Risacca di vita

 

 

 

Torno all’acqua in un lento andare
di risacca.

Torno al fosso mio verde, alle acacie
alla sabbiolina ruscellante della scarpata.

La vita oltre l’incanto di questa culla
l’ho attraversata:
a me non erano le città di pietra squadrata.

Torno alla selva, al fiume, al vento
alla mia natura selvatica.

 

 

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I QUATTRO SENSI DI GERONTION

Con l’intento di omaggiare un poeta straordinario e di contribuire a mantenere viva la sua opera, convinta che dal punto di vista della poesia concettuale nessuno sia ancora riuscito a dire più e meglio, senza la pretesa di aggiungere qualcosa di nuovo alla ricca esegesi delle sue opere, mi accingo ad analizzare il poemetto Gerontion di Thomas Stearns Eliot. Data la passione di Eliot per l’opera di Dante Alighieri e supponendo che il suo ermetismo si ispiri a quello dantesco, cercherò di analizzarlo secondo “i quattro sensi ”, ovvero le quattro chiavi di lettura indicate da Dante nel Convivio[1] come necessarie per comprendere la sua poesia.
Senso letterale [2]
Esporsi ad una prima lettura di Gerontion senza conoscere l’autore e il contesto storico-culturale in cui nasce il poemetto significa essere catturati dalla “favola del poeta” e cioè dal monologo sommesso e disperato di un “vecchio” e dal suo vigoroso pianto lirico. Con le parole iniziali “Here I am” si entra immediatamente nell’atmosfera: Gerontion presenta se stesso “an old men in a dry season” mentre un ragazzo gli legge, aspettando la pioggia. E subito si affretta a dichiarare di non essere stato un eroe. La sua casa, affittata da un ebreo che lo tallona, è in rovina. Fuori c’è una capra che tossisce, dentro una donna che starnutisce. Tutti correlativi oggettivi della desolazione che abita la sua “mente d’inverno”. Seguono immagini di personaggi, ma ci tiene a dire che non sono i suoi fantasmi; lui è solo un vecchio in una casa piena di spifferi. Passa a considerare la storia denunciandone gli inganni e i trabocchetti. Pensa all’uomo e al suo andare cieco nella storia e conclude che né eroismo né paura ci salvano. Pensa a una donna (forse un vecchio amore) e dichiara che non potrà starle vicino perché ormai, insieme all’uso dei sensi, ha perso le sue passioni. Inesorabilmente corriamo verso la morte, lui vuole solo essere spinto dagli Alisei in un angolo di sonno. Conclude circolarmente ribadendo che “Padroni della sua casa” sono i pensieri di un cervello arido in un’ arida stagione. Quello che ci ha affascinato e ci farà tornare a leggere Gerontion è l’autenticità del personaggio, l’atmosfera che l’autore ha saputo creare con la scelta delle parole e soprattutto la bellezza delle immagini di esseri e cose[3] che,
entrando in scena all’improvviso, apparentemente inopportune, provocano un senso di straniamento e sembrano sprigionarsi da una memoria altalenante, propria della vecchiaia che trattiene solo frammenti d’immagini infrante. Veniamo altresì colpiti da considerazioni così sintetiche e polisemiche che non si possono dimenticare[4]. A fine lettura ci ritroviamo affascinati e insoddisfatti. Molto di ciò che l’autore dice l’abbiamo sentito ma non l’abbiamo compreso, perciò siamo spinti a cercare cosa nasconde il suo dire velato.
Senso allegorico[5]
Americano, studente dell’Università di Oxford, dove si dedica agli studi su Dante e sul BhagavadGita, appassionato dei poeti Simbolisti (Laforgue, Baudelaire, Verlaine, Rimbaud, Mallarmé), T. S. Eliot, ottenuto il Master of Art, nel 1910, si trasferisce a Parigi per seguire le lezioni di Bergson e studiare Dante alla Sorbona. Grazie a una borsa di studio, nel 1914, si stabilisce a Londra, dove stringe un proficuo sodalizio letterario con Ezra Paund. Nel 1917 inizia la stesura di Gerontion, pubblica il suo primo volume di poesie “Prufrock and other observations” e scrive il saggio “Tradition and Personal Talent”, fondamentale per la comprensione della sua poetica allusiva e polisemica e dello stesso Gerontion. In “Tradition and Personal Talent”, il poeta propone “una concezione della poesia come unità vivente di tutta la poesia che sia mai stata”. Secondo lui, il testo poetico è un concentrato di sapienza conquistata dagli autori passati e di
talento del nuovo poeta che deve sapersi spersonalizzare[6]. Nell’opera “nuova” si deve sentire la presenza dei poeti precedenti tanto da renderli simultanei e annullare il tempo storico.
Alla luce di quanto affermato nel saggio, scopriamo che Gerontion (pubblicato nel 1920 nella raccolta Poems) è conforme alle teorie estetiche del suo autore: la nuova parola sembra autogenerarsi da quella dei poeti passati; la voce dell’autore è insieme la loro voce e la sua voce. L’opera si svela essere un intarsio contenente gli echi di tante voci a partire dalla splendida epigrafe i cui versi sono tratti da “Measure for measure” di Shakespeare. Critici anglosassoni suggeriscono che a fare da palcoscenico a Gerontion è La vita di Benson di Fitzgerald, Henry Adams invece gli fornisce la filosofia della storia, W. Blake, la Bibbia e i teologi inglesi l’immagine di Gesù “tigre” e “wrath-bearing cross”; infine molti versi derivano dalle letture dei drammi elisabettiani e giacobini. Anche i nomi dei personaggi hanno valore simbolico: ad esempio Gerontion richiama nel suo etimo la vecchiaia, Silvero l’argento e quindi il denaro e di conseguenza la società materialista e avida di quei tempi(ma anche del nostro!). Così, se tutte le espressioni del poema sono polisemiche e simboliche, non possiamo certo ritenere il protagonista Gerontion un semplice vecchio o un vecchio qualunque; è “la vecchiaia” culturale del mondo occidentale. Il “talento” di Eliot ha creato un personaggio allegorico. Gerontion è tutti noi, è l’allegoria dell’uomo occidentale, sempre più arido e disincantato, sempre più lontano dalla spiritualità e per questo angosciato di non riuscire a trovare chiarezza nel Logos, spaventato dal sopraggiungere di Cristo la tigre in pieno maggio di depravazione, costernato di non saper coglierne il messaggio d’amore e sacrificio. Ogni personaggio diventa archetipo, ogni guerra è “le Termopili”. Il tempo si annulla, il dramma dell’umanità si ripete all’infinito.
Senso morale[7]
All’indomani della Grande guerra, Eliot propone una riflessione sulla storia vista come indecifrabile dall’uomo. Per Gerontion l’intero passato non ha niente da insegnarci. L’unica conoscenza che possiamo trarne è quella della nostra impotenza, della casualità del nostro destino, dell’irrilevanza della nostra esistenza. Rendere consapevole l’umanità della propria condizione e di ciò che l’ha causata e la causa è il messaggio etico nascosto nell’intarsio poetico. Ma se la riflessione sulla storia è del tutto negativa e il messaggio morale sfocia nel nichilismo, qua e là nel poemetto, troviamo immagini ambigue[8] che vogliono offrirci un qualche spiraglio di speranza.
Senso anagogico[9]
Probabilmente il loro significato nascosto è proprio l’invito a recuperare una profonda spiritualità per uscire dal nichilismo. Per questo alcuni critici hanno indicato Gerontion come espressione della fase purgatoriale di Eliot in cui l’umanità soffre cosciente di soffrire per ottenere “la pioggia” della purificazione e recuperare il contatto con il divino.[10]

