Un angelo a metà

ROBERTO SARRA

UN ANGELO A META’

Pegasus Edition
Cattolica – Terza edizione – 2017

 

Una storia semplice, ispirata alla vita quotidiana della gente d’oggi, per lo più quarantenni alle prese con il lavoro e la loro affettività. Una fabula che si compie in un anno circa, rispettando l’ordine cronologico dei fatti narrati.
Luca, il protagonista, è un giovane architetto di provincia fortunato; dotato di talento, benestante, ha diversi amici che sono anche colleghi di lavoro e suoi punti di riferimento. Passioni normali per un uomo: il lavoro, le automobili, le belle donne. Unico cruccio non aver mai trovato il grande amore; perciò vive da solo nella sua villa vicino al mare. Nei momenti di solitudine meditativa rivela, poco a poco, un animo generoso e empatico con tutti: gli amici, la zia, e, soprattutto, i bambini del piccolo orfanotrofio della sua città. E’ come se vivesse in una favola bella, soprattutto quando gli capita d’incontrare Elisa, che lui paragona fin dal primo incontro a un angelo e che diverrà il suo angelo biondo e la sua donna. Ora, avendo anche l’amore, si sente completo e felice; ma…ecco il fulmine a ciel sereno, ecco il destino che gli taglia il cammino: scopre di essere affetto da un mare incurabile. Da questo punto in poi la narrazione diviene più spessa in un crescendo di suspence, tra dolore, disperazione, addio ai progetti di vita, decisioni irrevocabili. Emergono problematiche oggetto di discussione nel nostro mondo contemporaneo: l’assistenza ai bambini orfani, la lotta contro la malattia, la possibilità, solo spostandoci in Svizzera, di ottenere l’eutanasia. Ed è sull’eutanasia che si accentua l’attenzione del lettore, vuoi perché è un tema sentito da molti, vuoi perché l’autore riesce a descrivere ambienti e personaggi di quel piccolo mondo “di fine vita” in maniera coinvolgente. Non svelerò il finale per non togliere la suspence al lettore; però mi preme dire che a lettura terminata ci sentiamo piacevolmente coinvolti nella vicenda, perché hanno vinto la generosità e l’amore. E l’amore, se non può trionfare sulla morte, almeno può renderla serena e accettabile. Belle le unità descrittive del paesaggio mutevole e quelle relative alla guida dell’automobile, di cui l’autore deve essere un vero appassionato. Ben definiti anche i personaggi minori come il padre di Luca e la zia.

Biografia

Roberto Sarra Scrittore, Poeta, Critico letterario, Editore è nato a Rimini nell’Aprile del 1964 e vive a Cattolica rinomata località balneare del litorale Adriatico. E’ Autore di testi di numerose canzoni quali la sigla de “La Notte Rosa”, grande manifestazione che si tiene ogni anno sulla Riviera Romagnola, ha fatto parte della Redazione della Musical letterarietà del celeberrimo Premio Lunezia uno dei più importanti concorsi musicali italiani. Direttore del Portale letterario “Culturlandia”, vincitore di Premi Letterari nazionali ed Internazionali tra i quali il prestigiosissimo “Il Molinello” che annovera tra le sue fila i più grandi autori italiani (Primo Premio per la Narrativa Inedita). E’ laureato in Scienze della Formazione presso l’Università di Urbino dove ha svolto le funzioni di cultore della materia, tenendo lezioni di Management delle Risorse Umane. Presidente dell’Associazione Pegasus Cattolica è ideatore del Premio letterario Internazionale “Città di Cattolica Pegasus Literary Awards” del “Premio Internazionale Montefiore” e del “Pegasus Golden selection” .E’ membro di commissione valutatrice in diversi concorsi letterari italiani, è stato Presidente di Giuria del Premio letterario sui diritti del fanciullo “Ho diritto a…”. Ha curato le prefazioni di diversi autori e operato numerosissime recensioni critiche. Ha affiancato alle sue molteplici attività quella di presentatore in importanti manifestazioni. Relatore in conferenze e rassegne letterarie internazionali è stato insignito di onorificenza del Presidente dell’Ecuador e ricevuto numerosi riconoscimenti alla cultura. Sue opere sono state tradotte in varie lingue. Ha collaborato in qualità di critico per i testi inediti con la giuria del “Festival sotto le stelle” importante manifestazione canora sotto la presidenza dell’illustre Mogol e la direzione artistica del maestro Vince Tempera. Dirige la Pegasus Edition marchio editoriale dell’ Associazione Culturale Pegasus di Cattolica.

