Notturno estivo

I cani nella notte
l’abbaiare dei cani nella notte
il lontano abbaiare dei cani nella notte
e il tuono che si abbatte
il tuono che si abbatte a intervalli regolari
il tuono irregolare che esplode e che mitraglia
il cane in solitaria

Profondo di velluto il buio spesso
tra me e i cani tra me e i tuoni
spesso di velluto il buio profondo
come un vuoto una mancanza
un’ incolmabile distanza

Concorso città di Pontremoli 2017

Concorso di Letteratura a carattere internazionale CITTA’ DI PONTREMOLI – VI edizione 2017

Premio della Giuria

Narrativa edita

a Franca Canapini

per l’opera narrativa

“Un giorno, la vita”

Il libro è stato presentato dalla Prof. FERNANDA CAPRILLI, per la prima volta, il 17 maggio 2017, nella saletta della BIBLIOCOOP di Arezzo.

Per chi volesse conoscere un po’ il contenuto, lascio l’attenta e approfondita recensione ottenuta, da inedito, al premio Casentino 2016.

CENTRO CULTURALE DI LETTERE ARTI ECONOMIA “Fonte Aretusa” 

41° Edizione del Premio Internazionale Casentino – Sez. Silvio Miano 

FRANCA CANAPINI 

2° Premio per la Narrativa inedita

(per Un giorno, la vita)

Il fluire di ogni singola esistenza può apparire – qualora lo si guardi nella sua consequenzialità e come dall’esterno – estremamente lineare; ma le concatenazioni dei singoli momenti, delle singole occorrenze costituiscono altrettanti nodi, svincoli da cui possono – o meglio, potrebbero – dipartirsi percorsi diversi da quelli che in effetti vanno poi a determinare la fisionomia complessiva del vissuto individuale. Le scelte soggettive – in tal modo – permangono, ma come condizionate dagli eventi più disparati, dal confronto con gli altri, dal sottinteso misterioso che in ogni attimo si affaccia a rendere incerto, dubbioso il cammino nella vita.

Franca canapini si è assunta con Un giorno, la vita il compito tutt’altro che semplice di rendere conto di tale crogiulo, indagarlo nelle sue contraddizioni, nei suoi opposti, nelle presenze e nelle assenze che vi sono contenute, senza tuttavia perdere mai di vista il dato di fondo: per quanto contraddittoria, per quanto delusoria in certi momenti essa possa apparire, la vita è per ciascuno una risorsa inestimabile, una risorsa che trova nell’amore e nell’apertura incondizionata all’alterità la propria verifica e la propria ragion d’essere primaria e incontrovertibile.

A rendere mirabilmente questo intreccio tra linearità e verticalità gioca una funzione essenziale la struttura del romanzo dominata dal ricorso costante al flashback e dall’incidenza, più sporadica ma non meno decisiva, del sogno. Così, se la fabula lineare presenta la storia di Anna in un breve lasso di tempo, dalla vigilia di Natale del 2014 ai primi mesi dell’anno successivo, i continui ritorni al passato – specialmente recente – rendono conto – con un continuo intreccio e inversione dei tempi – di un periodo più lungo, che trova il proprio fulcro nel marzo del 2009 e nell’incontro “fulminante” con Luca, nel rapporto d’amore intenso e assolutamente coinvolgente che lega per brevi attimi i due destini, e poi la separazione, l’aborto consapevolmente praticato da Anna, il suo tentativo di riprendere con speditezza il percorso esistenziale, l’impegno – inizialmente solo professionale e privo di coinvolgimento affettivo con il proprio lavoro – di direttrice di una residenza protetta della ASL di Arezzo.

Intorno ad Anna gravita una folla di personaggi – la madre Angela, l’amica Mara, i collaboratori della residenza protetta, i pazienti – che assolvono narrativamente la funzione di problematicizzare l’irrequietezza e l’insoddisfazione di Anna, e in definitiva aiutarla, alla fine a sciogliere il proprio blocco esistenziale e consentirle di riaprirsi all’accoglimento pieno del flusso vitale. Dopo il grave incidente occorso, proprio la vigilia di Natale, ad uno degli ospiti della struttura e in connessione con il recupero inatteso delle lettere scrittele da Luca ai tempi del loro breve soggiorno triestino, l’esistenza di Anna torna a avere un respiro più ampio; niente di quanto accaduto – e di quanto perduto – si cancella, ma è come se il blocco finalmente si sciogliesse e il viaggio di questa quarantenne, sul discrimine tra residua giovinezza e incipiente invecchiamento, potesse riprendere nella piena accoglienza di nuove scelte e di un nuovo amore per la vita:

“[…]non ci possono essere rimpianti o errori – si diceva – era così che doveva andare; potevo fare solo quelle scelte, non ero pronta per altre soluzioni. Finalmente si sentiva in pace con se stessa.”