Anche dopo l’analisi operata, la bellezza artistica della “favola del poeta” resta intatta e continua a meravigliarci per la solida struttura circolare, per l’uso del tutto originale del blank verse, per la musicalità e soprattutto per il tono capace, con le sue dissonanze, di trasformare Gerontion in una potente figura archetipa.

BIBLIOGRAFIA

ELIOT, Bompiani, 1961 – traduzione e introduzione di Roberto Sanesi ( Filippo Donini – Salvatore Rosati)
Thomas Stearns Eliot – Tradition and the Individual Talent in The Sacred Wood: Essays on Poetry and Criticism (1922)
Istituto Italiano Edizioni Atlas – Percorso monografico – Thomas Stearns Eliot, l’autore e la sua opera
Gerontion by T. S. Eliot: Summary
Gerontion by T. S. Eliot: Critical Analysis
Carmen Gallo: Costellazione Gerontion in Le parole e le cose (2 febbraio 2017)
Dante Alighieri – Convivio, II, cap. 1
Mario Luzi – Grandezza di Eliot, in “L’Approdo”, V, XI, Roma, 1965
Eugenio Montale – Ricordo di T. S. Eliot – Corriere della sera, 6 gennaio 1965

Gerontion

Thou hast nor youth nor age
But as it were an after dinner sleep
Dreaming of both.