Li senti i poeti

 

Nel silenzio puoi nuotare
in acque dense di brillanti
entrare in soffitte inesplorate
abitare mondi nuovi.
Vi cammini – il cuore in gola –
tra figure sconosciute;
ed è l’opposto, l’altro da te
il mondo tutto ignoto
quello che non sapevi tuo
la Parola che t’inchioda
e che t’incanta.

Un ordinato groviglio di Piera Maria Chessa

PIERA MARIA CHESSA


UN ORDINATO GROVIGLIO

il FILO

Roma 2008

…e una certezza/che oggi so non vera.

 

Se il flusso vitale (a causa del quale l’ inarrestabile mutamento del tempo e delle cose risuona in noi, trasformandosi in un continuo inarrestabile mutamento interiore), ci provoca un groviglio di pensieri e sentimenti continuamente mutevole, il poeta, cercando di fermare con la parola certi attimi di vita, sa trovare spesso un ordine in quel groviglio, delineandone strade e luoghi, e riportandone qualche barlume di verità.

Questo fa Piera Maria Chessa nella sua raccolta Un ordinato groviglio. Sezione dopo sezione, infatti, individua nel suo “groviglio” personale innanzitutto la strada del silenzio benefico (perché meditativo), che vive nella sicurezza di casa; per uscire poi per le strade reali a osservare gli altri, farne ritratti e focalizzare l’attenzione sulla sofferenza degli esseri viventi tutti, sottoposti a malattie, prigionie, indifferenza e morte; fino a ricordare malinconicamente l’assenza di coloro che le sono stati cari.

La sua poesia è connotata da una forte aderenza alla realtà e da un approccio alla vita fatto di serietà, compassione e senso di solidarietà. E’ semplice, disadorna, sobria eppure efficace nell’esprimere le emozioni di un’anima gentile e amorevole, che non grida neppure di fronte all’angoscia esistenziale, ma la sussurra come in Paola in cui, con qualche rima, rimelmezzo e un ossimoro (morbida/screpolata) riesce a rendere delicato un contenuto che, partendo da un dolce ricordo di fiduciosità infantile, termina con una scudisciata di cruda realtà:

Oggi il pensiero vola lontano
Ai primi anni di vita
quando l’idea della morte,
ancora indefinita,
era comunque presente
nella mia mente bambina.

-Morirò oggi?- chiedevo piano
per un piccolo taglio sulla mano.
-Non c’è tempo, stasera- mi rispondevi tu,
cara tata scherzosa,
amica adulta di quegli anni lontani.

Io, fiduciosa e appagata,
nascondevo la mia morbida mano
tra le tue screpolate,
cercando sicurezza e una certezza
che oggi so non vera.

Ed è la nostalgia per la visione incantata dell’infanzia a ricorrere in vari testi come in Bonannaro, dove addita al piacere di ritornare anche solo per un attimo felicemente bambine spensierate:

Pioveva, era sera,
quasi notte ormai.
Apristi la finestra e dal giardino
il profumo delle arance penetrò nella stanza.
Quell’istante ci vide bambine
protenderci ancora verso i frutti maturi
disposti lì per essere colti.

Così ci parve.