Resta da dire della pregevole orditura stilistica del romanzo, fondato su di una lingua piana, apparentemente neutra, in grado tuttavia d’impennarsi sia nell’andamento serrato dei dialoghi (reali o sviluppati all’interno del soggetto), sia nelle verticalizzazioni liriche, specie davanti ai paesaggi – che rivestono un ruolo non secondario nell’economia della narrazione – e nella rappresentazione degli stati d’animo più accesi e rapiti. Ed è in queste impennate che fa capolino la concentrazione del poeta, il quale lascia tracce non indifferenti anche in alcuni versi che in circoscritti e ben selezionati momenti topici punteggiano e illuminano la narrazione.

La Giuria

ANTONIO PITARO

ANTONIO PITARO

OLTRE IL PORTO DELLE NEBBIE

ENSEMBLE

ROMA 2016


“Il sole s’è annegato nella chiazza…

c’or sa di sangue/ come la mia vita/e il tenebrore/m’avvince sogghignando/a questa notte…”
Ecco i versi struggenti di un’anima poetica scissa tra il “crosciar repente dei mille sogni” e “la polvere rovente delle disfatte” che invoca la presenza rivitalizzante e salvifica dell’antico amore (a tratti personificato da Elena o da Venere o più genericamente dalla Bellezza), il solo sentimento che può sconfiggere il tempo, il quale perennemente spinge “i nostri passi verso l’ignoto”.
Il poeta in questione è Antonio Pitaro e questo suo libricino, uscito dal “porto delle nebbie” lo dobbiamo all’amorevolezza del figlio, Gino Pitaro, che ha raccolto le sue poesie inedite, tirandole fuori dal cassetto “sacro” di una scarpiera, dove erano state a lungo riposte, e le ha date alle stampe. Bel gesto davvero! dettato sicuramente dall’amore filiare, ma anche dalla risonanza che solitamente si genera tra due artisti.
E così anche noi possiamo scoprire un altro poeta del Novecento ed apprezzare la voce malinconica e struggente di chi si sente sconfitto dalla realtà nelle sue aspirazioni più intime “…Vano il mio errare fu:/ come vano il vento/che tra le giunchiglie passa/e poi s’annega/nel mar del nulla…”; di chi prova disagio nel dover vivere in un ambiente nel quale non trova stimoli culturali, ma solo fatica che lo costringe a “…ripiegarsi in sé/come vil giunco/al vento infido…” eppure non rinuncia ad apprezzarne con passione il suo grande passato e a sperarne una risurrezione “…Calabria bella/abbandonata ai sogni/dei greci antichi/ai lumi di sapienza/prodromi del gran sapere che venne dopo/un dì risorgerai…”
Amore e mare, delusione e speranza, sogno e realtà, intrecciati saldamente tra loro, sono i temi principali della sua ispirazione. Gli elementi della marina calabra fatta di rocce, mare, vele, tramonti suggestivi diventano metafore, analogie dei suoi sentimenti. Sente spandersi in ogni dove la bellezza delle figure greche (Amor, Naiadi, Sirene, Venere) e s’identifica con Ulisse “…All’alba partirò con la mia sacca…” per sognare il suo grande viaggio verso la conoscenza.

A volte il tormento si acqueta e il poeta, apprezzando la vitalità dei figli o immergendosi nella natura, sa vivere momenti di pace“…stasera il vento matto/s’è accasciato/come una biscia sgonfia/nel canneto…”
La poesia di Antonio Pitaro è semplice e intensa, senz’altro educata dalla poesia classica, che deve avere amato con passione e che a volte sentiamo riecheggiare. Se non fosse per qualche apocope e qualche parola desueta non ci accorgeremmo che è poesia nata verso la metà del Novecento. E posso ben prendere in prestito i suoi versi per descrivere le emozioni che mi ha comunicato leggendola:
“…e se ti parla o ti ragiona a fianco
fioriscon come stelle in ciel sereno,
i vezzi rari della cortesia
e sboccian fiorellini rugiadosi,
le perle di un gentil animo pregno
dei più forbiti doni di natura.”

Trascrivo, per i lettori, questa bella canzone petrarchesca, in cui l’andamento dei versi, mimando il movimento delle onde, evoca per musicalità, tematiche e immagini le canzoni popolari della nostra tradizione orale.

Onda

Mi carezzò l’amor
solo una sera.
Poi come vela in mar
partì lontano.

(Ritornello)

Onda
che baci
la tua bella sponda;
onda
mi parli tu
forse d’amore?
Ma il cuor piange
e nel tuo seno asconde
il pianto dell’amara delusione.
Onda che torni
alla tua bella sponda;
onda
hai visto tu
forse il mio amore?
Se laggiù torni
carezzale il bel viso
e sospirando dille che ancor l’amo.

Onda
potessi anch’io con te venire.
Potessi anch’io cambiarmi in onda amara!
La rapirei la fata mia lontana
e un trono le farei di spuma d’oro
tra i tuoi coralli.
E tu, così avvinghiati nelle sere,
ci canteresti la canzon d’amore.
Onda
Porta il messaggio alla mia bella bionda.

BIOGRAFIA

Antonio Pitaro (Torre di Ruggiero 1928 – Vibo Valentia 2011) è stato un insegnante elementare, attività che ha svolto con dedizione e amore fino alla pensione. Ha scritto numerose opere di narrativa, radiodrammi e poesie, oltre che due piccoli saggi, uno su I Sepolcri di Foscolo, l’altro sull’opera di Giacomo Leopardi.

