

se le cose sono prive di sostanza

e questa numerosa Buenos Aires

non è che un sogno

che in condiviso sortilegio erigono le anime,

dev’esserci un istante in cui

la sua esistenza è smisuratamente a rischio

ed è l’istante trepido dell’alba,

quando sono pochi a sognare il mondo

e solo qualche nottambulo conserva,

cenerina e abbozzata appena,

l’immagine delle strade

che poi definirà con gli altri.

Ora in cui il sogno ostinato della vita

Corre il pericolo d’infrangersi,

ora in cui sarebbe facile a Dio

distruggere del tutto la Sua opera!

 

Ma un’altra volta il sogno si è salvato.

La luce scorre e inventa sudici colori

E con qualche rimorso

D’essere stato complice nella rinascita del giorno

Raggiungo la mia casa,

attonita e glaciale nella luce bianca,

mentre un uccello trattiene il silenzio

e la notte consumata

è rimasta negli occhi dei ciechi.

  

Deve aver provato una vertigine immensa il giovane poeta che nel 1921 o 22  ( aveva circa 22/23 anni ) camminava solitario e pensoso le strade notturne di Buenos Aires. La suggestione del silenzio, i pensieri dei filosofi più amati, le folate di vento che s’insinuavano nelle tenebre, quasi facendo presagire l’arrivo della luce, gli comunicavano potente il senso dell’irrealtà, il capovolgimento dei significati: la città esiste perché gli uomini la pensano perché le anime la sognano e se, come succede all’alba, sono in pochi a sognarla, allora si corre il rischio che essa scompaia. Se qualche anno prima Rilke accusava la coscienza umana della propria sofferenza, qui è l’esistenza della realtà del mondo ad essere messa in discussione. E mi sembra di vedere Jung, nella savana, contemplare il mondo primordiale che non ha coscienza di esistere e quindi non esisterà fintantoché l’uomo, con la sua coscienza, non lo ri-creerà.

 

Trovo questa poesia un capolavoro non solo e non tanto per il pensiero che esprime, ma per le espressioni e le immagini che offre

Pero de nuevo el mundo se ha salvado.


ed è come riprendere a respirare dopo tanta sospensione e sperdimento.

 

 

 

 

 

CONDIVIDENDO: OHHHHH!

 
  forugh farrokhzad
Spesso mi accadano piccoli fatti che mi stupiscono quasi fossero segni rivelatori, risposte un po’ sibilline a quanto sono andata pensando, senza trovare conclusioni, durante la settimana. Succede quasi sempre di sabato, quando ho più tempo per dedicarmi alle letture.
Anche questa settimana mi sono sorpresa.

Ultimamente mi chiedevo perché nessuna poetessa "laureata", italiana o straniera che fosse, mi facesse impazzire e mi dicevo che dovevo soffrire di  una strana e inconsapevole resistenza nei confronti delle donne e invece… c'è… 
 
Ho aperto a caso una rivista di poesia e mi sono trovata di fronte ad un poemetto femminile che mi ha fatto sobbalzare. Ohhhh!
E chi la conosceva Forugh Farrokhzad, poetessa persiana del secondo Novecento, io certamente no.  
E’ stata empatia a prima, superficiale lettura: una donna che mi commuove a fondo, una poeta grande.
Ho letto le poesie della rivista, quelle cercate e trovate in internet e tutte, dico tutte, mi hanno parlato con la lingua senza tempo dei poeti. Cosa mi piace?
Il senso di libertà contrapposto alla costrizione, la passionalità, la ricerca del senso del vivere; ma soprattutto lo stile, moderno e, al contempo, antico, a volte quasi biblico; la semplicità dei versi e la forza delle iterazioni che si fissano nella memoria.
 Molto ho da ricercare e leggere su Forugh prima di farmi un’idea chiara, precisa e approfondita della sua poetica, per ora desidero condividere il mio entusiasmo regalandovi:
 

 
Solo la voce resta
 

Perché fermarmi, perché?
Gli uccelli sono partiti in cerca di una direzione azzurra.
L’orizzonte è verticale,
L’orizzonte è verticale e il movimento: zampillante
E al limite del visibile
Ruotano, luminosi, i pianeti.
Alle altitudini, la terra rinnova il suo ciclo,
I pozzi d’aria
Si trasformano in tunnel di collegamento
Ed il giorno è una distesa
Che le limitate idee del verme del giornale non racchiudono.
 
Perché fermarmi?
La rotta passa attraverso i capillari della vita.
La fertile atmosfera del grembo lunare
Eliminerà le cellule contaminate
E, all’alba, nello spazio chimico,
Solo la voce,
La voce sarà assorbita dalle particelle del tempo.
Perché fermarmi?
 
Che può essere la palude?
Che può essere, se non il luogo della deposizione delle uova dei putridi insetti?
I cadaveri enfiati scrivono i pensieri dell’obitorio.
L’imbelle, nell’ombra,
Ha celato la sua mancanza di virilità.
E lo scarafaggio, oh,
Quando parla lo scarafaggio!
Perché fermarmi?
L’opera delle lettere di piombo è vana,
Non salverà l’umile pensiero.
Io sono della stirpe degli alberi,
Respirare aria stagnante mi deprime.
Un uccello, che è perito, mi consigliò di rammentare il volo.
 
La meta di tutte le forze è di ricongiungersi, ricongiungersi
Alla chiara essenza del sole
E riversarsi nello spirito della luce.
È naturale
Che i mulini a vento marciscano.
Perché fermarmi?
Le verdi spighe di grano,
Io le porto al seno
E le allatto.
 