La pioggia cadeva fitta
sui rami profumati, sulle foglie appena lavate.
Ci piacque toccarle, accarezzarle piano
quasi fragili vecchie,
lasciando che l’aria umida rinfrescasse
i nostri visi adulti,
da tempo assuefatti alla vita.

Ma è la pensierosità dell’adulto a dominare la poesia di questo libro. La consapevolezza del dolore universale, provocato sia dalla natura che dall’uomo, è il tema che sta più a cuore all’autrice e sa farne anche oggetto di denuncia sociale come in Umanità dolente:

Corsie d’ospedale:
uno sguardo discreto dentro le sale
attraverso porte troppo aperte.

La solitudine è evidente
sui tanti visi rassegnati.
Gli occhi incerti, talvolta lontani,
in attesa di una visita, una parola,
un po’ di compagnia.

Lungo corridoi senza fine
camminano camici informi:
insensibili ombre bianche
indifferenti ad un’umanità dolente
che in silenzio chiede dignità.

“Leggere quel che una donna o un uomo scrivono significa conoscenza di quella persona, del suo sguardo sulle cose e su tutto ciò che avviene intorno a noi.
Certamente non se ne conoscono le abitudini quotidiane, i gusti e gli interessi, non tutti, ma quel che lascia per iscritto corrisponde in buona parte al suo modo di essere e di sentire. ” Scrive la cara autrice ed io concordo pienamente. Non solo, quello che un uomo o una donna scrivono suscita riflessioni in chi legge e sono sempre occasioni di arricchimento interiore. Leggere Un ordinato groviglio, canto del vero e della realtà, mi ha riportata coi piedi sulla terra e nella mia età, perciò sono grata all’autrice.

 

Cenni biografici

Piera maria Chessa, nata a Pattada (SS), insegnante, vive a Oristano. E’ socia dell’Associazione culturale PARTIcORlari della sua città, ed è curatrice del blog www. pieramariachessa.wordpress.com. Ha partecipato a numerosi concorsi letterari, ottenendo premi e segnalazioni di merito. Nel 2002 ha pubblicato la silloge poetica La dea del buio. Un ordinato groviglio è la sua seconda silloge.

Escursione all’isola di Pianosa

 

Appartenente all’arcipelago toscano, vicina dell’Elba, eppure non così facile da raggiungere.
Partiamo da casa alle 5 del mattino, alle 8.30 ci imbarchiamo al porto di Piombino, alle 10 facciamo scalo a Marina di Campo nell’Elba  per raccogliere altri passeggeri e le guide, alle 11 attracchiamo al molo.
Alle 17 in punto dovremo riavvolgere il percorso srotolato e il mare sarà mosso. Abbiamo a disposizione 6 ore per visitare Pianosa e fare il bagno, a fronte delle dodici di viaggio. Mi chiedo se ne è valsa la pena.Un unico traghetto in sosta, il nostro, di fronte a un paesino fantasma arroccato in leggera salita intorno a un edificio merlato. A destra cenni di vita: il Centro delle guide del Parco Nazionale dell’arcipelago toscano, il bar ristorante gestito da una cooperativa mista di privati e detenuti di Porto Azzurro in semilibertà. Sotto,  la grande spiaggia bianca di cala Giovanna, un sogno di acqua fresca e cristallina su fondale bianco di calcare, striato dalle masse scure delle Posedonie. Resistiamo alla tentazione di un bagno degno di mari esotici e ci avviciniamo alle nostre guide che promettono 4 o 5 chilometri di escursione sotto il sole già cocente. Forza coi cappelli! E via alla ricerca di soste all’ombra, appena le guide si fermano per illustrare il luogo. Intanto veniamo sorpassati dal gruppo di escursionisti che ha scelto di compiere il percorso in mountain bike.Prima tappa: le vecchie mura di recinzione del carcere, doppie, simili alle mura di un castello. Tra l’una e l’altra una piazza in cui si affaccia una chiesetta disadorna. All’ombra tra le pietre della pavimentazione si esibisce una pianta di cappero in fiore. Dall’arco più interno entriamo nella zona della colonia penale e subito ci scontriamo con il muro Dalla Chiesa, realizzato a difesa del Carcere di massima sicurezza: un obbrobrio di cemento che ferisce il paesaggio.Scopriamo che le strutture della vecchia colonia penale, divise in vari dipartimenti, erano distribuite su tutta l’isola. Oggi ne restano i ruderi, che intravvediamo tra la vegetazione. Unico edificio nuovo di zecca e mai usato, (eccolo sopra!) quello che doveva divenire il centro amministrativo e il luogo di vita delle guardie carcerarie del Supercarcere. Cadente ormai l’edificio del Preventorio, luogo in cui venivano isolati i detenuti sospettati di tubercolosi. Sostiamo sotto i pini di Aleppo, profumatissimi, e dalla chioma morbida e scomposta. Vennero piantati per profumare e rendere l’aria ancora più salubre, in maniera che i detenuti ammalati di tubercolosi potessero beneficiarne e magari guarire. Molti detenuti tisici delle carceri italiane vennero trasferiti qui e fatti passeggiare sotto i pini (lo testimoniano le foto della mostra fotografica aperta nel centro del paese). Purtroppo l’aria marina era sì salubre, ma del tutto inadatta a curare la malattia. La conseguenza catastrofica fu che gli ammalati contagiarono i sani e in pochi anni morirono 2000 persone.