Here I am, an old man in a dry month,
Being read to by a boy, waiting for rain.
I was neither at the hot gates
Nor fought in the warm rain
Nor knee deep in the salt marsh, heaving a cutlass,
Bitten by flies, fought.
My house is a decayed house,
And the Jew squats on the window sill, the owner,
Spawned in some estaminet of Antwerp,
Blistered in Brussels, patched and peeled in London.
The goat coughs at night in the field overhead;
Rocks, moss, stonecrop, iron, merds.
The woman keeps the kitchen, makes tea,
Sneezes at evening, poking the peevish gutter.
I an old man,
A dull head among windy spaces.
Signs are taken for wonders. ‘We would see a sign!’
The word within a word, unable to speak a word,
Swaddled with darkness. In the juvescence of the year
Came Christ the tiger
In depraved May, dogwood and chestnut, flowering judas,
To be eaten, to be divided, to be drunk
Among whispers; by Mr. Silvero
With caressing hands, at Limoges
Who walked all night in the next room;
By Hakagawa, bowing among the Titians;
By Madame de Tornquist, in the dark room
Shifting the candles; Fräulein von Kulp
Who turned in the hall, one hand on the door.
Vacant shuttles
Weave the wind. I have no ghosts,
An old man in a draughty house
Under a windy knob.
After such knowledge, what forgiveness? Think now
History has many cunning passages, contrived corridors
And issues, deceives with whispering ambitions,
Guides us by vanities. Think now
She gives when our attention is distracted
And what she gives, gives with such supple confusions
That the giving famishes the craving. Gives too late
What’s not believed in, or is still believed,
In memory only, reconsidered passion. Gives too soon
Into weak hands, what’s thought can be dispensed with
Till the refusal propagates a fear. Think
Neither fear nor courage saves us. Unnatural vices
Are fathered by our heroism. Virtues
Are forced upon us by our impudent crimes.
These tears are shaken from the wrath-bearing tree.
The tiger springs in the new year. Us he devours. Think at last
We have not reached conclusion, when I
Stiffen in a rented house. Think at last
I have not made this show purposelessly
And it is not by any concitation
Of the backward devils.
I would meet you upon this honestly.
I that was near your heart was removed therefrom
To lose beauty in terror, terror in inquisition.
I have lost my passion: why should I need to keep it
Since what is kept must be adulterated?
I have lost my sight, smell, hearing, taste and touch:
How should I use it for your closer contact?
These with a thousand small deliberations
Protract the profit of their chilled delirium,
Excite the membrane, when the sense has cooled,
With pungent sauces, multiply variety
In a wilderness of mirrors. What will the spider do
Suspend its operations, will the weevil
Delay? De Bailhache, Fresca, Mrs. Cammel, whirled
Beyond the circuit of the shuddering Bear
In fractured atoms. Gull against the wind, in the windy straits
Of Belle Isle, or running on the Horn,
White feathers in the snow, the Gulf claims,
And an old man driven by the Trades
To a sleepy corner.
Tenants of the house,
Thoughts of a dry brain in a dry season.

Gerontion (1920)
T.S. Eliot

Non sei né giovane né vecchio,
Ma è come se in un sonno dopo pranzo

Sognassi di entrambe queste età.

Sono qui, un vecchio in un mese secco
un ragazzo mi legge in attesa della pioggia.
Non fui ai cancelli di fuoco
non combattei nella pioggia calda
non combattei affondando ginocchia nella palude salmastra
agitando una sciabola tra i morsi delle mosche.
La mia casa è una casa caduta,
e sul davanzale sta acquattato l’Ebreo, il padrone,
generato in un bistrot di Anversa,
pieno di piaghe a Bruxelles, rappezzato e mezzo nudo a Londra.
La capra di notte tossisce nel campo sovrastante;
rocce, muschio, erbacce, ferraglia, merde.
La donna tiene la cucina, prepara il tè,
di sera starnutisce, picchiettando con le dita lo scolo irritato.
Un vecchio,
testa ottusa tra spazi di vento.
Segni presi per miracoli. “Vogliamo vedere un segno!”
La parola dentro una parola, incapace di dire una parola,
avvolta in fasce di buio. Nella giovinezza dell’anno
venne Cristo la tigre
Nel maggio depravato, corniolo e castagno, albero di Giuda in fiore,
per essere mangiato, per essere spezzato, per essere bevuto
tra i bisbigli; da Mr. Silvero,
con mani premurose, che a Limoges
camminò tutta la notte nella stanza accanto;
da Hakagawa, che si inginocchiava tra i Tiziano;
da Madame de Tornquist, che spostava candele
nella stanza buia; da Fräulen von Kulp
che nell’ingresso si voltò, una mano sulla porta.
Spole vacanti
tessono il vento. Io non ho fantasmi,
un vecchio in una casa di spifferi
ai piedi di un poggio ventoso.

