Frontiera due di Giulio Piero Baricci

GIULIO PIERO BARICCI

FRONTIERA DUE

EDIZIONI DON CHISCIOTTE

CITTA’ DELLA PIEVE 2015

Pag. 405
Prezzo 15,00€

“Finita l’espansione, la contrazione invertirà la direzione del tempo: il senso di un futuro lontano sarà quello di ritornare al passato.”

Ero un po’ spaventata nell’entrare in questo romanzo per il rilevante numero di pagine, tuttavia sapevo che il libro parlava dei miei luoghi e soprattutto di quelli della mia gente perciò mi sono fatta coraggio e sono entrata. E mai, negli ultimi anni, ingresso in un libro di narrativa è stato più sorprendente. Sarà per le espressioni che aprono i vari quaderni-capitoli, (citazioni dai testi dei cantautori italiani dell’ultimo Novecento che amo anch’io), sarà per l’approccio storico-scientifico-animistico-poetico che fin dall’inizio vi si respira, sarà per i dialoghi che riportano il linguaggio delle popolazioni della Val di Chiana e che mi ricorda continuamente la parlata dei miei avi, ma è come se fossi entrata a casa mia, una casa lontana, quasi dimenticata, eppure ancora vitalissima.

Forse sono entrata pure nella casa della letteratura italiana. Infatti, come nella nostra migliore tradizione letteraria, l’autore immagina che le storie siano state “solo ritrovate” in una vecchia casa; come nel Decamerone, le novelle (perché di un “novellare” si tratta) sono legate da una cornice sia pure più nebulosa e intricata; come in Bertoldo e Bertoldino viene spesso messo in risalto l’acume del contadino teso a difendere la sua sopravvivenza; non solo, l’intera narrazione è arricchita da riferimenti puntuali (nonché citazioni) alle opere di numerosi autori di ogni luogo e tempo, tanto da far pensare alla cattedrale di Gaudì: come La Sagrada Familia si ispira genialmente a tutte le cattedrali gotiche del passato e ne esce opera d’arte indiscussa e del tutto originale, così questo romanzo prende spunto e rielabora strutture narrative di molti testi classici e tuttavia risulta avere una sua propria spiccata identità.
E’ senz’altro un libro inconsueto, a tratti romanzo storico, a tratti -per le vicende affabulate in forma poetica e visionaria – di realismo magico, a tratti romanzo didascalico. L’autore biologo, geologo, antropologo, botanico, agronomo dà prova di appassionata erudizione, mostrando di divertirsi molto ad impastarla con umorismo e ironia.
Come già accennato, nell’incipit finge di aver ritrovato 14 quaderni muffiti e in parte lacerati tra le rovine di Frontiera due, una leopoldina crollata alla fine del Novecento in seguito ad una scossa di terremoto. Immagina che le storie contenute nei quaderni siano state raccontate dallo spirito della casa e dal barbone Mario, conoscitore dei luoghi e delle genti, “vero ossimoro di spirito e materia,” che possiede “la chiave magica, l’unica che poteva aprire lo scrigno arrugginito della memoria”. E subito dopo ci offre anche la chiave per capire con quale spirito siano state scritte, dichiarando che le ha lasciate “fluire dentro di sé così come si erano presentate, disperse o aggrovigliate, palesi o arcane, possibili o assurde”.
Con questo spirito narra circa tre secoli di storia della Val di Chiana e della sua metamorfosi da territorio di palude a quello di territorio bonificato (la vita nella palude, il sistema delle colmate, l’uso delle sanguisughe, il sistema della mezzadria, l’allevamento del baco da seta…), con tutte le conseguenze che ciò ha comportato per tutti i viventi del territorio.
Le vicende si presentano in un intreccio spazio temporale che disorienta e assume valore metaforico: il libro è come la vecchia palude chianina, fitto di vegetazione, intricato, gremito di vite; i personaggi umani (che siano padroni o contadini) emergono dal tempo recente o lontano, salgono alla superficie, vengono illuminati dalla penna dello scrittore nella loro essenza storica e psicologica e riaffondano inesorabilmente nella melma. Il lettore ci si perde, in una finzione che sembra realtà e in una realtà che sembra finzione. Ne sortisce l’epica del mondo contadino e un notevole affresco di civiltà. Memorabili restano personaggi come Sauro il Lanzichenecco, Treppì, il Miocio già Miniera, Mario della Serra, Corinna, Don Giustino, il garibaldino Beppe dei Sorbelli 729esimo dei 1000, il Finta, Bricco, Giulia, Dorina, Rosa, il muto Sorbello, Baffone; altrettanto memorabili certi brain storming di cervelloni del XVIII secolo o di cervellini del XX.
Alla fine ci rendiamo conto di essere stati immersi in un’opera frutto di un’approfondita ricerca storico-scientifica, di un amore appassionato per la terra della Val di Chiana e, soprattutto, di una visione filosofica dell’esistenza, in cui l’uomo non è l’eroico dominatore del mondo ma uno dei tanti viventi che cerca, con vari e originali strattagemmi di sopravvivenza, di adattarsi alle condizioni ambientali. Ed è soprattutto un libro di poesia in cui ogni cosa viene animata e personificata dalle spighe di granturco al baco da seta, e perfino resa simbolo e allegoria come nella enigmatica e surreale vicenda di Sorbello.
Si legge velocemente una prima volta, nella tensione di capire dove l’autore voglia andare a parare e quale fine facciano i vari personaggi, poi si vuole rileggere lentamente per gustarne ogni singola pagina ricolma di osservazioni, riflessioni, considerazioni, storie popolari vere, verosimili e fantastiche. Una miniera di informazioni da scavare e gustare lentamente, perché anche il ricordo di un millenario sistema di vita non scompaia inghiottito dalla palude del tempo. Un libro per una popolazione: i vecchi che ancora ricordano, i giovani che ci vivono e ci lavorano ma spesso non sanno, quelli che nasceranno per conoscere le proprie radici.
Ora – come afferma Frontiera due poco prima di crollare – “ …Nessuno potrà più rinnegare o far finta di ignorare ciò che è stato rivisitato. Trascorse nel dramma, nella farsa o nella commedia a volte brillante a volte grottesca, quelle esistenze erano state vissute e come tali andavano raccontate, perché avevano, e hanno, il diritto di non essere mai dimenticate.”