Entriamo nell’ex pollaio nazionale costruito agli inizi del Novecento, allora il più grande d’Europa, dove i detenuti allevavano gli animali domestici. Ci troviamo in un vasto terreno suddiviso in rettangoli (i pollai) oggi coltivati a orto da alcuni detenuti. Poco prima della ripartenza ci fermeremo,  tra le case disabitate del paese,  al banchino dei coltivatori per acquistare dei pomodori che si riveleranno saporitissimi.

Nei pressi del pollaio sono visibili le tracce delle attività agricole in cui venivano impegnati i reclusi. Restano i muretti a secco, ognuno con una diversa disposizione delle pietre a seconda della mano che lo ha realizzato; e i frutteti ormai irrimediabilmente inselvatichiti da decenni di abbandono. Il viottolo ci conduce verso la macchia e infine alla costa, dove ci ricreiamo lo spirito alla vista delle tante calette incontaminate, proprie di un ambiente preindustriale, oggi difficile da trovare.

Cala del bruciato

All’orizzonte l’isola di Montecristo

Alle 14, finita la prima parte dell’escursione, possiamo scegliere tra il ristorante e un bagno a cala Giovanna, prima di riprendere alle 15 e 30 con la visita del paese disabitato. Non abbiamo dubbi: il mare, l’acqua fresca, il nuoto tra i pescetti verde azzurri, per niente spaventati dalla nostra presenza.

Salutiamo Pianosa rigorosamente alle 17, con tra le mani i suoi ortaggi e nella testa il pensiero di quanta piccola storia  di gente comune e non, succedutasi nel tempo, abbiamo potuto conoscere.  Valeva la pena davvero affrontare un po’ di fatica e gli schizzi delle onde di un mare mosso, che non risparmierà docce improvvise a chi lo sfiderà restando sul ponte. Nel cuore il bel paesino dalle costruzioni cadenti con la chicca del suo porticciolo in disuso (rifugio a sera di numerosi barracuda)  e la speranza che qualcuno (hanno potere in Pianosa il Demanio, lo Stato della Chiesa, il Comune di Campo nell’Elba e gli amministratori del Parco nazionale dell’arcipelago) s’impegni a restaurarlo.

