Sonettando

barchetta-di-carta

Dicono che il poeta è lava e fuoco
un vento di tempesta che travolge
considera l’abisso quasi gioco
è anima mulinante in scure bolge

emerge dalla terra come un croco
niente lo ferma e niente lo coinvolge
Prometeo sapiente giammai fioco
con le sue emozioni ti sconvolge

E io a fucina vuota e brace spenta
in cucina a soppesare la parola
a suonare e cantare da stonata

e io qui a spezzettare la parola
più cuoca rassegnata che poeta
quando tenderò al vento la mia vela?

Queste isole

 

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Queste isole dalle schiene villose
come bufali arenati nel mare
sonnolenti ricamati di case
questi eden terreni di fioriture

rigogliose lanciati come schegge
di smeraldo da una mano felice
queste isole somiglianti ad un gregge
marino di bellezza ammaliatrice

ci salutano con candida luce
ci ristorano di placida quiete
c’immergono in acqua consolatrice

sciolgono le nostre angosce segrete
ignare del vivere nostro veloce
un lento abbraccio ci offrono liete

Non haiku dell’ ortolana

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…quand toutes les femmes et
les hommes ont été:
une musique classique de la mer…

…when all women and men
have been:
classical music by the sea…

*
NEL SONNO DELLA NOTTE
LATTUGA SVEGLIA
STREGATA DALLA LUNA

*
DIETRO LE FRONDE CUPE
IL GIORNO NUOVO
S’ACCENDE ALBA DORATA

*
LA ZUCCHINA ALLA LUCE
SCHIUDE IL FIORE
STELLA ALLEGRA DI TERRA

*
SI PIEGA IL BEL RAMO
-PERE DORATE-
TENDI GRATO LA MANO

*
DAL VERDE EMERGE FITTO
UN ROSSEGGIARE
SPERANZE PER L’INVERNO

*
GRANDE CUORE DI BUE
NEL ROSSO CELA
FERITE DI GRANDINE

*
BRUNITE INCOMBONO
LE MELANZANE
LAMPADE PER I MORTI

*

SI BATTE LA CICORIA
CONTRO LA VAMPA
ALABARDE TEMPRATE

*
NASCOSTO SOTTO TERRA
LESTO SI SPANDE
VIGORE DI GRAMIGNA

*
SI STRONCA IL RAMETTO
AL PEPERONE
ESAGERATA PROLE

 

Quando donne e uomini
sono già stati…
anche un orto in estate…

Cuando las mujeres y
los hombres han sido…
un huerto en verano!

La solitudine dei metrò di Carmelo Consoli

 

CARMELO CONSOLI

LA SOLITUDINE DEI METRO’

Prefazione di Paolo Ruffilli

LCE edizioni

Castelfranco Veneto 2014

9788898613137

… L’agosto era vampa/nell’ozio dei papaveri … 

Quest’ultima coinvolgente raccolta di poesie di Carmelo Consoli ha l’aspetto, per organicità, di un poema urbano corale, diviso in tre parti ( La solitudine dei metrò; Armonie e dissonanze- La vita in concerto; L’amore strepitoso) che scandiscono, in crescendo, l’impegno civile dell’autore e la sua riflessione sulla nostra civiltà contemporanea.

Il poeta, fattosi ultimo tra gli ultimi, anonimo tra gli anonimi, dà voce a quelli che sembrano non averla, gli invisibili: lavoratori urbani, disoccupati, emarginati.

Già dalle prime pagine un’espressione secca ed efficace ci precipita nella realtà delle periferie (che siano le Piagge di Firenze o Rogoredo di Milano poco importa) dove esseri umani e cose suonano insieme musiche stridenti: …Poi sale la sinfonia dei rasoi,/lo scroscio degli sciacquoni,/riparte il ballo degli ascensori/e un fiume di volti se ne va/…esce dai posti macchina, dalle porte a vetri,/dalle scale coi numeri e le lettere,/sfuma nel grigiore dei viali,/entra nella danza dei bus…

Appassionata è la denuncia del disagio provocato dal vivere troppo a contatto e troppo soli, troppo in fretta e troppo inquadrati dai riti quotidiani; ma anche troppo poveri di mezzi e chiusi in incomunicabili sogni.