(Franca Canapini)

LA PETITE POUCETTE

MICHEL SERRES

NON E’ UN MONDO PER VECCHI

Bollati BORINGHIERI

Torino, 2013

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Ho trovato una breve informazione dell’esistenza di questo libro in una rivista cartacea: il filosofo francese Michel Serres, ultraottantenne e tuttora insegnante di Storia della Scienza alla californiana Stranford University, nel 2012 ha pubblicato La petite Poucette, un saggio dedicato alle nuove generazioni “digitali”, delle quali spiega con empatia i comportamenti sociali e li legittima.

Appena l’ho avuto tra le mani, mi sono collegata in Rete per leggere la biografia di Serres; da essa, con pochi click di mause, sono entrata nelle pagine della fiabe di Andersen e dei fratelli Grimm(dalle quali il libro trae il titolo) e, tanto c’ero, me le sono lette in francese per il solo piacere di rinfrescarlo.
Come nella leggenda di San Dionigi (citata da Serres nel cap. Scuola. Paragr. la testa di Pollicina), così facendo, ho preso tra le mani “la mia testa decapita “(computer=sede dei saperi) per cercare delle informazioni non tanto per memorizzarle, ma per usarle in un lavoro creativo: questo scritto.

Premessa necessaria la mia, per dire quanto mi senta “in linea”, “connessa” con il pensiero dell’autore che, ben lungi dallo stigmatizzare il comportamento disattento, vociante e disimpegnato degli studenti ce ne spiega i motivi e ci indica come il mondo di geometrie a cui siamo abituati da secoli stia diventando del tutto inadeguato a rispecchiare i nascenti paradigmi sociali, ai quali, senza quasi accorgercene, ci stiamo approcciando anche noi vecchi (vedi il mio comportamento descritto sopra).

“Non più villaggi, non più vicini e riti di appartenenza, non più attività in armonia con la natura. Viviamo immersi in un’epoca totalmente nuova dove anche la morte fisica non è certa, se basta un massaggio cardiaco a riattivare il cuore. Niente sembra più sicuro in una società globalizzata (non le fedi politiche, culturali, religiose) e a tal punto tecnologizzata da estraniare dalla realtà vicina. Ho scoperto, solo per fare un piccolo esempio, che i miei alunni non sanno cosa siano ginestre ed eriche, eppure conoscono benissimo gli ultimi giochi elettronici e i saperi che veicolano…Viviamo in una rivoluzione e difficilmente ne possiamo azzardare un giudizio. Viviamo dentro una rivoluzione tecnologica e difficilmente ne possiamo misurare la portata…” Affermavo in un’intervista del 2010. Nel frattempo anche la mia immersione nella tecnologia, che allora mi sembrava sorprendente, è diventata normalità e sicuramente mi ha cambiata nel modo di cercare conoscenza, imparare e pensare; e qualche riflessione su quella “portata” me la sono fatta, ma che sollievo! trovarla chiarita, dolcemente spiegata, entusiasticamente accettata in questo denso librino di nemmeno 80 poetiche pagine!
Pollicina/o non vivono più in compagnia degli animali, non vivono nella stessa terra, non hanno più lo stesso rapporto con il mondo. Abitano la città. Abitano un mondo pieno (in una generazione siamo stati sbalzati da due miliardi a 7 miliardi di persone). Hanno una prospettiva di vita di circa 80 anni. Non hanno conosciuto la guerra. Beneficiano di una medicina che li fa soffrire meno dei predecessori. La loro nascita è programmata. Mentre i predecessori studiavano in classi culturalmente omogee, per i pollicini la multiculturalità è la regola. Quale letteratura, quale storia sono in grado di comprendere, beati…senza aver sperimentato, soffrendo, l’urgenza vitale di una morale?
L’orizzonte temporale dei loro avi comprendeva alcune migliaia di anni; il loro, ormai sconfinato, risale alla barriera di Planck.
Sono formattati dai media, dalla pubblicità, dalla società dello spettacolo, che eclissa la scuola e l’università. Abitano il virtuale e l’uso dei nuovi strumenti non eccita gli stessi neuroni né le stesse zone corticali attivati da libri, lavagne e quaderni. Tramite cellulare, Gps e Rete abitano uno spazio topologico di vicinanza.
“Senza che ce ne accorgessimo, – riflette l’autore – in un breve intervallo di tempo- quello che ci separa dagli anni settanta del Novecento – è nato un nuovo umano. Lui e lei non hanno più lo stesso corpo, la stessa speranza di vita, non comunicano più allo stesso modo, non vivono più nella stessa natura, non abitano più lo stesso spazio…lui e lei apprendono in un altro modo. …Sono diventati tutti e due “individui”…le appartenenze (reclutate dalle ideologie) sono svanite. Come atomi senza valenza, i ragazzi sono nudi.

Questo individuo “non appartenente” ha bisogno di inventare nuovi legami. Gli insegnanti non possono più pretendere di dispensare un insegnamento all’interno di contesti tipici di un’epoca che essi non riconoscono più. Attraverso la Rete il Sapere è sempre e ovunque già trasmesso e oggettivato e diffuso, e ciò non rende desueti solo i vecchi metodi d’insegnamento, ma anche tutte le Istituzioni sociali che “somigliano alle stelle di cui riceviamo ancora la luce, ma che secondo il calcolo degli astrofisici sono già morte da tempo”.

E qui mi fermo resistendo al desiderio di riassumere tutto il saggio e lasciando a chi vorrà leggerlo il piacere di confrontare il suo pensiero con quello dell’autore.

Aggiungo che, se la prima parte del libro è interessante, la seconda diventa ancora più coinvolgente, nello spiegarci tramite leggende, metafore, e lessico volutamente attinto dalla tecnologia, il nuovo modo di apprendere di Pollicina/o; e elogiando la serendipità, l’intuizione, l’intarsio, il pensiero procedurale.

Insomma, altro che sentirci delusi dagli atteggiamenti dei nostri studenti, figli e nipoti!, diamogli la possibilità di esprimersi con i loro nuovi metodi, supportiamoli rinnovando le nostre Istituzioni, collaboriamo con loro e guardiamoli con l’occhio benevolo e senza pregiudizi dell’autore che, sì, è vecchio fisicamente, ma ha una mente giovane, entusiasta e profetica.