Dopo questa conoscenza, quale perdono? Pensa ora,
la storia ha molti passaggi astuti, corridoi e varchi
forzati, ci inganna bisbigliando ambizioni,
ci guida con le vanità. Pensa ora,
ci dà solo quando la nostra attenzione è distratta
e ciò che dà, lo dà con tanta rapida confusione
che il dare affama il desiderare. Dà troppo tardi
ciò a cui più non si crede, o se ancora gli si crede
solo nel ricordo, passione riconsiderata. Dà troppo presto,
in deboli mani, ciò che crediamo ormai superfluo
così che il rifiuto propaga la paura. Pensa,
né la paura né il coraggio ci salvano. Vizi innaturali
hanno per padre il nostro eroismo. Le virtù
ci sono imposte dai nostri crimini impudenti.
Queste lacrime vengono giù dall’albero scosso della collera.
La tigre balza nel nuovo anno. Noi lui divora. Pensa ora,
non arriviamo a una conclusione se io
intirizzisco in una casa in affitto. Pensa infine,
che non ho fatto questo spettacolo per niente
e nemmeno perché costretto
dai demòni che si guardano dietro.
Vorrei c’intendessimo su questo punto, onestamente.
Io che ero vicino al tuo cuore ne fui cacciato
perdendo la bellezza nel terrore, il terrore nell’inquisizione.
Ho perduto la mia passione: che bisogno avrei di conservarla
se ciò che si conserva si corrompe?
Ho perduto la vista, l’olfatto, l’udito, il gusto, il tatto:
come potrei usarli per sentirti più vicino?
Questi, con mille piccole deliberazioni,
prolungano il profitto del loro gelido delirio,
eccitano la membrana con salse pungenti
quando il senso ormai si è raggelato, moltiplicano la varietà
in una foresta di specchi. Cosa farà il ragno,
sospenderà le sue operazioni, e la calandra
le ritarderà? De Bailhache, Fresca, Mrs. Cammell, gravitavano
oltre l’orbita dell’Orsa tremolante
in atomi franti. Gabbiano controvento, negli stretti pieni di vento
di Belle Isle, o in picchiata verso Capo Horn.
Piume bianche nella neve, i richiami del Golfo,
e un vecchio spinto dagli alisei
in un angolo pieno di sonno.
Inquilini della casa,
i pensieri di un cervello secco in una secca stagione.

Note

[1] – “Dico che, sì come nel primo capitolo è narrato, questa sposizione conviene essere litterale e allegorica. E a ciò dare a intendere, si vuol sapere che le scritture si possono intendere e deonsi esponere massimamente per quattro sensi…” Dante Alighieri – Convivio – Libro II – Cap.1

[2] – “L’uno si chiama litterale, e questo è quello che non si stende più oltre che la lettera de le parole fittizie, sì come sono le favole de li poeti…” Dante Alighieri, op. cit.

[3] – “Un vecchio, testa ottusa tra spazi di vento”…“Nella giovinezza dell’anno venne Cristo la tigre…”…“spole vacanti tessono il vento”…“La tigre balza nel nuovo anno, ci divora”…“Cosa farà il ragno, sospenderà la sua tela?”

“De Bailhache, Fresca, Msr. Cammel, gravitavano oltre l’orbita dell’Orsa maggiore in atomi franti”…“Piume bianche nella neve, i richiami del Golfo, e un vecchio spinto dagli Alisei in un angolo di sonno” T. S. Eliot – Gerontion

[4] – “Penso ora, la storia ha molti passaggi astuti, corridoi e varchi forzati, ci inganna bisbigliando ambizioni, ci guida con le vanità…” “Io che ero presso al tuo cuore ne fui scacciato, perdendo la bellezza nel terrore, il terrore nella ricerca…” T. S. Eliot – Gerontion

[5] – “L’altro si chiama allegorico, e questo è quello che si nasconde sotto ’l manto di queste favole, ed è una veritade ascosa sotto bella menzogna…”Dante Alighieri, op. cit.

[6] – “…più perfetto è l’artista, più totalmente separati in lui saranno l’uomo che soffre e lo spirito che crea…” T. S. Eliot – Traditione and Individual Talent in The Sacred Wood: Essays on Poetry and Criticism (1922)

[7] – “Lo terzo senso si chiama morale, e questo è quello che li lettori deono intentamente andare appostando per le scritture, ad utilitade di loro e di loro discenti…” Dante Alighieri, op. cit.

[8] – “…waiting the rain”… “…the tiger springs in the new year. Us he devours…” T.S. Eliot – Gerontion

[9] – “Lo quarto senso si chiama anagogico, cioè sovrasenso; e questo è quando spiritualmente si spone una scrittura, la quale ancora [sia vera] eziandio nel senso litterale, per le cose significate significa de le superne cose de l’etternal gloria…” Dante Alighieri, op. cit.