Traboccante

Come un tiglio di giugno
cupo di sovrabbondante linfa
profumato di dolci pollini
immobile nella sua febbre
braccia rigogliose espanse
a offrire ombra e frescura

Come un tiglio di giugno
voglio essere io
:viva, solida, di verde traboccante
radicata a fondo nella mia terra
donare ombra fresca alla mia gente

Frontiera due di Giulio Piero Baricci

GIULIO PIERO BARICCI

FRONTIERA DUE

EDIZIONI DON CHISCIOTTE

CITTA’ DELLA PIEVE 2015

Pag. 405
Prezzo 15,00€

“Finita l’espansione, la contrazione invertirà la direzione del tempo: il senso di un futuro lontano sarà quello di ritornare al passato.”

Ero un po’ spaventata nell’entrare in questo romanzo per il rilevante numero di pagine, tuttavia sapevo che il libro parlava dei miei luoghi e soprattutto di quelli della mia gente perciò mi sono fatta coraggio e sono entrata. E mai, negli ultimi anni, ingresso in un libro di narrativa è stato più sorprendente. Sarà per le espressioni che aprono i vari quaderni-capitoli, (citazioni dai testi dei cantautori italiani dell’ultimo Novecento che amo anch’io), sarà per l’approccio storico-scientifico-animistico-poetico che fin dall’inizio vi si respira, sarà per i dialoghi che riportano il linguaggio delle popolazioni della Val di Chiana e che mi ricorda continuamente la parlata dei miei avi, ma è come se fossi entrata a casa mia, una casa lontana, quasi dimenticata, eppure ancora vitalissima.

Forse sono entrata pure nella casa della letteratura italiana. Infatti, come nella nostra migliore tradizione letteraria, l’autore immagina che le storie siano state “solo ritrovate” in una vecchia casa; come nel Decamerone, le novelle (perché di un “novellare” si tratta) sono legate da una cornice sia pure più nebulosa e intricata; come in Bertoldo e Bertoldino viene spesso messo in risalto l’acume del contadino teso a difendere la sua sopravvivenza; non solo, l’intera narrazione è arricchita da riferimenti puntuali (nonché citazioni) alle opere di numerosi autori di ogni luogo e tempo, tanto da far pensare alla cattedrale di Gaudì: come La Sagrada Familia si ispira genialmente a tutte le cattedrali gotiche del passato e ne esce opera d’arte indiscussa e del tutto originale, così questo romanzo prende spunto e rielabora strutture narrative di molti testi classici e tuttavia risulta avere una sua propria spiccata identità.
E’ senz’altro un libro inconsueto, a tratti romanzo storico, a tratti -per le vicende affabulate in forma poetica e visionaria – di realismo magico, a tratti romanzo didascalico. L’autore biologo, geologo, antropologo, botanico, agronomo dà prova di appassionata erudizione, mostrando di divertirsi molto ad impastarla con umorismo e ironia.
Come già accennato, nell’incipit finge di aver ritrovato 14 quaderni muffiti e in parte lacerati tra le rovine di Frontiera due, una leopoldina crollata alla fine del Novecento in seguito ad una scossa di terremoto. Immagina che le storie contenute nei quaderni siano state raccontate dallo spirito della casa e dal barbone Mario, conoscitore dei luoghi e delle genti, “vero ossimoro di spirito e materia,” che possiede “la chiave magica, l’unica che poteva aprire lo scrigno arrugginito della memoria”. E subito dopo ci offre anche la chiave per capire con quale spirito siano state scritte, dichiarando che le ha lasciate “fluire dentro di sé così come si erano presentate, disperse o aggrovigliate, palesi o arcane, possibili o assurde”.
Con questo spirito narra circa tre secoli di storia della Val di Chiana e della sua metamorfosi da territorio di palude a quello di territorio bonificato (la vita nella palude, il sistema delle colmate, l’uso delle sanguisughe, il sistema della mezzadria, l’allevamento del baco da seta…), con tutte le conseguenze che ciò ha comportato per tutti i viventi del territorio.
Le vicende si presentano in un intreccio spazio temporale che disorienta e assume valore metaforico: il libro è come la vecchia palude chianina, fitto di vegetazione, intricato, gremito di vite; i personaggi umani (che siano padroni o contadini) emergono dal tempo recente o lontano, salgono alla superficie, vengono illuminati dalla penna dello scrittore nella loro essenza storica e psicologica e riaffondano inesorabilmente nella melma. Il lettore ci si perde, in una finzione che sembra realtà e in una realtà che sembra finzione. Ne sortisce l’epica del mondo contadino e un notevole affresco di civiltà. Memorabili restano personaggi come Sauro il Lanzichenecco, Treppì, il Miocio già Miniera, Mario della Serra, Corinna, Don Giustino, il garibaldino Beppe dei Sorbelli 729esimo dei 1000, il Finta, Bricco, Giulia, Dorina, Rosa, il muto Sorbello, Baffone; altrettanto memorabili certi brain storming di cervelloni del XVIII secolo o di cervellini del XX.
Alla fine ci rendiamo conto di essere stati immersi in un’opera frutto di un’approfondita ricerca storico-scientifica, di un amore appassionato per la terra della Val di Chiana e, soprattutto, di una visione filosofica dell’esistenza, in cui l’uomo non è l’eroico dominatore del mondo ma uno dei tanti viventi che cerca, con vari e originali strattagemmi di sopravvivenza, di adattarsi alle condizioni ambientali. Ed è soprattutto un libro di poesia in cui ogni cosa viene animata e personificata dalle spighe di granturco al baco da seta, e perfino resa simbolo e allegoria come nella enigmatica e surreale vicenda di Sorbello.
Si legge velocemente una prima volta, nella tensione di capire dove l’autore voglia andare a parare e quale fine facciano i vari personaggi, poi si vuole rileggere lentamente per gustarne ogni singola pagina ricolma di osservazioni, riflessioni, considerazioni, storie popolari vere, verosimili e fantastiche. Una miniera di informazioni da scavare e gustare lentamente, perché anche il ricordo di un millenario sistema di vita non scompaia inghiottito dalla palude del tempo. Un libro per una popolazione: i vecchi che ancora ricordano, i giovani che ci vivono e ci lavorano ma spesso non sanno, quelli che nasceranno per conoscere le proprie radici.
Ora – come afferma Frontiera due poco prima di crollare – “ …Nessuno potrà più rinnegare o far finta di ignorare ciò che è stato rivisitato. Trascorse nel dramma, nella farsa o nella commedia a volte brillante a volte grottesca, quelle esistenze erano state vissute e come tali andavano raccontate, perché avevano, e hanno, il diritto di non essere mai dimenticate.”