immagine da web

Cenni storici

Pianosa (10,3 km²), si trova circa 13 km a sud-ovest dell’isola d’Elba. Appartenente al comune di Campo nell’Elba, Pianosa è l’unica isola dell’arcipelago toscano priva di alture.
L’isola fu abitata sin dall’epoca preistorica; le più antiche tracce di presenza umana sono attribuibili al Paleolitico superiore.
In epoca romana fu individuata come luogo di deportazione, qui fu esiliato nel 6-7 d.C. Agrippa Postumo, nipote ed ex-erede di Augusto. Agrippa rimase sull’isola fino al 14, anno in cui fu giustiziato. Fra le costruzioni d’epoca antica sono visibili, fra gli altri, i ruderi di una villa romana e un sistema di catacombe scavato su due livelli, nonché le caratteristiche peschiere romane. Inserita nelle rotte commerciali del Mediterraneo, nel Medioevo fu a lungo disputata tra Pisa e Genova e infine, nel 1399, passò sotto il dominio di Piombino.
Fu a più riprese popolata e successivamente completamente abbandonata. Nel 1856 venne istituita dal Granducato di Toscana la Colonia penale agricola di Pianosa e furono inviati sull’isola i condannati destinati ad occuparsi dei lavori nei campi. Il carcere rimase in attività durante l’epoca fascista e vi fu detenuto dal 1931 al 1935 anche il futuro presidente della Repubblica Sandro Pertini.

Nel 1968 venne trasformato in Carcere di massima sicurezza e la rimanente popolazione dell’isola venne evacuata. Nella struttura voluta dal generale Carlo Alberto Dalla Chiesa vennero confinati inizialmente appartenenti a organizzazioni terroristiche e in seguito pericolosi esponenti delle mafie.

Nel 2009 il Supercarcere cessò la sua attività e ebbe termine il divieto assoluto di sbarco nell’isola che, comunque, aveva garantito il mantenersi intatto delle bellezze naturali.
A tutt’oggi i visitatori non possono superare il numero di 250 al giorno, utilizzando il traghetto che effettua corse quotidiane partendo alle 10.00 da Marina di Campo sull’isola d’Elba e ritornandovi con partenza da Pianosa alle 17.00.
Sull’isola possono trascorrere la notte solo alcuni turisti, ospitati in un albergo, gestito da una cooperativa, ricavato nella ex residenza del direttore della Colonia Penale.
Sono vietate, in tutta la sua zona marittima, la pesca, l’immersione, l’ancoraggio, la sosta, l’accesso e la navigazione se non sotto autorizzazione specifica.

Magnifica


Magnifica la prima luce!
Cola dalle fronde l’oro
si fonde con le biade secche
accarezza vigne e boschi.
E tutto è verde fresco immobile
vastità sospesa – aperta all’attimo
della resurrezione dalla notte.

Passi sui sassi di Cinzia Della Ciana

Cinzia Della Ciana

Passi sui sassi

Effigi

“E fu boato/ che sillabò l’eterno muto”

La mia amica poetessa e blogger Domenica Luise sostiene che la poesia è dolore, amore e gioco. I tre elementi sono sempre mescolati in ogni scritto poetico, ma (aggiungo io) succede spesso che l’autore ne enfatizzi soprattutto uno sugli altri e che quest’uno colpisca l’attenzione del lettore.

Anche in Passi sui sassi, prima raccolta poetica di Cinzia Della Ciana, sono presenti l’amore e il dolore, ma è il gioco che cattura l’attenzione più di tutto. Cinzia gioca sapientemente con la parola, ne fa musica di sillabe, tanto che l’intero libro appare come un brano di musica dura, petrosa, violenta, con la quale l’autrice manifesta la sua avventura psichica, volta ad un tormentoso cambiamento interiore ed esteriore.
Inizia con lo squillo della determinazione al cambiamento, nella speranza di potercela fare “d’improvviso scoprirsi arrivati,/col viaggio che ci avrà fatti e inventati”; s’innalza tumultuosa compiendo passi difficili sui sassi (delle scelte) che scorticano; si accende di certezze quando i passi diventano sicuri; si cheta e rallenta nel passeggio sulle strade della nuova vita; si gonfia trascinando l’oggi in un continuo sorpasso di ieri fin quando il magma dei sensi solidifica, abbandonandosi a nuove sassaie.