[10] – “…L’intelligenza intrepida e la carità difficile ma costante per il mondo dilacerato del suo tempo, in cui ha però insinuato il tormento di esigenze integrali, di paragoni definitivi, pongono Eliot in un punto del quadro letterario del nostro secolo, rispetto al quale qualsiasi altro appare periferico…” Mario Luzi – Grandezza di Eliot. In L’Approdo, Roma, 1965

C’E’

 

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C’è

nello scintillìo del mare
nel suo scrosciare sordo
nei bambini rondine
in volo sulla sabbia.
E’
nell’aria in movimento
delle foreste nel respiro
si sprigiona aperto al sole
da ogni calice di fiore
brilla nel lillà
cola dal maggio ciondolo
si radica alla terra
risale le montagne, fino ai ghiacci.
Fluttua
eterno nell’infinito spazio.
Lo senti: è in ogni dove
nel buio e nella luce
nel loro incontro scontro
tenero e crudele è dappertutto.
Non lo nominare più
già l’hai chiamato in molti modi
è energia e mistero
tu ne fai parte
tu ci sei dentro.

 

 

La danza del nevischio

Immagine da web

 

Nel cerchio dell’orizzonte velato
nella tensione dell’aria sospesa
sotto la volta del cielo perlato

dal nulla un lieve sciame si palesa:
cristalli fragili in volo incantato
candidi moscerini in danza briosa

ora radi da sembrare miraggi
ora fitti come tanti bambini
appaiono, reduci da arcani viaggi
randagi scompaiono, i fantasmini.

Il principe della luna

C’erano una volta e… ci sono ancora esseri viventi e coscienti sulla luna. Non si possono percepire con i nostri sensi perché vivono in un’altra dimensione. Comunque, se potessimo vederli, scopriremmo che sono bellissimi, simili a noi umani ma molto più longilinei, l’incarnato di luce di luna, gli occhi azzurro fiordaliso, i capelli d’argento. Non mangiano, non bevono, si nutrono di musica. Come gli angeli!? Direte. Sì, quasi come gli angeli, ma più evanescenti, più lievi, con ali piccole che permettono loro di compiere brevi voli tra i crateri lunari. Anch’essi hanno città, paesi, strade, negozi e abitazioni. Anch’essi si sono dati un’organizzazione sociale e, purtroppo, si fanno le guerre tra Luniti di diversa etnia. Infatti sono divisi in quattro nazioni: i Luniti della luna piena, della luna nuova, della luna calante e della luna crescente. Tutti a modo loro lunatici, come potete immaginare, e pronti a incollerirsi e a scatenare conflitti per qualsivoglia piccola offesa.