La solitudine dei metrò di Carmelo Consoli

 

CARMELO CONSOLI

LA SOLITUDINE DEI METRO’

Prefazione di Paolo Ruffilli

LCE edizioni

Castelfranco Veneto 2014

9788898613137

… L’agosto era vampa/nell’ozio dei papaveri … 

Quest’ultima coinvolgente raccolta di poesie di Carmelo Consoli ha l’aspetto, per organicità, di un poema urbano corale, diviso in tre parti ( La solitudine dei metrò; Armonie e dissonanze- La vita in concerto; L’amore strepitoso) che scandiscono, in crescendo, l’impegno civile dell’autore e la sua riflessione sulla nostra civiltà contemporanea.

Il poeta, fattosi ultimo tra gli ultimi, anonimo tra gli anonimi, dà voce a quelli che sembrano non averla, gli invisibili: lavoratori urbani, disoccupati, emarginati.

Già dalle prime pagine un’espressione secca ed efficace ci precipita nella realtà delle periferie (che siano le Piagge di Firenze o Rogoredo di Milano poco importa) dove esseri umani e cose suonano insieme musiche stridenti: …Poi sale la sinfonia dei rasoi,/lo scroscio degli sciacquoni,/riparte il ballo degli ascensori/e un fiume di volti se ne va/…esce dai posti macchina, dalle porte a vetri,/dalle scale coi numeri e le lettere,/sfuma nel grigiore dei viali,/entra nella danza dei bus…

Appassionata è la denuncia del disagio provocato dal vivere troppo a contatto e troppo soli, troppo in fretta e troppo inquadrati dai riti quotidiani; ma anche troppo poveri di mezzi e chiusi in incomunicabili sogni.

…Sei nella solitudine dei metrò,/nei volti che emergono/ dal cilindrico cuore della terra/ o sfumano nei cunicoli dei tunnel/ingoiati dal nero delle stazioni…

Si corre con il pensiero alla poesia di Seamus Heaney, individuando somiglianze e differenze tra i due poeti:

…E così essere portato notte e giorno con loro/attraverso una terra a gallerie, unico relitto/ di tutto ciò cui appartenni, scagliato in avanti,/ riflesso in un finestrino reso specchio/ da sventrate mura di roccia./ Illuminate d’intermittenza. ( da District e Circle di Seamus Heaney)

Scorrono rapide le fotografie di tante persone (suonatori di strada, accattoni, i Cinesi di Brazzi, i Senegalesi, chi si è bruciato per disperazione…) inserite in un paesaggio triste e desolato, fatto di muri graffiti, tangenziali, linee urbane, scale mobili, bar della stazione: …La città dei poveri/vive nel cuore della sera,/si annida nelle mense della caritas,/riposa dentro i cartoni/al riparo tra i palazzi…

Intensi i versi che interpretano la desolazione della “Locomotiva del mare” (che da Santa Maria Novella deportò 300 Ebrei a Auschwitz) o quelli dedicati ai raccoglitori senza diritti di Rosarno o agli operai che cercano di difendere il posto di lavoro, manifestando in vetta alle torri fumarie: …Quassù dalle torri fumarie adesso/è la voce dei megafoni a squarciare la valle;/i fumi sciolti nelle inutili attese,/il cielo che quasi si tocca,/il vento una furia sui volti, tra le bandiere/…E’ così da mesi/…Non avremmo mai creduto di arrampicarci un giorno/ nella vertigine dei venti metri/nel ceruleo vuoto d’orizzonti,/scalare metro dopo metro il cilindro dei mattoni/ fino in cima, nell’aria sospesa dei giorni di lavoro/ a sventolare la dignità finita nel macero dei sogni…

Poesia dopo poesia, però, comincia a emergere anche l’intimità del poeta, che si ribella alla solitudine e all’alienazione dell’inurbato e cerca di recuperare e difendere il suo sogno di bellezza…Solo che stasera mi sfarinano negli occhi/arcobaleni e comete e ho il cielo in tasca…/Io evado da condomini e posti macchina,/ ritrovo muretti nero lava, capperi e limoni… Quella ritrovata nel ricordo struggente e affabulato di un altro tipo di vita fatto di controre, treni lenti, gente che si parla sulle porte. E’ un mondo quest’ultimo perduto che ancora preme nell’anima e al quale vorrebbe tornare. E vi torna almeno con la nostalgia del ricordo nell’ultima parte del libro, in cui rievoca paesaggi siciliani, esperienze adolescenziali e il suo “amore strepitoso” …Quell’estate era come essere/ formiche, bruchi immersi nell’oro/ della terra, nascosti tra le onde/ di un mare frusciante di spighe. / calammo nel grembo solare della piana,/avvampati di canicolare passione,/ saziati d’immensi bagliori,/emersi come file d’erba dalle zolle…

Puntualizzando l’inconciliabilità tra la realtà urbana e il sogno di una vita più naturale, il poeta denuncia il fallimento della modernità dove, alla conquista di un certo benessere materiale, non ha corrisposto il benessere dell’anima.

Ricordi? Mi dicevi: “vedi figlio mio/ tra queste zolle arse c’è il senso giusto della vita/fatica e oro dalla terra, azzurro nei respiri”…/Vedi, l’amore sta nel guardarsi sulle porte,/ volersi bene è darsi fiato…/ cantavi quell’aria di Modugno:/ “Meraviglioso è il mondo” e ti perdevi/tra piane di covoni e girasoli./Adesso dimmi padre mio:/ qual è il senso della vita ora che il paese/ è diventato città grigia e milioni di persone/ solcano autostrade, metropolitane/ con il cuore duro della sfida?…

Tale antitesi si evidenzia anche nello stile che si attaglia perfettamente alle due dimensioni psichiche; il linguaggio, secco e essenziale nell’esprimere la realtà del quotidiano urbano, diviene fortemente lirico nell’esprimere i ricordi di un mondo rurale e perduto, come la propria giovinezza, in cui … L’agosto era vampa/nell’ozio dei papaveri …

 

 

 

BENZINE

GINO PITARO

BENZINE

ENSEMBLE

ROMA, 2015
Pag.147
Prezzo: 12€

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“All’inizio c’è un luogo, un luogo di vita sul quale io voglio lavorare. Cerco di comprenderne, di coglierne in una sola volta ciò che ci si vede: lo spazio, la luce, i colori… e nello stesso movimento ciò che non si vede, che non si vede più: la storia, i ricordi sepolti, il carico simbolico…In questo luogo reale afferrato così nella sua complessità, io vado a iscrivere un elemento di finzione…”spiega in un’intervista, riferendosi alla sua opera, Ernest Pignon-Ernest, l’artista di Street art (Art urbain in Francia), autore dell’opera riprodotta sulla copertina di Benzine, ultimo romanzo di Gino Pitaro.