(Franca Canapini)

Cristina Campo

CRISTINA CAMPO (VITTORIA GUERRINI)

LA TIGRE ASSENZA

ADELPHI
MILANO 1991

“Ha scritto poco e le piacerebbe aver scritto meno”

Non è sempre immediato l’ingresso nella Parola di un Poeta; a volte l’anima tentenna, rifiuta il coinvolgimento, resiste dubbiosa, perché si trova di fronte l’altro da sé, l’opposto che ti propone in lettura un’esperienza che non ti eri mai sognata di affrontare o che hai già vagliato e rifiutato come a te non appropriata. Occorrono allora varie riletture per familiarizzare con la parola sconosciuta, non tanto per immedesimarsi, ma per “sentire” che il sentimento espresso è autentico, vitale, magnifico e la sua radice non è poi così distante dalla tua.
Cristina Campo (al secolo Vittoria Guerrini nata a Bologna nel 1923 e morta a Roma nel 1977) è cristiana cattolica; è contraria alle riforme liturgiche del Concilio Vaticano Secondo ed esalta nella sua opera la liturgia bizantina, come il rito più adatto a celebrare i misteri cristiani. Io sono atea e considero qualsiasi dio un mito, una storia che l’uomo ha immaginato per descrivere l’evoluzione della cultura e della sua coscienza. Mi chiedo come possa com- prendere le sue parole. Posso farlo, almeno in minima parte, ripensando l’esperienza, comune a entrambe, del momento poietico, durante il quale si vive un’emozione così potente e misteriosa che trascende la realtà; e forse è proprio questa esperienza che fa affermare alla Campo nel saggio “Sensi sovrannaturali” :

“…Chi resterà a testimoniare dell’immensa avventura, in un mondo che confondendo, separando, opponendo o sovrapponendo corpo e spirito li ha perduti entrambi e va morendo in questa perdita? Nel tempo vaticinato in cui i vecchi vedranno visioni e i giovani sogneranno sogni, forse unicamente i poeti, che hanno dimora simultanea nella vecchiaia e nella fanciullezza, nel sogno e nella visione, nel senso e in ciò a cui il senso allude perennemente.”

Entriamo perciò nel libro da amanti della poesia. Già nel titolo La tigre assenza, tratto da una breve poesia dedicata ai genitori perduti, si possono cogliere le caratteristiche principali della Parola della poetessa: concentrazione e simbolo. La tigre come icona dell’assenza divorante, conduce immediatamente ai versi di Eliot (che Cristina chiamava familiarmente Thomas, traduceva e amava moltissimo) “… Nell’adolescenza dell’anno/venne Cristo la tigre/nel maggio depravato, corniolo e castagno, albero di Giuda/In fiore, per essere mangiato, per essere spartito, per essere bevuto…/ ) e mi fa pensare che, probabilmente, la tigre, elegante e flessuosa, che le dilania l’anima e rischia di toglierle la parola, non è solo assenza-presenza dei genitori, ma anche e soprattutto assenza-presenza dell’Invisibile, il cui contatto, secondo quanto afferma nel saggio citato, avrebbe il potere di trasmutare i sensi naturali in sovrannaturali, in una simbiosi di corpo e spirito. E questa idea di presenza/assenza, che conduce alla trascendenza, la ritroviamo espressa in quasi tutte le poesie della sua scarna produzione, raccolte in Passo d’addio e Poesie sparse. “Ha scritto poco e avrebbe voluto scrivere meno”- dice di sé Cristina, e questo perché ha il culto della Bellezza e della Perfezione. Infatti già nella prima raccolta, risalente agli anni Cinquanta, ci si trova di fronte a un’espressione poetica estremamente curata, (endecasillabi e settenari; assonanze, consonanze, allitterazioni; figure retoriche) dalle immagini delicate e dal dire suggestivo e misterioso :