Il principe Ulan, figlio del re Lin e della regina Liel, era nato nel regno della luna nuova e lì era cresciuto, amato da tutti i sudditi oltre che dai parenti. Quando aveva una decina d’anni e prometteva di divenire un ottimo guerriero, un ottimo pensatore e un ottimo successore del padre, scoppiò la guerra tra il suo popolo e quello della luna crescente. Ben presto i nemici arrivarono al castello del re, distrussero le mura e penetrarono nelle stanze. Ogni volta che riuscivano a catturare un abitante, lo imprigionavano in una sfera trasparente e lo lanciavano nello spazio. Così fecero anche con il re, la regina e il principe Ulan.
La sfera dove si trovava Ulan, spinta con forza oltre l’attrazione lunare, rotolò a lungo nello spazio vuoto e lì si sarebbe perduta per sempre come tutte le altre se non fosse capitata per caso nella scia di un fortissimo vento solare che la guidò verso la terra. Il giovane Lunita vide ingigantirsi il mondo azzurro che ogni sera contemplava dalla luna, poi venne abbagliato dalla sua luce, finchè impattò nell’atmosfera terrestre e la sua prigione si frantumò in mille schegge roventi. Iniziò a precipitare a testa in giù verso la superficie. Forò le nubi e cadde al suolo. Fortunatamente ebbe la presenza di spirito di aprire le ali e di manovrarle in maniera tale da attutire la caduta, per cui si posò sulla terra con la leggerezza di una foglia che si stacca dal ramo.
Dov’era? In quale strano luogo era capitato? C’erano edifici simili a quelli della luna, ma più tozzi e meno trasparenti; c’erano tanti esseri non proprio diversi da lui, ma più pesanti e sgraziati. E poi erano ricoperti di spesse vesti scure e si riparavano dalle perline argentate che cadevano dal cielo con delle cupolette tenute sollevate sulla testa. Pensò che avrebbe avuto anche lui bisogno di un riparo, ormai era tutto bagnato e aveva tanto freddo.
Scorgendo un individuo che stava vendendo quelle cupolette, gli si avvicinò per chiedergliene una, ma …quale fu la sua sorpresa quando scoprì che l’essere non lo vedeva e non lo sentiva! Provò a fare un po’ di rumore battendo le mani, ma niente; provò a cantare ricordando che nel suo mondo, quando cantava, tutti si fermavano a ascoltarlo rapiti, ma niente. Era proprio invisibile e era proprio una gran disgrazia: non solo aveva perso la sua patria e la sua gente, ma per questa nuova gente era come se non esistesse.
Intanto si stava facendo notte e si accesero le luci della città. Con sollievo vide apparire in mezzo alla piazza una specie di piramide tutta illuminata, che assomigliava molto al suo castello; allora volò a ripararcisi dalla pioggia. Non poteva saperlo, ma era entrato nel grande albero di Natale di piazza Duomo. Lì dentro non pioveva e avrebbe potuto osservare meglio il via vai di gente e magari nutrirsi della loro musica. Ben presto però scoprì che il cibo non era buono. Più che musica quegli esseri emettevano suoni sgradevoli: scalpiccii, brontolii, anche urlacci; insomma potevano offrirgli solo cibo indigesto. Che fare? All’alba decise di cercare altrove. Si alzò in volo e uscì dalla città. Sorvolò la periferia, poi gli edifici si diradarono e si trovò sopra un territorio agreste fatto di boschi, fiumi, casette sparse e strade. Naturalmente per Ulan ogni forma era nuova e sorprendente, ma più di tutto lo colpirono dei piccoli esseri che sapevano volare come lui. Inoltre emettevano suoni che gli sembrarono cibo buono. Così scelse il gruppo più numeroso e vi si accodò. Gli uccellini, perché di questo si trattava, continuarono a volare senza sentire la sua presenza, per cui si nutrì del loro canto finché non ne fu sazio e, quando tutti insieme si posarono in un campo, anche lui vi si posò. E quando, svolazzando, si posarono sui rametti degli alberi cantando, anche lui si posò sul rametto di un abete e cominciò a cantare una dolcissima canzone.
Ed ecco che si avvicinò all’abete un’anziana donna con un fastello di legna sulla schiena. Il principino ebbe l’impressione che assomigliasse a sua nonna e che, stupefacente solo a pensarlo, sentisse il suo canto e si fosse fermata per ascoltarlo. Infatti, appena smise di cantare, la donna riprese il cammino, dirigendosi verso una casetta isolata. Il Lunita incuriosito la seguì. Appena aprì la porta, lui velocissimo entrò dentro la casa. La vecchia sistemò la legna nel focolare e accese il fuoco canticchiando una canzoncina niente male, poi si mise a trafficare per la casa proprio come facevano le Lunite del palazzo reale. Ulan si accomodò davanti al camino dove stava dormendo una bestiola dal pelo fitto e morbido. Al caldo, in compagnia del pelosetto e, nutrito dal canto della vecchia, finalmente si sentì in salvo. Pensò che sarebbe rimasto in quella casa per sempre.
Ma, appena fece buio, un raggio di luce bianca si sparse per il pavimento. Il ragazzino ne percepì il richiamo e corse alla finestra: la luna piena sfolgorava sola sola in un cielo di piombo. Sembrava infinitamente desolata. Sembrava che lo cercasse. Fu preso da una tale nostalgia della sua patria che gli uscì dal cuore una canzone così tristemente bella che la vecchia interruppe le sue faccende, si sedette davanti al fuoco e cominciò a piangere. In realtà non era una donna qualsiasi perché in gioventù aveva preso lezioni da un maestro di sapienza; ecco perché aveva il potere di sentire il canto proveniente da altri mondi. Ora si chiedeva da dove venissero quei suoni, da quanto lontano. Se li stava immaginando forse? No, ci doveva essere qualcuno in casa, qualcuno che lei non era in grado di vedere. Poi ricordò che il suo maestro sapiente le aveva insegnato anche il metodo per entrare nei mondi invisibili. Allora chiuse gli occhi, si concentrò sulle note musicali, si fece trasportare dalle onde sonore e, finalmente, lo vide, il piccolo Ulan, accanto alla finestra che cantava alla luna.
“Sei un figlio della luna? – Gli chiese toccandogli leggermente un’ala.
Ulan sobbalzò: la donna lo vedeva! La donna poteva parlargli! Allora, come invasato, cominciò a raccontarle tutta la sua storia e tutto il suo terrore nello scoprirsi invisibile. Si disperò a lungo per i genitori sperduti nello spazio e per essere in esilio dal suo mondo e per non sapere come fare a tornarvi. La vecchia lo ascoltò in silenzio e con molta attenzione, poi sussurrò:
“Un modo ci potrebbe essere. Ho letto in un antico libro del mio maestro di esseri misteriosi che si costruivano delle piramidi, poi, in una notte di plenilunio, salivano sulla vetta e da lì, non si sa come, scomparivano, risucchiati dalla luna. Costruiremo anche noi una piccola piramide e al prossimo plenilunio metteremo in atto l’esperimento.”
Trascorsero giorni d’intenso lavoro. La vecchia tirò fuori da una stanzetta tante mattonelle di vetro di varia grandezza e diversi sacchi di cemento. Ulan si trasformò in muratore. Per lui era facile realizzare una piramide, visto che tutte le costruzioni dei Luniti avevano quella forma. Lavorarono senza risparmiarsi. La speranza di farcela li rendeva allegri e perciò cantavano tutto il giorno. Infine la piramidina fu terminata e era così lucente che, a distanza, sembrava una pietra preziosa.
“Ora dobbiamo salutarci – disse la vecchia al tramonto del ventottesimo giorno – e sperare che l’antico libro abbia detto la verità. Sali in cima e appena sorge la luna immergiti nella sua luce.”
Ulan abbracciò la vecchia e, tenendosi in equilibrio con lenti battiti d’ali, salì fino in cima. La vecchia gli cantava la sua canzone d’addio quando la luna spuntò da dietro le montagne, inondò di luce il suo principe e lo attrasse a sé.