Da questa musica emerge il sentire prometeico di una donna che vuole essere completa “Solo/umano/è/l’intera donna”; il suo tormento personale “Non penso,/non vedo./Covo il volante/lo piego/annego./E’ scontro,/salto arruotato…”;
le incitazioni a se stessa “… e allora, forse, sarò/ faro, giano fra mare e terra,/ festa senza farsa…” in cui l’onda della volontà resta sempre tesa e violenta
“abbrucinino le camere oscure/che ribaltano il fuoco” “ho difeso l’offesa del torto/nel corpo che porto piena d’ignoto,/affogo e nuoto”; l’osservazione degli elementi del paesaggio esteriore(monumenti, paesi, feste, alberi, fiori) che diventano correlativi oggettivi del suo paesaggio interiore.

Come si può vedere dai brevi versi citati, a riprova di quanto dicevo all’inizio, è parola sonante piegata al volere e al gusto dell’autrice che non rifugge dal meravigliare il lettore con neologismi e un uso tutto personale dei verbi come in queste espressioni: un rantolo roca; rostri i tuoi piedi; brivida polvere; foltame ch’asconde; fra queste fessure abbrivido; imbutano la tua mole;
le voci merlano frulli; muòrile (le voci).

Concludendo si può dire che la poesia di Cinzia della Ciana, per contenuti e sonorità, ben esprime il terremoto interiore dell’autrice, metaforicamente condensato nei due brevi versi di

Terra scossa

E fu boato
che sillabò l’eterno muto.

E inoltre ci lascia con l’impressione che indichi uno dei tanti nuovi rivoli in cui comincia a scorrere la poesia italiana del nuovo millennio.

——–

Cenni biografici

Cinzia della Ciana, nata a Montepulciano (Si), è un avvocato aretino.
Ha pubblicato una raccolta di racconti Quadri di donne di quadri e un romanzo Acqua piena di acqua, per i quali ha ricevuto numerosi Premi.
Passi sui sassi è la sua prima raccolta di poesie.

Notturno estivo

I cani nella notte
l’abbaiare dei cani nella notte
il lontano abbaiare dei cani nella notte
e il tuono che si abbatte
il tuono che si abbatte a intervalli regolari
il tuono irregolare che esplode e che mitraglia
il cane in solitaria

Profondo di velluto il buio spesso
tra me e i cani tra me e i tuoni
spesso di velluto il buio profondo
come un vuoto una mancanza
un’ incolmabile distanza

Concorso città di Pontremoli 2017

Concorso di Letteratura a carattere internazionale CITTA’ DI PONTREMOLI – VI edizione 2017

Premio della Giuria

Narrativa edita

a Franca Canapini

per l’opera narrativa

“Un giorno, la vita”

Il libro è stato presentato dalla Prof. FERNANDA CAPRILLI, per la prima volta, il 17 maggio 2017, nella saletta della BIBLIOCOOP di Arezzo.

Per chi volesse conoscere un po’ il contenuto, lascio l’attenta e approfondita recensione ottenuta, da inedito, al premio Casentino 2016.

CENTRO CULTURALE DI LETTERE ARTI ECONOMIA “Fonte Aretusa” 

41° Edizione del Premio Internazionale Casentino – Sez. Silvio Miano 

FRANCA CANAPINI 

2° Premio per la Narrativa inedita

(per Un giorno, la vita)

Il fluire di ogni singola esistenza può apparire – qualora lo si guardi nella sua consequenzialità e come dall’esterno – estremamente lineare; ma le concatenazioni dei singoli momenti, delle singole occorrenze costituiscono altrettanti nodi, svincoli da cui possono – o meglio, potrebbero – dipartirsi percorsi diversi da quelli che in effetti vanno poi a determinare la fisionomia complessiva del vissuto individuale. Le scelte soggettive – in tal modo – permangono, ma come condizionate dagli eventi più disparati, dal confronto con gli altri, dal sottinteso misterioso che in ogni attimo si affaccia a rendere incerto, dubbioso il cammino nella vita.