“La neve era sospesa tra la notte e le strade/come il destino tra la mano e il fiore…”

“Tu, Assente che bisogna amare…/termine che ci sfuggi e che c’insegui/
come ombra d’uccello sul sentiero:..”(Il maestro d’arco)

…Ora tornano sul Tamigi/sul Tevere i bambini trafitti dai lunghi gigli
le piccole madri nei loro covi d’acacia/l’ora eterna sulle eterne metropoli
che già si staccano,/ tremano come navi pronte all’addio…(Elegia di Portland Road)

Ma è nella seconda raccolta Poesie sparse che, dopo anni di penoso silenzio gonfio di pensieri e di emozioni incapaci di trasformarsi in parole, si dispiega tutta la passione religiosa della poetessa, il suo afflato mistico, l’esaltazione della “santa gnosi della distanza…Che prossimità spegne/come pioggia di cenere”(Nobilissimi Ierei).
Qui leggiamo tra gli altri, e non senza emozione mista a stupore, i poemetti Diario bizantino e Canone IV, nei quali la poetessa, proprio alla fine della sua vita, sprigiona da sè e lascia fluire in parole incandescenti, il sentimento primigenio della divinità, dandoci la visione di un Dio “Tremendo” e attribuendo ogni Potere al Simbolo con il quale Egli si diffonde nel tempo e nello spazio.

L’avventura di conoscenza dentro questo libro non finisce con le poesie dell’autrice,  perché  ci aspetta la  ben più ampia sezione Traduzioni poetiche, che avrebbe potuto comporre un ipotetico Libro degli amici e che riporta, tradotti in completo afflato, tanti testi di poeti a lei contemporanei e non, ma tutti legati dal filo conduttore della ricerca di spiritualità e/o misticismo. A testimonianza del quale, trascrivo solo alcuni versi di pochi:

San Juan De La Cruz (da Strofe scritte sopra un’estasi di alta contemplazione)

…8- E se volete udire,
consiste, la somma scienza,
in un acceso sentire
della divina Essenza.
Opera della sua clemenza
lasciare non intendendo,
ogni scienza trascendendo.

Somma della perfezione

Oblio di tutto il creato,
memoria del Creatore,
attenzione interiore
e starsene amando l’amato.

John Donne ( da Aria e Angeli)

“Due o tre volte ti amai senza conoscere
Il tuo volto o il tuo nome.
In una voce, in una fiamma informe
così talvolta ci percuote un angelo
per essere adorato… “

Hèctor Murena (da All’ora esatta)

“…in quell’istante
sentii dimorare qui
dietro la sedia
alla destra, quasi accanto a me,
una enorme dolcezza
un quietissimo moto,
l’invisibile
fiore dei fiori…”

Alla fine della lettura mi dico in tutta sincerità che ho appena sfiorato i tanti contenuti presenti in questo libro e, nelle mie pochezza culturale e scarsa conoscenza dei significati della simbologia cristiana, potrei pure averli fraintesi, però sono sicura di avere percepito in pieno l’invasamento numinoso dal quale è stata investita l’autrice e di essere rimasta colpita dall’intensità e dalla bellezza delle sue parole. Per questi motivi mi trovo pienamente d’accordo con quanto affermato nel quarto di copertina “A nulla della poesia italiana del nostro tempo possono essere avvicinate le liriche di Cristina Campo, ma piuttosto a Simone Weil e…. a tutti gli autori dei quali la Campo ha lasciato traduzioni che sono altrettanti esercizi di metafisica simbiosi.”

Canone IV

Il Tremendo, conoscendone l’animo pieghevole come il salice al vento dell’idolatria, trasfuso ch’ebbe nella divina icone
il suo indicibile sguardo sugli uomini,
volle talora sottilmente provarne
l’antico occhio di carne,
un lampo trasfondendo della suprema Maschera
in un volto di carne:
centro celato nel cerchio, essenza nella presenza, lido inafferrabilmente coperto e riscoperto
della Somiglianza, fermo orizzonte dell’immagine, all’incrocio del tempo e dell’eterno,
là dove la Bellezza,
la Bellezza a doppia lama, la delicata,
la micidiale, è posta
tra l’altero dolore e la santa umiliazione,
il barbaglio salvifico e
l’ustione,
per la vivente, efficace separazione
di spirito e anima, di midolla e giuntura,
di passione e parola…
O quanto ci sei duro
Maestro e Signore!Con quanti denti il tuo amore
ci morde!Ciò che dal tuo temibile
pollice luminoso è segnato
– spazio ducale tra due sopraccigli,emisferi cristallini di tempie, sguardi senza patria quaggiù, silenzi più remoti dell’uranico vento –
ancora e ancora, scoperta e riscoperta
la tua Cifra per ogni angolo della terra, per ogni angolo dell’anima da te è gettata,da te è scagliata:
a testimoniare,a ferire
a insolubilmente saldare
a inguaribilmente separare.