Se Pignon ha sparso nei vari luoghi “pasoliniani” di Roma, posters riproducenti uno scultoreo Pasolini che ostende il proprio cadavere, tenendolo tra le braccia, al fine di svelare l’essenza stessa di quello spazio, Pitaro, in questo suo ultimo lavoro di scrittura, dà l’impressione di voler perseguire il medesimo scopo.
L’autore, infatti, ha scelto un luogo, ne ha raccolto lo spazio, la luce, i colori e vi ha inserito un elemento di finzione. Luigi, il suo protagonista, che vive, studia, lavora tra il centro di Roma e Tivoli Bagni, è una fibra pulsante di quegli spazi e il suo intento principale, nel narrarci in prima persona la vicenda, è quello di renderceli interi nella loro complessità attuale e storica.
Lo spazio della “Tiburtina e dintorni”, sotto la lente d’ingrandimento di Luigi, si allarga a dismisura, riempiendosi di dettagli e di una miriade di personaggi; e sprofondando nel passato tramite informazioni storiche e confronti tra ieri e oggi. Il lettore s’immerge in una complessità socio-ambientale che, se avesse fisicamente e fugacemente visitato quei luoghi, non avrebbe potuto immaginare; ed è condotto nella realtà quotidiana di una periferia multietnica dove tutto è difficile, precario e disperante, ai limiti dell’assurdo: il lavoro, lo studio, le relazioni con gli amici, gli incontri(talvolta scontri) con la gente.

“…Questo inserimento mira allo stesso tempo a fare del luogo uno spazio plastico e a lavorarne la memoria, rivelando, perturbando, esacerbando la simbolica…”Continua Pignon…

Ed ecco che, a sorpresa, l’autore inserisce “l’elemento perturbante” che è anche l’evento principale del racconto, (da non anticipare in questa sede per non far perdere la tensione nella lettura), ma che è lì proprio con lo stesso scopo simbolico delle immagini di Pignon a dirci: qui non possiamo fidarci di nessuno, qui la banalità del male è pane quotidiano.
L’intreccio della storia perciò procede su due binari: da una parte la storia principale in cui ci sono cinque amici più o meno trentacinquenni che vivono una vicenda enigmatica con drammatico svelamento finale e dall’altra la narrazione di tanti piccoli eventi, tratti da un’esistenza corale e quotidiana, nell’università occupata come nel call center, nella metro come nei bus dei pendolari.
A contatto con un mondo, dove tutto risulta complicato e ogni scelta di esito incerto, la mente di Luigi è sottoposta a numerosi stimoli e vaga da un pensiero all’altro, apparentemente senza logica di causa effetto. Tuttavia sono proprio questi pensieri, resi con un linguaggio accattivante che è poi quello dei giovani colti, ma che mantengono un registro basso, popolare e multilingue, come si confà a una realtà multietnica, a renderci vitale la narrazione. Proprio questo linguaggio, infatti, pieno di humor, talvolta ironico, rende leggera e in molti punti pure divertente la vicenda narrata e ci svela la positività umana del protagonista. Anche la struttura del romanzo, diviso in capitoletti titolati, contribuisce ad alleggerire la materia di per sé seria e pesante, così la storia incuriosisce fino alla fine e non ti rendi nemmeno conto di aver letto il libro in un soffio. Ora ne sai di più dei “dintorni” di Roma e dei modi di vivere di molti giovani italiani contemporanei, urbanizzati e precari.

 

BIOGRAFIA

Gino Pitaro nasce a Vibo Valentia e abita a Roma. Nel suo percorso svolge varie attività, tra cui quella di redattore e articolista freelance e di documentarista indipendente. Nel 2011 esce il suo I giorni dei giovani leoni (Arduino Sacco Editore), che ottiene buoni riscontri di critica e diviene una delle opere underground più lette nel 2012. Babelfish, racconti dall’Era dell’Acquario è il secondo libro, con il quale vince il Premio Letterario Nazionale di Calabria e Basilicata III ediz. (sez. narrativa edita), il premio speciale antologia al Concorso Letterario Caterina Martinelli II ediz., il premio giuria al Concorso Letterario Città di Parole III ediz. – patrocinato dalla Città di Firenze, dall’AICS (sezione cultura) e dall’Associazione Artecinema Rive Gauche -, il riconoscimento Libri di Morfeo, 4° posto (Città di Siracusa). Babelfish inoltre è stato segnalato al concorso Percorsi Letterari dalle Cinque Terre al Golfo dei Poeti I ediz. Benzine è il nuovo romanzo.

Sulle tracce di Dino Campana

SULLE TRACCE DI DINO CAMPANA

(Seconda parte)

ortensie

LA FORESTA DI LA VERNA

21 Settembre (presso la Verna)

Io vidi dalle solitudini mistiche staccarsi una tortora e volare distesa verso le valli immensamente aperte.

PAESAGGIO DAL SANTUARIO
Il paesaggio cristiano segnato di croci inclinate dal vento ne fu vivificato misteriosamente.
Addio colomba, addio!

SORGENTE S FRANCESCO
Le altissime colonne di roccia della Verna si levavano a picco grigie nel crepuscolo, tutt’intorno rinchiuse nella foresta cupa.

santuario sulla roccia
Incantevolmente cristiana fu l’ospitalità dei contadini là presso. Sudato mi offersero acqua.
“In un’ora arriverete alla Verna, se Dio vole.” Una ragazzina mi guardava cogli occhi neri un po’ tristi, attonita sotto l’ampio cappello di paglia. In tutti un raccoglimento incoscio, una serenità conventuale addolciva i tratti del volto. Ricorderò per molto tempo ancora la ragazzina e i suoi occhi conscii e tranquilli sotto il cappellone monacale.
Sulle stoppie interminabili sempre più alte si alzavano le torri naturali di roccia che reggevano la casetta conventuale rilucente di dardi di luce nei vetri occidui.