La voce, la voce, solo la voce.
La voce dell’insito desiderio dell’acqua di scorrere,
La voce della cascata di luce stellare sulla parete della femminilità della terra,
La voce della coagulazione del seme del pensiero
E l’effusione della memoria comune dell’amore.
La voce, la voce, la voce, solo la voce resta.
 
Nel paese degli gnomi
I criteri di valutazione
Hanno sempre gravitato nell’orbita dello zero.
Perché fermarmi?
Io obbedisco ai quattro elementi,
Il compito di redigere lo statuto del mio cuore
Non è compito del locale governo di ciechi.
 
Che cosa ho a che fare io con il prolungato mugolio bestiale
Nell’organo sessuale dell’animale?
Che cosa ho a che fare io con l’umile movimento del verme nel vuoto della carne?
La linea di sangue dei fiori mi ha forzato a vivere.
Conoscete la linea di sangue dei fiori?

  Forugh Farrokhzad
 
 

 
 
 

Condividendo

I paesaggi dei poeti

 

Mattino alla finestra
 
Sbattono piatti da colazione nelle cucine del seminterrato, 

E lungo i marciapiedi che risuonano di passi 

Scorgo anime umide di donne di servizio 

Sbucare sconsolate dai cancelli che danno sulla strada.
 
Ondate brune di nebbia levano contro di me

Volti contorti dal fondo della strada, 

Strappano a una passante con la gonna inzaccherata 

Un vacuo sorriso che s'alza leggero nell'aria 

E lungo il filo dei tetti svanisce.

Thomas Stearns Eliot
 
 
II. RITORNO


SALGO (nello spazio, fuori del tempo)

 la verna

L’acqua il vento

La sanità delle prime cose –
Il lavoro umano sull’elemento

Liquido – la natura che conduce

Strati di rocce su strati – il vento

Che scherza nella valle – ed ombra del vento

La nuvola – il lontano ammonimento

Del fiume nella valle –
E la rovina del contrafforte – la frana

La vittoria dell’elemento – il vento

Che scherza nella valle.
Su la lunghissima valle che sale in scale

La casetta di sasso sul faticoso verde:

La bianca immagine dell’elemento.

 
La tellurica melodia della Falterona. Le onde telluriche.

L’ultimo asterisco della melodia della Falterona s’inselva nelle nuvole. Su la costa lontana traluce la linea vittoriosa dei giovani abeti, l’avanguardia dei giganti giovinetti serrati in battaglia, felici nel sole lungo la lunga costa torrenziale. In fondo, nel frusciar delle nere selve sempre più avanti accampanti lo scoglio enorme che si ripiega grottesco su sè stesso, pachiderma a quattro zampe sotto la massa oscura: la Verna. E varco e varco. Campigno: paese barbarico, fuggente, paese notturno, mistico incubo del caos. Il tuo abitante porge la notte dell’antico animale umano nei suoi gesti. Nelle tue mosse montagne l’elemento grottesco profila: un gaglioffo, una grossa puttana fuggono sotto le nubi in corsa. E le tue rive bianche come le nubi, triangolari, curve come gonfie vele: paese barbarico, fuggente, paese notturno, mistico incubo del Caos.

 
Dino Campana
 
 
Nello Iowa
 
Nello Iowa una volta, tra i Mennoniti
in una fitta tormenta, portato tutto il pomeriggio
attraverso un nevischio che tempestava il parabrezza
e dall’energico andirivieni assolutorio del tergicristallo,
 
vidi, abbandonata nello spazio aperto di un campo
dove lo sfibrato granoturco segnava la neve,
una moto – falciatrice. La neve colmava il sedile di ferro,
accumulava su ogni ruota un grosso sopracciglio bianco
 
e toglieva smalto al grasso dei neri ingranaggi dentati.
In verità uscii da quella desolazione
come un non battezzato che aveva conosciuto la tenebra
alla terza ora e il velo squarciato.
 
Nello Iowa, una volta. Tra la fanghiglia, il fiotto e il fischio
di acque non divise ma in ascesa.
 
Seamus Haeney
 

Buon Natale

Rilke: il meleto

 
Vieni appena dopo che il sole è sceso, guarda
questo sprofondo di verde sulla serotonina distesa di prato:
non è come se da tempo avessimo raccolto
e immagazzinato in noi un qualcosa che
 
dal sentimento e dal sentimento ricordato,
da nuova speranza e da gioie mezzo dimenticate
e da un buio dentro di queste pervase,
scaturisce in pensieri maturi come frutti caduti e sparsi
 
qui, sotto alberi come alberi in una xilografia di Durer –
pencolanti, potati, la coltivazione degli anni
gravida in loro sino all’apparire dei frutti –
pronti a servire, provvisti di pazienza, radicati
 
nella consapevolezza che per quanto oltre
misura o attesa, tutto deve essere
raccolto e reso, quando di buon grado una lunga vita
si attacca a quanto è voluto e cresce con muta risoluzione.

( SEAMUS HEANEY )

CONDIVIDENDO

 
 
 
 
Seamus Heaney è un poeta che ho scoperto da poco e che apprezzo molto per lo stile e le tematiche. Vi propongo la lettura di una sua perla.
 
 
 
Piantare l’ontano
 
Per la corteccia, argento opaco, avvolta
collare di colomba.
 
Per le foglie guizzanti, sgocciolanti
tremolanti di pioggia.
 
Per il tozzo e il grumo dei primi coni verdi,
smeraldo fuso, clorofilla.
 
Per il rapido rotolare dei coni in inverno,
pelle e sonagli, friabilità di fossile.
 
Per il legno d’ontano, fiamma rossa se strappato
ramo da ramo.
 
Ma soprattutto per i riccioli dondolanti
degli amenti gialli,
 
piantalo, piantalo,
testa ondeggiante nella pioggia.
 
 
Da District e Circle di SEAMUS HEANEY