Biografia di Cristina Campo

Pseudonimo della poetessa e scrittrice italiana Vittoria Guerrini (Bologna 1923 – Roma 1977). Compì studi privati, minata da una malattia al cuore che condizionò la sua intera esistenza. Cresciuta nel culto della bellezza e animata da un’incoercibile tensione alla perfezione, etica non meno che estetica, fu influenzata a lungo dal pensiero di S. Weil, e negli ultimi anni si dedicò allo studio dei mistici e della grande tradizione liturgica del cristianesimo, cattolico romano e orientale. Nota soprattutto per l’attività di traduttrice (J. Donne, E. Dickinson, s. Giovanni della Croce, W. C. Williams e altri), pubblicò in vita soltanto un’esile raccolta di versi (Passo d’addio, 1956), alcuni articoli su riviste e due volumetti di saggi (Fiaba e mistero e altre note, 1962; Il flauto e il tappeto, 1971). L’interesse intorno alla sua figura, oltre la cerchia ristretta degli esperti di cose letterarie, è venuto crescendo parallelamente al costituirsi postumo del corpus dei suoi scritti, a partire da Gli imperdonabili (1987), in cui è raccolta l’intera opera saggistica.

El jardìn

 

 

Entré en el jardìn secreto:
las nuevas hojas cubren las pietras
de la ciudad perdida

En el sueno eterno de las plantas
entre los miles de flores raras
en la musica del agua
no tenia el corazon para pedir
el viento posado en las hojas

yo tambien arbol eterna
o tal vez una pequena flor
perdida entre los muchos

10 maggio 2016

LA PETITE POUCETTE

MICHEL SERRES

NON E’ UN MONDO PER VECCHI

Bollati BORINGHIERI

Torino, 2013

3945786

Ho trovato una breve informazione dell’esistenza di questo libro in una rivista cartacea: il filosofo francese Michel Serres, ultraottantenne e tuttora insegnante di Storia della Scienza alla californiana Stranford University, nel 2012 ha pubblicato La petite Poucette, un saggio dedicato alle nuove generazioni “digitali”, delle quali spiega con empatia i comportamenti sociali e li legittima.

Appena l’ho avuto tra le mani, mi sono collegata in Rete per leggere la biografia di Serres; da essa, con pochi click di mause, sono entrata nelle pagine della fiabe di Andersen e dei fratelli Grimm(dalle quali il libro trae il titolo) e, tanto c’ero, me le sono lette in francese per il solo piacere di rinfrescarlo.
Come nella leggenda di San Dionigi (citata da Serres nel cap. Scuola. Paragr. la testa di Pollicina), così facendo, ho preso tra le mani “la mia testa decapita “(computer=sede dei saperi) per cercare delle informazioni non tanto per memorizzarle, ma per usarle in un lavoro creativo: questo scritto.

Premessa necessaria la mia, per dire quanto mi senta “in linea”, “connessa” con il pensiero dell’autore che, ben lungi dallo stigmatizzare il comportamento disattento, vociante e disimpegnato degli studenti ce ne spiega i motivi e ci indica come il mondo di geometrie a cui siamo abituati da secoli stia diventando del tutto inadeguato a rispecchiare i nascenti paradigmi sociali, ai quali, senza quasi accorgercene, ci stiamo approcciando anche noi vecchi (vedi il mio comportamento descritto sopra).

“Non più villaggi, non più vicini e riti di appartenenza, non più attività in armonia con la natura. Viviamo immersi in un’epoca totalmente nuova dove anche la morte fisica non è certa, se basta un massaggio cardiaco a riattivare il cuore. Niente sembra più sicuro in una società globalizzata (non le fedi politiche, culturali, religiose) e a tal punto tecnologizzata da estraniare dalla realtà vicina. Ho scoperto, solo per fare un piccolo esempio, che i miei alunni non sanno cosa siano ginestre ed eriche, eppure conoscono benissimo gli ultimi giochi elettronici e i saperi che veicolano…Viviamo in una rivoluzione e difficilmente ne possiamo azzardare un giudizio. Viviamo dentro una rivoluzione tecnologica e difficilmente ne possiamo misurare la portata…” Affermavo in un’intervista del 2010. Nel frattempo anche la mia immersione nella tecnologia, che allora mi sembrava sorprendente, è diventata normalità e sicuramente mi ha cambiata nel modo di cercare conoscenza, imparare e pensare; e qualche riflessione su quella “portata” me la sono fatta, ma che sollievo! trovarla chiarita, dolcemente spiegata, entusiasticamente accettata in questo denso librino di nemmeno 80 poetiche pagine!
Pollicina/o non vivono più in compagnia degli animali, non vivono nella stessa terra, non hanno più lo stesso rapporto con il mondo. Abitano la città. Abitano un mondo pieno (in una generazione siamo stati sbalzati da due miliardi a 7 miliardi di persone). Hanno una prospettiva di vita di circa 80 anni. Non hanno conosciuto la guerra. Beneficiano di una medicina che li fa soffrire meno dei predecessori. La loro nascita è programmata. Mentre i predecessori studiavano in classi culturalmente omogee, per i pollicini la multiculturalità è la regola. Quale letteratura, quale storia sono in grado di comprendere, beati…senza aver sperimentato, soffrendo, l’urgenza vitale di una morale?
L’orizzonte temporale dei loro avi comprendeva alcune migliaia di anni; il loro, ormai sconfinato, risale alla barriera di Planck.
Sono formattati dai media, dalla pubblicità, dalla società dello spettacolo, che eclissa la scuola e l’università. Abitano il virtuale e l’uso dei nuovi strumenti non eccita gli stessi neuroni né le stesse zone corticali attivati da libri, lavagne e quaderni. Tramite cellulare, Gps e Rete abitano uno spazio topologico di vicinanza.
“Senza che ce ne accorgessimo, – riflette l’autore – in un breve intervallo di tempo- quello che ci separa dagli anni settanta del Novecento – è nato un nuovo umano. Lui e lei non hanno più lo stesso corpo, la stessa speranza di vita, non comunicano più allo stesso modo, non vivono più nella stessa natura, non abitano più lo stesso spazio…lui e lei apprendono in un altro modo. …Sono diventati tutti e due “individui”…le appartenenze (reclutate dalle ideologie) sono svanite. Come atomi senza valenza, i ragazzi sono nudi.

