Traboccante

Come un tiglio di giugno
cupo di sovrabbondante linfa
profumato di dolci pollini
immobile nella sua febbre
braccia rigogliose espanse
a offrire ombra e frescura

Come un tiglio di giugno
voglio essere io
:viva, solida, di verde traboccante
radicata a fondo nella mia terra
donare ombra fresca alla mia gente

Frontiera due di Giulio Piero Baricci

GIULIO PIERO BARICCI

FRONTIERA DUE

EDIZIONI DON CHISCIOTTE

CITTA’ DELLA PIEVE 2015

Pag. 405
Prezzo 15,00€

“Finita l’espansione, la contrazione invertirà la direzione del tempo: il senso di un futuro lontano sarà quello di ritornare al passato.”

Ero un po’ spaventata nell’entrare in questo romanzo per il rilevante numero di pagine, tuttavia sapevo che il libro parlava dei miei luoghi e soprattutto di quelli della mia gente perciò mi sono fatta coraggio e sono entrata. E mai, negli ultimi anni, ingresso in un libro di narrativa è stato più sorprendente. Sarà per le espressioni che aprono i vari quaderni-capitoli, (citazioni dai testi dei cantautori italiani dell’ultimo Novecento che amo anch’io), sarà per l’approccio storico-scientifico-animistico-poetico che fin dall’inizio vi si respira, sarà per i dialoghi che riportano il linguaggio delle popolazioni della Val di Chiana e che mi ricorda continuamente la parlata dei miei avi, ma è come se fossi entrata a casa mia, una casa lontana, quasi dimenticata, eppure ancora vitalissima.

Forse sono entrata pure nella casa della letteratura italiana. Infatti, come nella nostra migliore tradizione letteraria, l’autore immagina che le storie siano state “solo ritrovate” in una vecchia casa; come nel Decamerone, le novelle (perché di un “novellare” si tratta) sono legate da una cornice sia pure più nebulosa e intricata; come in Bertoldo e Bertoldino viene spesso messo in risalto l’acume del contadino teso a difendere la sua sopravvivenza; non solo, l’intera narrazione è arricchita da riferimenti puntuali (nonché citazioni) alle opere di numerosi autori di ogni luogo e tempo, tanto da far pensare alla cattedrale di Gaudì: come La Sagrada Familia si ispira genialmente a tutte le cattedrali gotiche del passato e ne esce opera d’arte indiscussa e del tutto originale, così questo romanzo prende spunto e rielabora strutture narrative di molti testi classici e tuttavia risulta avere una sua propria spiccata identità.
E’ senz’altro un libro inconsueto, a tratti romanzo storico, a tratti -per le vicende affabulate in forma poetica e visionaria – di realismo magico, a tratti romanzo didascalico. L’autore biologo, geologo, antropologo, botanico, agronomo dà prova di appassionata erudizione, mostrando di divertirsi molto ad impastarla con umorismo e ironia.
Come già accennato, nell’incipit finge di aver ritrovato 14 quaderni muffiti e in parte lacerati tra le rovine di Frontiera due, una leopoldina crollata alla fine del Novecento in seguito ad una scossa di terremoto. Immagina che le storie contenute nei quaderni siano state raccontate dallo spirito della casa e dal barbone Mario, conoscitore dei luoghi e delle genti, “vero ossimoro di spirito e materia,” che possiede “la chiave magica, l’unica che poteva aprire lo scrigno arrugginito della memoria”. E subito dopo ci offre anche la chiave per capire con quale spirito siano state scritte, dichiarando che le ha lasciate “fluire dentro di sé così come si erano presentate, disperse o aggrovigliate, palesi o arcane, possibili o assurde”.
Con questo spirito narra circa tre secoli di storia della Val di Chiana e della sua metamorfosi da territorio di palude a quello di territorio bonificato (la vita nella palude, il sistema delle colmate, l’uso delle sanguisughe, il sistema della mezzadria, l’allevamento del baco da seta…), con tutte le conseguenze che ciò ha comportato per tutti i viventi del territorio.
Le vicende si presentano in un intreccio spazio temporale che disorienta e assume valore metaforico: il libro è come la vecchia palude chianina, fitto di vegetazione, intricato, gremito di vite; i personaggi umani (che siano padroni o contadini) emergono dal tempo recente o lontano, salgono alla superficie, vengono illuminati dalla penna dello scrittore nella loro essenza storica e psicologica e riaffondano inesorabilmente nella melma. Il lettore ci si perde, in una finzione che sembra realtà e in una realtà che sembra finzione. Ne sortisce l’epica del mondo contadino e un notevole affresco di civiltà. Memorabili restano personaggi come Sauro il Lanzichenecco, Treppì, il Miocio già Miniera, Mario della Serra, Corinna, Don Giustino, il garibaldino Beppe dei Sorbelli 729esimo dei 1000, il Finta, Bricco, Giulia, Dorina, Rosa, il muto Sorbello, Baffone; altrettanto memorabili certi brain storming di cervelloni del XVIII secolo o di cervellini del XX.
Alla fine ci rendiamo conto di essere stati immersi in un’opera frutto di un’approfondita ricerca storico-scientifica, di un amore appassionato per la terra della Val di Chiana e, soprattutto, di una visione filosofica dell’esistenza, in cui l’uomo non è l’eroico dominatore del mondo ma uno dei tanti viventi che cerca, con vari e originali strattagemmi di sopravvivenza, di adattarsi alle condizioni ambientali. Ed è soprattutto un libro di poesia in cui ogni cosa viene animata e personificata dalle spighe di granturco al baco da seta, e perfino resa simbolo e allegoria come nella enigmatica e surreale vicenda di Sorbello.
Si legge velocemente una prima volta, nella tensione di capire dove l’autore voglia andare a parare e quale fine facciano i vari personaggi, poi si vuole rileggere lentamente per gustarne ogni singola pagina ricolma di osservazioni, riflessioni, considerazioni, storie popolari vere, verosimili e fantastiche. Una miniera di informazioni da scavare e gustare lentamente, perché anche il ricordo di un millenario sistema di vita non scompaia inghiottito dalla palude del tempo. Un libro per una popolazione: i vecchi che ancora ricordano, i giovani che ci vivono e ci lavorano ma spesso non sanno, quelli che nasceranno per conoscere le proprie radici.
Ora – come afferma Frontiera due poco prima di crollare – “ …Nessuno potrà più rinnegare o far finta di ignorare ciò che è stato rivisitato. Trascorse nel dramma, nella farsa o nella commedia a volte brillante a volte grottesca, quelle esistenze erano state vissute e come tali andavano raccontate, perché avevano, e hanno, il diritto di non essere mai dimenticate.”

(Franca Canapini)