Franca canapini si è assunta con Un giorno, la vita il compito tutt’altro che semplice di rendere conto di tale crogiulo, indagarlo nelle sue contraddizioni, nei suoi opposti, nelle presenze e nelle assenze che vi sono contenute, senza tuttavia perdere mai di vista il dato di fondo: per quanto contraddittoria, per quanto delusoria in certi momenti essa possa apparire, la vita è per ciascuno una risorsa inestimabile, una risorsa che trova nell’amore e nell’apertura incondizionata all’alterità la propria verifica e la propria ragion d’essere primaria e incontrovertibile.

A rendere mirabilmente questo intreccio tra linearità e verticalità gioca una funzione essenziale la struttura del romanzo dominata dal ricorso costante al flashback e dall’incidenza, più sporadica ma non meno decisiva, del sogno. Così, se la fabula lineare presenta la storia di Anna in un breve lasso di tempo, dalla vigilia di Natale del 2014 ai primi mesi dell’anno successivo, i continui ritorni al passato – specialmente recente – rendono conto – con un continuo intreccio e inversione dei tempi – di un periodo più lungo, che trova il proprio fulcro nel marzo del 2009 e nell’incontro “fulminante” con Luca, nel rapporto d’amore intenso e assolutamente coinvolgente che lega per brevi attimi i due destini, e poi la separazione, l’aborto consapevolmente praticato da Anna, il suo tentativo di riprendere con speditezza il percorso esistenziale, l’impegno – inizialmente solo professionale e privo di coinvolgimento affettivo con il proprio lavoro – di direttrice di una residenza protetta della ASL di Arezzo.

Intorno ad Anna gravita una folla di personaggi – la madre Angela, l’amica Mara, i collaboratori della residenza protetta, i pazienti – che assolvono narrativamente la funzione di problematicizzare l’irrequietezza e l’insoddisfazione di Anna, e in definitiva aiutarla, alla fine a sciogliere il proprio blocco esistenziale e consentirle di riaprirsi all’accoglimento pieno del flusso vitale. Dopo il grave incidente occorso, proprio la vigilia di Natale, ad uno degli ospiti della struttura e in connessione con il recupero inatteso delle lettere scrittele da Luca ai tempi del loro breve soggiorno triestino, l’esistenza di Anna torna a avere un respiro più ampio; niente di quanto accaduto – e di quanto perduto – si cancella, ma è come se il blocco finalmente si sciogliesse e il viaggio di questa quarantenne, sul discrimine tra residua giovinezza e incipiente invecchiamento, potesse riprendere nella piena accoglienza di nuove scelte e di un nuovo amore per la vita:

“[…]non ci possono essere rimpianti o errori – si diceva – era così che doveva andare; potevo fare solo quelle scelte, non ero pronta per altre soluzioni. Finalmente si sentiva in pace con se stessa.”

Resta da dire della pregevole orditura stilistica del romanzo, fondato su di una lingua piana, apparentemente neutra, in grado tuttavia d’impennarsi sia nell’andamento serrato dei dialoghi (reali o sviluppati all’interno del soggetto), sia nelle verticalizzazioni liriche, specie davanti ai paesaggi – che rivestono un ruolo non secondario nell’economia della narrazione – e nella rappresentazione degli stati d’animo più accesi e rapiti. Ed è in queste impennate che fa capolino la concentrazione del poeta, il quale lascia tracce non indifferenti anche in alcuni versi che in circoscritti e ben selezionati momenti topici punteggiano e illuminano la narrazione.

La Giuria