Suggestione notturna

Immagine da web

 

Da dove viene il vento d’inverno
che mi sveglia e assedia la casa?
Di quali di quante creature
stanotte trascina il tormento?
Ha voce di furia marina
cavalloni al galoppo lunghe creste
che si frangono e gemono.
Di quali crudeli misfatti
di quante incavernate paure
si gonfia e trascina il lamento?
Al riparo, nel tepore di casa
lo ascolto lo intendo lo sento.
Là fuori, nella tenebrosa gelata
chiedono asilo i miei cari sperduti
nel vento d’inverno, nel vento.

Ritorno alla physis di Giuseppe Rossi

GIUSEPPE ROSSI

Ritorno alla phisis

Da dove viene e dove va il movimento ecologista

 Ilmiolibro.it, 2011
 
 [ Molti di voi senz’altro, in questi ultimi trent’anni, ogni tanto si saranno chiesti: “Chissà cosa sta facendo il vecchio Rossi nei suoi “rifugi” a Firenze, in Sicilia, a Montepulciano, a Milano?... Chissà a cosa sta pensando, su quale assurdo problema mentale si sta arrovellando?...”Ecco, il vecchio Rossi stava pensando a queste cose, alle cose che trovate scritte in questo libro. Cercava una via d’uscita per la crisi dell’Occidente (figurati!), un “dopo Nietszche” che andasse al di là della versione cattedratica elaborata da Heidegger. La cercava a modo suo naturalmente, al di fuori dagli ormai usuratissimi schemi comuni; lo cercava seriamente, follemente, disperatamente, sicuro che l’esperienza collettiva della sua generazione potesse portare un contributo determinante alla buona riuscita di questa ricerca…]