Questo individuo “non appartenente” ha bisogno di inventare nuovi legami. Gli insegnanti non possono più pretendere di dispensare un insegnamento all’interno di contesti tipici di un’epoca che essi non riconoscono più. Attraverso la Rete il Sapere è sempre e ovunque già trasmesso e oggettivato e diffuso, e ciò non rende desueti solo i vecchi metodi d’insegnamento, ma anche tutte le Istituzioni sociali che “somigliano alle stelle di cui riceviamo ancora la luce, ma che secondo il calcolo degli astrofisici sono già morte da tempo”.

E qui mi fermo resistendo al desiderio di riassumere tutto il saggio e lasciando a chi vorrà leggerlo il piacere di confrontare il suo pensiero con quello dell’autore.

Aggiungo che, se la prima parte del libro è interessante, la seconda diventa ancora più coinvolgente, nello spiegarci tramite leggende, metafore, e lessico volutamente attinto dalla tecnologia, il nuovo modo di apprendere di Pollicina/o; e elogiando la serendipità, l’intuizione, l’intarsio, il pensiero procedurale.

Insomma, altro che sentirci delusi dagli atteggiamenti dei nostri studenti, figli e nipoti!, diamogli la possibilità di esprimersi con i loro nuovi metodi, supportiamoli rinnovando le nostre Istituzioni, collaboriamo con loro e guardiamoli con l’occhio benevolo e senza pregiudizi dell’autore che, sì, è vecchio fisicamente, ma ha una mente giovane, entusiasta e profetica.

Carmelo Consoli – Nota critica a “La bellezza tragica del mondo”

Stamani ho riletto la Nota critica di Carmelo Consoli (poeta e critico letterario fiorentino) alla mia raccolta di poesie “La bellezza tragica del mondo” e l’ho trovata di nuovo così accurata, approfondita e gratificante che, bando alla paura di sembrare troppo presuntuosa, ho sentito l’impulso di pubblicarla, se non altro per ringraziarlo pubblicamente.

 