SANTUARIO 1

Si levava la fortezza dello spirito, le enormi rocce gettate in cataste da una legge violenta verso il cielo, pacificate dalla natura prima che le aveva coperte di verdi selve, purificate poi da uno spirito d’amore infinito: la meta che aveva pacificato gli urti dell’ideale che avevano fatto strazio, a cui erano sacre pure supreme commozioni della mia vita.

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(Canti orfici, pag. 39)

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Sulle tracce di DINO CAMPANA

SULLE TRACCE DI DINO CAMPANA

(Prima parte)

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Ieri, 2 luglio, 42esimo anniversario del nostro matrimonio, io e mio marito abbiamo scelto di festeggiarlo recandoci a MARRADI, sulle tracce di DINO CAMPANA.

Dal Casentino al Mugello (Arezzo-Stia-Vallucciole-Rincine-Londa-Dicomano-Vicchio-Borgo S.Lorenzo-Madonna dei tre fiumi-Razzuolo-Casaglia-Crespino-Camurano-Marradi), girando intorno al Falterona, attraverso foreste rigogliose, scarpate di fragoline mature e ciliegi selvatici. Circa 140 chilometri di salite e discese con la temperatura che variava in pochi minuti dai 28 gradi ai 36.

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cascata

Natura incontaminata e primordiale, solitudini aeree, fresche cascatelle e sorgenti, qualche vecchio mulino abbandonato, chiesette e poi il Mugello e la sorpresa a Vicchio di trovarci davanti alla casa natale di Giotto e a due versi di Dante. La bellezza della natura ha generato bellezza nei cuori e nelle opere degli artisti!

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nei pressi della casa di giotto

Troviamo Marradi semideserta nel pomeriggio bollente. Difficile emozionarsi con queste temperature. Eppure Dino c’è:

“Strisciavano le loro ombre lungo i muri rossastri e scalcinati: egli seguiva automa. Diresse alla donna una parola che cadde nel silenzio del meriggio: un vecchio si voltò a guardarlo con uno sguardo assurdo lucente e vuoto. E la donna sorrideva sempre di un sorriso molle nell’aridità meridiana, ebete e sola nella luce catastrofica.”
(Canti Orfici, pag. 8)

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Ritirato, discreto, forse ancora non del tutto chiaro il suo genio ai compaesani, Dino c’è nel paese:

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Lungo il fiume Lamone:

targa campana a marradi

Al museo:

marradi museo

La sua casa è chiusa e desolata:

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…ero giovane, la mano non mai quieta a sostenere il viso indeciso, gentile di ansia e di stanchezza. Prestavo allora il mio enigma alle sartine levigate e flessuose, consacrate alla mia ansia dalla mia fanciullezza tormentosa, assetata. Tutto era mistero per la mia fede, la mia vita
era tutta “un’ansia del segreto delle stelle, tutta un chinarsi sull’abisso”. Ero bello di tormento, inquieto pallido assetato errante dietro le larve del mistero…
(Canti Orfici, pag.13)

ma le “ciane” parlottano ancora come un tempo, sedute nelle panchine del giardinetto accanto al fiume:

LA PETITE PROMENADE DU POETE

Me ne vado per le strade
Strette oscure e misteriose:
vedo dietro le vetrate
affacciarsi Gemme e Rose.
Dalle scale misteriose
C’è chi scende brancolando:
Dietro i vetri rilucenti
Stan le ciane commentando

. . . . . . . . . .

La stradina è solitaria:
Non c’è un cane: qualche stella
Nella notte sopra i tetti:
E la notte mi par bella.
E cammino poveretto
Nella notte fantasiosa,
pur mi sento nella bocca
la saliva disgustosa. Via dal tanfo
via dal tanfo e per le strade
e cammina e via cammina,
già le case son più rade.
Trovo l’erba: mi ci stendo
A conciarmi come un cane.
Da lontano un ubriaco
Canta amore alle persiane.

(Canti Orfici, pag.31)

Lasciata Marradi ci inoltriamo nella foresta verso Campigno e lo troviamo di nuovo:

campigno targa 2

 

campigno targa campana 1

 

Ciao Poeta, la prossima volta ti cercheremo a La Verna!

Léopold Sédar SENGHOR

Léopold Sédar SENGHOR

senghor

Qualche giorno fa, mentre nonneggiavo sotto l’ombrellone, ho incontrato Léopold Sédar SENGHOR.
Un ragazzo nero voleva vendermi libri adatti alle nipotine e, nello scorrere la pila di libretti che portava sottobraccio, è caduto SENGHOR – Poesie dell’Africa.
Chi è? – ho chiesto.
Il primo presidente del Senegal e il più importante poeta africano – ha risposto lui, senza farmi pesare l’ ignoranza.
Ho sfogliato il libretto ed è stata fascinazione a prima vista. Non c’è una poesia che mi piaccia più di un’altra, perciò ne posto due delle più brevi.

VERTIGINE (L. S. Senghor)

Vertigine!…
Diciottomila piedi sulla verticale di Marrakech
L’Africa mi saluta, dico addio all’Europa.
Ho già salutato l’Africa sopra il parallelo di Bordeaux e molto prima ancora.
Quando alla mia memoria, alle mie narici vibranti salivano le pelli
Brune color di muschio.
Adesso, sotto i miei piedi, il gregge bianco delle pecore dal dorso rosato.
Lasciata a tribordo las Palmas, all’ombra delle sue colline nevose,
Ci siamo avventati dritti su Bir Mougein, il forte dove strinsi amicizia
Con una giovane palma di Trarla, d’ambra sotto i riccioli lucidi.
Fu tanto tempo fa, rose nere fiorivano sulle rive del Draa
E le oasi erano profumate di canti d’ombra e d’acque vive.
Ma è già Atar, è passato l’uadi bianco sulla nera rada
E si alzano gli odori di Ksour, latte, lana, urina.
Il sole dietro le montagne dell’Ovest
Ad est, la bellezza viola dei monti dell’Adar.
L’aereo spinge lento il suo muso verso il mare
Verso il rosso chiarore del cielo, sull’abisso della notte del mare
Della morte.
E sono come fiocchi di stelle sul mare d’Atlante
Alla punta degli Almedies, salirà presto la speranza delle Mamelles
Presto, sopra il cimitero marino
La dolcezza della terra negra, e la pena della tua assenza
Di te.