Quello che ho ripreso in mano dopo la morte del mio/nostro amico Giuseppe Rossi è un librino verde di un centinaio di pagine che mi aveva regalato. Un prototipo di libro, infatti ci sono le sue correzioni a lapis. Non so se abbia avuto il tempo di rieditarlo e sarebbe un vero peccato che trent’anni di ricerca pratica e teorica andassero perduti.
E’ un saggio filosofico diviso in tre parti ( Da dove viene il movimento ecologista – Intermezzo – Dove va ), arricchito da due postille (sulla morte e sul “pensiero della morte”; sul Cristianesimo e sul suo ruolo storico all’interno della crisi dell’Occidente), con il quale, attraverso un’analisi filosofica di quello che è accaduto in occidente negli ultimi anni, l’autore cerca di delineare una prospettiva post-nichilista.
L’indagine parte dall’assioma che la nostra civiltà è viziata da un “errore originario”. L’uomo occidentale, già all’inizio della sua storia, ha rimosso il fatto di essere “un animale tra gli altri” , ne è conseguita la scissione tra anima (mente, pensiero) e corpo; autosuggestione che è divenuta un “tabù sacrale”, ispiratore della sua organizzazione sociale e cultural religiosa. Questa tendenza alla”denaturalizzazione”, “disanimalizzazione”, “divinizzazione” con il tempo è diventata dominante e ne è conseguita una visione del mondo non più come “phisis”, ma come “natura” e cioè di un mondo esterno all’uomo, il quale si è arrogato il diritto di esserne il dominatore (antropocentrismo).
Il discorso procede rapido nell’evidenziare come la visione antropocentrica nei secoli abbia portato a ulteriori scissioni e schizofrenie (scissione dal corpo e sua demonizzazione; scissione dal sentimento del divino) fino ad arrivare ai giorni nostri in cui, tramite la scienza e la tecnica, l’uomo sembra ormai diventato il padrone dell’Universo. Ma l’inquinamento della natura comincia a provocare degli “inconvenienti” fisici e biologici che danneggiano l’uomo stesso.
Così…”L’uomo occidentale comincia a prendere coscienza di essere fondamentalmente “corpo” e quindi “animale tra gli altri”, e quindi una piccola componente del “Tutto naturale…”.
Prosegue descrivendo la nascita del movimento ecologista e dei suoi sviluppi, analizzando l’esperienza collettiva del movimento del 68, che ha riscoperto il corpo come fonte di piacere, non violenza e amore, ( prendendo coscienza che non esiste alcuna contrapposizione tra “anima” e “corpo”, tra “fisico” e “spirituale” e che tale artificiale distinzione è servita alla specie umana solo per distinguere se stessa dalle altre specie animali e per esaltare la propria volontà di potenza), individuando il legame storico tra la generazione del 68 e il movimento ecologista.
Sorprende che tutti gli accadimenti disastrosi a livello planetario, che oggi ci fanno sentire molto insicuri, siano liquidati dall’autore come un “intermezzo” storico, un periodo drammatico che costringe l’uomo occidentale alla cristallizzazione della sua esplorazione culturale e esistenziale per assumersi l’obbligo di trovare soluzioni alla crisi mondiale. Non ha dubbi: ancora una volta, anche se in tempi lunghi, l’uomo occidentale riuscirà a uscire dall’impasse, emancipando i popoli dal problema della sopravvivenza materiale, occidentalizzandoli. Allora potrà tornare all’impegno ecologista e superare la suggestione antropocentrica, adattando la sua civiltà al nuovo livello di coscienza raggiunto.
Ed ecco che, con quella capacità visionaria e profetica di cui ha dato prova anche negli scritti di narrativa, Giuseppe ci prefigura l’uomo nuovo, colui che è ritornato o sta ritornando o ritornerà alla physis, il naturalista:
“Si può dir dunque che il naturalista dovrà essere una specie di mago?…di guaritore?…di Alchimista?
Sì, si può dire. Purché non si dia a quelle parole il significato che ad esse attribuiva la cultura antropocentrica.
Il naturalista è solo un essere che ha ritrovato (o cerca di ritrovare) i “misteriosi e sacri legami con la phisis”. Non ha particolari poteri conquistati “personalmente”; è un semplice”veicolo dell’energia della psysis”, un essere che, affidandosi di nuovo alla naturalità, acquista una forza e un’energia sconosciute a chi impiega la sua mente soprattutto per tenersi rigidamente “distaccato” da esse….”
“Si tratta quindi per lui di nascondersi in “angoli appartati” della nostra vita sociale (di accettare in qualche senso il ruolo di “eremita” o di “monaco”), e lì iniziare a praticare il tipo di atteggiamento mentale e il tipo di vita adatto al suo nuovo livello di coscienza…”
Concludendo, penso che se questo libro divenisse oggetto di analisi da parte di filosofi e studiosi contemporanei forse sarebbe facilmente criticabile (o forse no!); ma poco importa. So che, al di là della ragione, del sapere scientifico e dei pregiudizi culturali, Giuseppe ha ragione e lo so da prima che lui mi esponesse la sua visione del mondo in maniera così chiara, sintetica e razionale; lo so e basta. Io cercavo prevalentemente con i sensi, lui prevalentemente con la mente; alla fine del giro ci siamo trovati sullo stesso punto. E’ stato un piacere grande rileggerlo e sentirmene appagata. L’uomo nuovo che va prefigurando non è un’illusione, un sogno, un’ipotesi; l’uomo nuovo esiste già, magari appartato come dice Giuseppe, e forse in germe è in tutti noi. Lo riconosciamo quando fermiamo la nostra corsa verso il possesso, il consumo, il successo…e scopriamo nel nostro intimo ciò che ci calma e ci dà pace, ciò che ci rende davvero felici.

Chiudo con la carezza di Giusy a tutti i suoi compagni di viaggio:
…Non leggetelo per forza, quindi, o per gentilezza nei miei riguardi: tenetelo lì come un regalo, e quando vi sentirete veramente persi, quando non saprete dove cercare per avere un minimo di chiarezza nella testa, guardate un attimo anche cosa ha pensato il vecchio Rossi, non si sa mai…
Qui, in un modo un po’ particolare, si parla anche delle vostre, delle nostre vite ed è l’unico modo che ho trovato per scrivere il “nostro romanzo”.