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Ritorna con Franca Canapini il canto elegiaco dedicato alla natura, alle sue quattro stagioni.
L’autrice dunque segue un sentiero solcato da innumerevoli autori sia in poesia che in prosa ma anche in musica, perché ci viene subito alla mente la straordinaria composizione di Antonio Vivaldi.
Tematica veramente di primo piano quella intrapresa, strettamente attinente alla questione esistenziale e portata avanti dall’autrice, con sapienza descrittiva, la quale si pone davanti ad un universo affascinante e misterioso con sentimenti ed emozioni contrastanti , ossia con apprensione per l’esperienza traumatizzante dell’esistenza ma anche e nonostante le problematiche e le precarietà con entusiasmo e ammirazione verso la “Bellezza” dell’universo e della natura.
La presa d’atto di una coscienza che genera paure, timori, senso d’impotenza e d’altro canto stupore e delizia per quel mistero che ci appare la vita.
Ecco che allora la natura si miscela profondamente con la carnalità delle emozioni, con la spiritualità dell’anima seguendo una linea poetica colta, elaborata e corroborata da richiami della antica classicità, dove è il mito a esaltare l’esperienza esistenziale.
Così nasce “La bellezza tragica del mondo” che già nella sua titolazione apre scenari di splendori ed estreme fragilità.
Un’opera poetica in 4 atti che mettono in scena l’avvicendarsi delle stagioni con il loro manifestarsi naturale nelle fragranze nelle cromie, nelle presenze faunistiche e floristiche ed il loro incidere decisamente nelle mutazioni del cuore e dell’anima in una presa diretta di sensazioni ed emozioni.
Con la primavera che apre gli scenari dove è palpabile lo stupore del poeta per la rinascita, il rinnovo della vita , del piccolo seme che come scrive l’autrice: “ In un solo istante/sprigiona tutta la sua forza/per trasformarsi in fiore d’oro”/.
L’autrice filma tutto un mondo che si evolve come la giovane fagiana, il cerbiatto, i rami del susino e la meraviglio dell’ulivo, e ancora le peonie , le albe, i papaveri, le api in cui innestare le proprie considerazioni sulla natura umana e risaltare talora in corsivo incisivi ed emozionanti lampi di ricordi e considerazioni, che si ripetono in tutte le sezioni.
Una poetica non priva di domande filosofiche sul mistero della vita come nella poesia”Quale mano, quale mente” .
Tutto il libro è pervaso da un sotterranea ansia di chiarimenti vitali alla ricerca di una luce che al fondo è spirituale.
Alla primavera segue l’estate dove da subito si coglie l’abilità della Canapini nel cogliere in pochi tratti tutta la forza, la violenza , l’asprezza degli odori, dei colori, di questa stagione e significativa in questo senso la poesia “Quaranta giorni nel deserto” suddivisa in 4 decadi con i suoi richiami all’esperienza cristologica .
Ben rappresentata dunque questa stagione con le vampe, il fuoco, la cenere, quel ribollire infuocato dell’esistenza e degli esseri che la compongono, come quando descrive le scogliere di Moher, il trionfo di Cerere ma dove è soprattutto la poesia “ L’onda vitale “ a darci lo spessore marcato e fragrante in una visione quasi filmica di uomini e luoghi, che albergano nel grembo caldo dell’estate e del mare.
Segue l’autunno con una appropriata apertura nell’adagio di Settembre.
Cita l’autrice: Suoniamo adagio/d’azzurro e d’amaranto/ questa pace:/ i viali d’oro e la gente serena/che parla piano e non si fa paura”/ dando cosi la misura di quale sarà il suo porsi nei confronti di questa stagione di candori, pallori, di colori crepuscoli e luoghi suggestivi.
E ancora la sua è poetica di osservazioni, stupori, considerazioni esistenziali, un naturale avviarsi verso la stagione invernale con la splendide poesie “ Torniamo” dove si avverte l’influenza dannunziana delle migrazioni pasturali e ” Aspettando l’inverno” una sorta di mini poemetto in otto parti, in cui vivere in maniera esemplare ed esaustiva l’esperienza autunnale in compagnia della luce sospesa e sognante della pittura di Marc Chagall.
Chiude il libro la stagione dell’inverno e come per altre tre sezioni Franca Canapini è abilissima ad entrare nelle atmosfere della natura in questo caso quelle invernali.
Le sue poesie si caricano di visioni fredde, nebbiose, nevose anche se la natura continua la propria vita silenziosamente protesa al rinnovo e al domani, inteso come l’eterno rito di mutazione e trasformazione ed infatti scrive l’autrice al termine della sua lirica “ Domani”: “ Domani è qui/nel brulichio di cellule/nell’insofferenza dell’oggi/ è questo vento”.
Insomma tante e curate sono le immagini in cui gli uomini si inseriscono in questa stagione ed è esemplare questo senso la poesia “ Rapsodia d’inverno” con i suoi tragici richiami alla storia ed un passato di violenza umana.
Vorrei concludere questa mia disamina del volume di Franca Canapini con considerazioni sulla notevole capacità della sua scrittura la quale non solo è frutto di una vera, reale emozione poetica, ossia quella di una immersione totale nell’inconscio, nel subliminale in cui cade il poeta estraniandosi dalla realtà o trasformando la stessa realtà in sogno ma è anche parola la sua ben costruita, corposa, ricca di musicalità, saggiamente modellata tra versi lunghi e brevi, dinamica tra considerazioni, interrogativi, esclamativi ed in cui i richiami mitologici della classicità costituiscono robustezza e smalto.
Liriche che sorprendono il lettore pagina dopo pagina, in cui l’autrice riafferma ancora, dopo molte altre premiate opere, la propria capacità di fare vera poesia.

Carmelo Consoli

bellinverno – Il cammino delle fate

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Ha qualcosa di “fatato” questa suggestiva, emozionante lirica d’amore lasciata da “bellinverno” ( non so neppure se è un poeta o una poetessa) nella Vetrina del club dei Poeti, nel lontano novembre 2012.

Non è alla meraviglia che devi chiedere
se a te che abiti l’ultimo stupore
canto la mia indolenza
Potresti dirmi che non esisterai prima di domani
e che nessun giorno mi è dovuto
senza una spiegazione ragionevole
a questa veglia che non ammette repliche.
Ciò che mi sale in cuore
già da qualche tempo
è il timore di un sogno che mi colga da sveglio
Magari in tarda primavera
quando le cose accadono senza più scuse
“Ma la realtà è il credito
che un sogno si guadagna”
Questo mi dicevi Solfiore
Fata dalle viscere di selce
e dalla luna buona che ti risponde
Però,a cosa serve la verità
se è l’opinione a governare il mondo
Sarebbe come scusarsi per il vento
o per la luce che disturba il giorno.
Forse è per questo che in fondo
nella veglia non si muore
Finalmente salva
perchè non posso più chiarirti.

“bellinverno” del Club dei Poeti