 

MI RITIRO (L. S. Senghor)

Mi ritiro a Popenguine-la-Serère
Ritorno agli elementi primordiali.
All’acqua – dico – al sale, al vento, alla sabbia, al basalto e al grès
Come il gabbiano bianco e la nera anitra e il granchiorosa.
Oh! Nutrirmi solo di pura passione, come di un latte fresco di cocco
Addormentarmi nel ricordo di te, al canto dei salici e delle tamerici.
Ma già ti annunci con maree di settembre
Onda lunga d’aromi di mente selvatiche.

 

Dal discorso sulla Negritudine, che Senghor tenne in occasione del conferimento del Titolo di Presidente dell’Accadèmie Francaise nel 1983.

“…Ecco dunque i valori fondamentali della Negritudine: un raro dono di emozione, una ontologia esistenziale e unitaria, che fa capo al surrealismo mistico, a un’arte impegnata e funzionale, collettiva e attuale, il cui stile si caratterizza attraverso l’immagine analogica e il parallelismo asimmetrico.
La mia conclusione è questa. La vera cultura è mettere radici e sradicarsi. Mettere radici nel più profondo della terra natia. Nella sua eredità spirituale. Ma è anche sradicarsi e cioè aprirsi alla pioggia e al sole, ai fecondi rapporti delle civiltà straniere…”

LEGGENDA DELLA MIA NASCITA

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BESNIK MUSTAFAJ

 

LEGGENDA DELLA MIA NASCITA

 

EDIZIONI ENSEMBLE

ROMA 2012

 

“…La sento mentre mi si avvicina come una lupa/ per leccarmi le ferite che invano cerco di nascondere”

 

Questo libro di poesia l’ho acquistato alla fiera del libro di Roma più per gentilezza nei confronti dell’editore che lo promuoveva che per reale curiosità. Ed è rimasto per mesi tra gli altri in attesa di lettura. Invece…che bella sorpresa scoprire una poesia che mi incuriosisce, avvince e induce a fare ricerche sulla storia di Albania e sugli intellettuali albanesi. Cosa sapevo dell’Albania? Negli anni Settanta che era un paese comunista isolato dagli altri paesi comunisti e chiuso all’Occidente. Un paese povero di pastori e agricoltori – si pensava. Poi li abbiamo visti arrivare ad onde in Italia; negli anni Novanta arrivare in massa; abbiamo sofferto i respingimenti. Molti sono riusciti ad insediarsi comunque ed abbiamo avuto i loro bambini nelle scuole, uomini e donne nelle fabbriche, nei negozi, nei bar; ci siamo confrontati e abbiamo conosciuto i loro temperamenti. Oggi, dopo quasi trent’anni, l’integrazione tra Italiani e Albanesi immigrati sembra matura tanto che cominciano a circolare, in traduzione, le opere dei loro poeti. Opere che ci raccontano la loro identità.

“Scrivo in italiano e penso in albanese” dice in Stigmate, una splendida poesia inedita che si può trovare in Internet, il poeta Gezim Hajdari, (vincitore del premio Montale 1997 e da qualche anno-sembra- nella lista dei candidati al Nobel) ed è proprio lui che ha curato, per la casa editrice Ensemble, la traduzione delle poesie di Besnik Mustafaj e la prefazione a questa sua opera.

Così veniamo informati che l’autore, Besnik Mustafaj, è stato un uomo pubblico; co-fondatore del partito democratico albanese, ha lottato contro il regime di Hoxha, è stato ambasciatore e ministro degli esteri nel governo Berisha fino alle dimissioni del 2007, da allora si è dedicato solo alla scrittura. Ma di tutta questa sua storia pubblica nel libro (Prima edizione- Tirana 1998) non c’è alcuna traccia, anche perché sono testi scritti tra il 1976 e il 1986 da un Besnik giovane, che dalla sua città natale Tropoje (nelle Montagne Maledette ai confini con il Kosovo) si era spostato per motivi prima di studio poi di lavoro a Tirana e cominciava a fare i conti con il duro giogo della dittatura.

Vi troviamo, invece, l’essenza dell’uomo, i suoi affetti, le radici familiari e culturali delle quali si fa forza per affrontare le difficoltà della vita di ogni giorno; c’è l’esistenza sua fatta di luce e ombre, che risuona nel lettore e diviene universale. Nostalgia della sua terra e dell’infanzia, amore, passione, perdita, sperdimento, attenzione alla figura femminile e materna, difficoltà a comunicare in un paese dove il pensiero non può circolare liberamente, senso del tempo che scorre e distrugge, ne sono i temi principali, dai quali scaturisce una malinconia che sfuma i suoi canti di elegia.

Ma ciò che mi colpisce di più e me lo fa sentire vicino è il taglio fantastico- fiabesco con il quale si racconta. I poeti che vengono da una realtà rurale conservano questo occhio fabuloso nei confronti del mondo e, sarà perché succede anche a me, non trovo superato il loro dire rispetto agli ermetismi e ai multisignificati delle poesie dei Poeti della Città di oggi, anzi mi sembra che siano proprio loro a conservare l’umanità, le radici, il legame profondo e viscerale con la terra.

…5.

Lì dove sono nato io

La neve cade sulla neve,

le valli e i dirupi conservano la loro verginità sino a primavera;

lì dove sono nato io.

 

Tra le acque limpide dondolano le pietre,

i boschi e i volti degli uomini.

Non sono le cime delle montagne, ma gli occhi

                                                                 [dei colombi selvatici

Quelli che tengono il cielo appeso.

 

Lì dove sono nato io,

non ci sono solo nevi e Fate e vendette di sangue.

Lì dove sono nato io

I vivi s’intrecciano con i morti. (Nella città dell’infanzia)

 

Anche il linguaggio è chiaro, realistico, lirico; se vogliamo semplice, di quella semplicità senza enfasi o fronzoli alla Hikmet:

parlando di se stesso:

…Mi sento sconfitto dalla vita

In questa grande città che ferisce ( E’ da tempo)

rivolgendosi alla sua donna:

Tutto questo, grazie ai miei avi

che ti hanno insegnato ad amare la vita.

Nella casa costruita con gli alberi del bosco, durante le notti nere,

ti difesero dalle streghe… (Fata)

 

innalzando un tenero monumento alla maternità:

 

Quel giorno cadevano le prime foglie d’autunno dorate di luna.

All’improvviso in mia madre si risvegliò

il desiderio di giocattoli magici

dai sogni lontani della sua fanciullezza

mi chiamò dalla sua stanza,

ed io uscii,

non potevo lasciarla intristita,

come una bambola entrai nella sua camera di nozze…

e quella stessa madre resterà la radice più solida e sicura della sua vita:

 

…Ogni volta che l’autunno ogni anno getta per terra

                                                                    [le foglie dorate di luna

a mia madre si ridesta la nostalgia

         della mia infanzia.

 

La sento mentre si avvicina come una lupa

per leccarmi le ferite che invano cerco di nascondere. (Leggenda della mia nascita)

 

costruendo una lapide ai seviziati e giustiziati dal regime:

Li torturarono in una maniera crudele,

mettendo nelle ferite delle loro dita il sale,

squarciarono loro le vene.

Qualcuno disse:

questi non muoiono perché continuano a germogliare sulla pietra.

 

E li impiccarono.

 

I loro piedi si allungarono,

verso il suolo,

quando non riuscirono a toccarlo,

si raffreddarono… (Non muoiono)

 

esprimendo la sua storia d’amore in brevi liriche appassionate:

 

Tanti giorni e tante notti ho condiviso con te,

tanti giorni e tante notti ho vissuto con te,

quasi si moltiplicassero all’infinito,

tanti giorni e tante notti ho taciuto perché parlassi tu,

tanti giorni e tante notti ho parlato perché tu non tacessi.

 

Tanti giorni e tante notti…

   Non si possono lasciare indietro nel buio. (Tanti giorni e tante notti)

 

Come fanciulli, amore mio,

come fanciulli siamo noi,

come fanciulli che camminano su un filo sottile,

oppure sulla lama del coltello

e se vengono rimproverati per il rischio che stanno correndo,

non tornano lo stesso indietro.

 

Come fanciulli, amore mio,

come fanciulli, noi. (Come fanciulli)

 

Il poemetto più intenso è, per me, Nella città della mia infanzia che inizia con un tenero, intimissimo ricordo:

 

Mio amico,

la tua infanzia-

il piccolo cinema fatto con il legno dei pini-

nella tua infanzia-

la mia infanzia, vedendo vecchi films…

ed è un precipitare con l’immaginazione nel tempo passato, un ritorno a casa, ai giochi, alle persone, “La voce di mia madre che correva dietro di me,/ il mio corpicino leggero/che si appoggiava a lei per non cadere…” nel mentre strugge di nostalgia e di malinconia la consapevolezza che “tutte le cose sono perdute” fino alla magnifica metafora, attinta dalla leggenda della Rozafa, la quale giunge come una sferzata a negare tristemente che il ricordo dell’infanzia possa allattarlo ancora:

…Mia infanzia-

Sei una Rozafa rinchiusa nelle fondamenta della nuova città.

Ma non hai lasciato fuori delle mura

né la mano,

né il seno

né gli occhi.

 

 

Leggere queste poesie è stato come respirare una boccata d’aria fresca, dopo essermi impantanata nella poesia claustrofobica del post modernismo: finalmente una Poesia onesta, che commuove con la sua bellezza e la sua verità.

 

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Domenica Luise

 

testata-ballerine-nellarcobaleno

 

“Della mia sete ho fatto acqua per gli altri                    

  poiché l’amore urgeva”  (Domenica Luise da Troppo poco)        

C’è un’artista che abita vicino alle pendici dell’Etna e forse non è un caso che sia “vulcanica” nel senso di massimamente creativa: dipinge, scrive racconti, fiabe, favole morali, piccoli saggi sulla poesia contemporanea, ma soprattutto (credo ci tenga più che a qualsiasi altra definizione) è Poeta.

E’ una blogger generosa e versatile. Se entrerete nel suo BLOG , vi troverete immersi in una stanza ariosa e vi sentirete accolti da una madre amorevole come foste di famiglia: ricette di cucina, stralci di diario personale, prosa, poesia, tutto esclusivamente suo e tutto illustrato dai suoi disegni, pitture e affreschi: una festa di colori e sentimenti caldi che lasciano il visitatore contento e placato nell’anima.

E’ una Cristiana vera (lo dico io che sono Atea), ma vera alla maniera di Papa Francesco (finalmente un Cristiano!), umile, rispettosa delle diversità, incapace di accettare ingiustizie, prevaricazioni, inganni da qualunque parte e altezza provengano. E come cristiana scrive cose apparentemente semplici ma che riescono a ricreare l’atmosfera del Cristianesimo delle origini fatto di ingenuità, incanto, semplicità, amore.

E’ una mistica? Non saprei dire. Ma mi meraviglia che qualche cristiano che conta non abbia ancora scoperto la portata positiva e rigenerativa   del suo Messaggio.

Nell’intento di lasciare qui tre sue poesie, sono andata a cercarle nel suo blog partendo dal 2008 e dicendomi:” Dove sarà, dove sarà, quella della lucerna che mi piace tanto?” Ma non è stato necessario cercare perché tutte quelle che leggevo erano di pari valore e mi piacevano alla stessa maniera. Perciò ho copiato le prime che ho trovato. Eccole! sono poesie “Mimmiane”, ermetiche, come dice lei, nel senso- penso io- che Ermes psicopompo l’aiuta a far emergere dall’oscurità dell’incoscio “barlumi” di luce-verità; sono fatte di parole tratte dal quotidiano, ma accostate in maniera tale da divenire singhiozzi, balbettii, canto alla vita, pervaso di dolore-amore universale.

 

 

La poesia è donna

Hanno taciuto a lungo, sopraffatte
dai pannolini,
adesso le donne Chisciotte
partono contro i mulini a vento.
Lancia in resta
e ci restano.
I maschi scarnificano la propria vita
da ogni dolcezza, miele amaro
per coloro che non debbono chiedere
mai.
Niente fiori per le poetesse né grazie,
tutto dovuto. Gli occorre
una continua manovalanza: moglie
madre amante e serva. Comunque
serva.
Operatrice domestica.
Le parole delle donne
si strozzano davanti al silenzio dei maschi.
Ritornano a preparare il caffé
e ad inseguirlo con la tazzina
dovunque egli sia, prima che si freddi.
(Il caffé oppure il principe azzurro?)
 
  
 

Vent’anni e un giorno

Esiste un’innocenza poetica
dove la calla è il punto finale
e corda gialla alla ballerina
in precario squilibrio amore dolore
che giocano. Pericolo di morte
ma rinascita. Le mie ceneri
sussultano ricomponendosi. 
Iris viola alle rose
la stessa fanciulla, io, tu
insieme.
Il quotidiano è l’anima di ferro
che tiene in piedi il capolavoro
o viceversa, in simultanea. 
Cos’è che mescola il profumo ai petali
e il colore ad entrambi, chi ha detto
ora ci siete, cos’è nascosto
sotto la carne o dentro?
 

Ineluttabilità

Un brodo primordiale di dolore
assetato
dove soltanto i giullari nuotano
a proprio agio
o quasi giocando.
Porto il mio abito a campanellini
metà notte e metà giorno
freddo e tepore, morte
e vita. Ai piedi difformi
scarpette da ballo
per scalare le pietre.
Così vado senza i mezzi giusti
(perché si deve)
a respirare l’acqua.
E non sono né triste né infelice
e nemmeno incosciente:
goccia
caduta ora
evaporata
e ricaduta.
Atto gioioso.  

                                     Domenica Luise (Mimma)

 

 BUONA PASQUA

 BUONA PRIMAVERA

A TUTTI!!!

Giornata Mondiale della Poesia: ricordando Mario Luzi

mario luzi

 

I grandi Poeti sembrano eterni eppure si dimenticano.Scompaiono come per un naufragio del tempo, se non ne teniamo viva la memoria, andando a cercarli nelle loro parole e nella Bellezza che hanno saputo consegnarci.

Quest’anno si celebra il centenario della nascita di MARIO LUZI. Le celebrazioni sono già iniziate.

Il 15 marzo, a Pienza (SI), dove ha spesso soggiornato in via del Bacio(!),  in una casa dalle finestre aperte sulla Val l’Orcia, la cerchia dei suoi amici più cari ha ricordato il valore della sua opera, presentando un film-documentario e varie letture delle sue poesie.

Nella Giornata Mondiale della Poesia desidero ricordarlo anch’io con  tre poesie tratte da:

Mario Luzi  L’alta, la cupa fiamma (a cura di Maurizio Cucchi e Giovanni Raboni) – Bur

 

 

Augurio

Camera dopo camera la donna
inseguita dalla mattina canta,
quanto dura le lena
strofina i pavimenti,
spande cera. Si leva, canto tumido
di nuova maritata
che genera e governa,
e interrotto da colpi
di spazzole, di panni
penetra tutto l’alveare, introna
l’aria già di primavera.

Ora che tutt’intorno, a ogni balcone,
la donna compie riti
di fecondità e di morte,
versa acqua nei vasi, immerge fiori,
ravvia le lunghe foglie, schianta
i seccumi, libera i buttoni
per il meglio della pioggia,
per il più caldo del sole,
o miei giovani e forti,
miei vecchi un po’ svaniti,
dico, prego: sia grazia essere qui,
grazia anche l’implorare a mani giunte,
stare a labbra serrate, ad occhi bassi
come chi aspetta la sentenza.
Sia grazia essere qui,
nel giusto della vita,
nell’opera del mondo. Sia così.

Essere rondine

Sgorgano
l’una dall’altra
esse, traboccano
fuori dal loro primo caldo gruppo, l’ una
dopo l’ altra, disfano
le loro rapide pattuglie
sbandando sotto la loro impavida veemenza
ed eccole si lanciano,
nero zampillo ricadente,
su, alte nell’ aria, ma poco –
è solo
un primo assaggio
quello, un primo guizzo
di compressa fiamma
poi allungano
ciascuna più in alto – ciascuna
più, vorrebbe – il loro getto
ma non oltre il perimetro
del loro aereo campo,
non oltre il dominio della loro forza

e toccato quel limite rientrano
planando ad alta quota,
impetuosamente si rituffano
nella conca di quella
inesauribile fontana.

C’è pena
o c’è felicità in quel fervere
o in quell’ affannarsi?
che c’è in quel vorticare
della vita dentro i suoi recinti?
Sono libere
quelle anime
ma libere di muoversi
a un ritmo segnato…
che dice la molle ricaduta
che cosa la razzante ascesa
e la frenetica frecciata –
si occulta spesso,
talora si lascia leggere
un pensiero
scritto in ogni parte
in ogni parte operante.
Lo esprimono
forse esse, lo gridano con strazio ed ebrietà,
ne infuriano-
è questo il loro essere rondini,
in quella irrequietudine è la loro pace.

  

 

L’alta, la cupa fiamma…

L’alta , la cupa fiamma ricade su di te,
figura non ancora conosciuta,
ah di già tanto a lungo sospirata
dietro quel velo d’anni e di stagioni
che un dio forse s’accinge a lacerare.

L’incolume delizia, la penosa ansietà
d’esistere ci brucia incenerisce
ugualmente ambedue. Ma quando tace
la musica fra i nostri visi ignoti
si leva un vento carico d’offerte.

Pari a due stelle opache nella lenta vigilia
cui un pianeta ravviva intimamente
il luminoso spirito notturno
ora noi ci leviamo acuminati,
febbrili d’un futuro senza fine.

Così spira ed aleggia nell’anima veemente
un desiderio prossimo a sgomento,
una speranza simile a paura,
ma lo sguardo si tende, entra nel sangue
più fertile il respiro della terra.

Assunto nella gelida misura delle statue
tutto ciò che appariva ormai perfetto
si scioglie e si rianima, la luce
vibra, tremano i rivi fruttuosi
e ronzano augurali città.

L’immagine fedele non serba più colore
e io mi levo, mi libro e mi tormento
a far di me un Mario irragiungibile
da me stesso, nell’essere incessante
un fuoco che il suo ardore rigenera.

***

val d'orcia in aprile