…Sei nella solitudine dei metrò,/nei volti che emergono/ dal cilindrico cuore della terra/ o sfumano nei cunicoli dei tunnel/ingoiati dal nero delle stazioni…

Si corre con il pensiero alla poesia di Seamus Heaney, individuando somiglianze e differenze tra i due poeti:

…E così essere portato notte e giorno con loro/attraverso una terra a gallerie, unico relitto/ di tutto ciò cui appartenni, scagliato in avanti,/ riflesso in un finestrino reso specchio/ da sventrate mura di roccia./ Illuminate d’intermittenza. ( da District e Circle di Seamus Heaney)

Scorrono rapide le fotografie di tante persone (suonatori di strada, accattoni, i Cinesi di Brazzi, i Senegalesi, chi si è bruciato per disperazione…) inserite in un paesaggio triste e desolato, fatto di muri graffiti, tangenziali, linee urbane, scale mobili, bar della stazione: …La città dei poveri/vive nel cuore della sera,/si annida nelle mense della caritas,/riposa dentro i cartoni/al riparo tra i palazzi…

Intensi i versi che interpretano la desolazione della “Locomotiva del mare” (che da Santa Maria Novella deportò 300 Ebrei a Auschwitz) o quelli dedicati ai raccoglitori senza diritti di Rosarno o agli operai che cercano di difendere il posto di lavoro, manifestando in vetta alle torri fumarie: …Quassù dalle torri fumarie adesso/è la voce dei megafoni a squarciare la valle;/i fumi sciolti nelle inutili attese,/il cielo che quasi si tocca,/il vento una furia sui volti, tra le bandiere/…E’ così da mesi/…Non avremmo mai creduto di arrampicarci un giorno/ nella vertigine dei venti metri/nel ceruleo vuoto d’orizzonti,/scalare metro dopo metro il cilindro dei mattoni/ fino in cima, nell’aria sospesa dei giorni di lavoro/ a sventolare la dignità finita nel macero dei sogni…

Poesia dopo poesia, però, comincia a emergere anche l’intimità del poeta, che si ribella alla solitudine e all’alienazione dell’inurbato e cerca di recuperare e difendere il suo sogno di bellezza…Solo che stasera mi sfarinano negli occhi/arcobaleni e comete e ho il cielo in tasca…/Io evado da condomini e posti macchina,/ ritrovo muretti nero lava, capperi e limoni… Quella ritrovata nel ricordo struggente e affabulato di un altro tipo di vita fatto di controre, treni lenti, gente che si parla sulle porte. E’ un mondo quest’ultimo perduto che ancora preme nell’anima e al quale vorrebbe tornare. E vi torna almeno con la nostalgia del ricordo nell’ultima parte del libro, in cui rievoca paesaggi siciliani, esperienze adolescenziali e il suo “amore strepitoso” …Quell’estate era come essere/ formiche, bruchi immersi nell’oro/ della terra, nascosti tra le onde/ di un mare frusciante di spighe. / calammo nel grembo solare della piana,/avvampati di canicolare passione,/ saziati d’immensi bagliori,/emersi come file d’erba dalle zolle…

Puntualizzando l’inconciliabilità tra la realtà urbana e il sogno di una vita più naturale, il poeta denuncia il fallimento della modernità dove, alla conquista di un certo benessere materiale, non ha corrisposto il benessere dell’anima.

Ricordi? Mi dicevi: “vedi figlio mio/ tra queste zolle arse c’è il senso giusto della vita/fatica e oro dalla terra, azzurro nei respiri”…/Vedi, l’amore sta nel guardarsi sulle porte,/ volersi bene è darsi fiato…/ cantavi quell’aria di Modugno:/ “Meraviglioso è il mondo” e ti perdevi/tra piane di covoni e girasoli./Adesso dimmi padre mio:/ qual è il senso della vita ora che il paese/ è diventato città grigia e milioni di persone/ solcano autostrade, metropolitane/ con il cuore duro della sfida?…

Tale antitesi si evidenzia anche nello stile che si attaglia perfettamente alle due dimensioni psichiche; il linguaggio, secco e essenziale nell’esprimere la realtà del quotidiano urbano, diviene fortemente lirico nell’esprimere i ricordi di un mondo rurale e perduto, come la propria giovinezza, in cui … L’agosto era vampa/nell’ozio dei papaveri …

 

 

 

Estate toscana

 

girasole
*
SPAGLIO DI LUCE
DELIZIA MATTUTINA
VOGLIA DI CAFFE’

*
DAL TETTO VECCHIO
L’UPUPA IN VOLATA
– DOMANI PARTO

*
SPIGHE DI MAIS
TANTA FAME NEL MONDO
– TORTORE A COPPIE

*
GUARDO LA PRODA
ANTICHI FIORELLINI
– ERO PICCOLA

*
MATTINO LIETO
GIOVANI GIRASOLI
– IRRAGGIAMENTO –

*
RAUCHE LE STRIDA
OCHE E ANATRE IN CORSA
QUIETO IL PAVONE

*
DORME IL MELO
UN CADERE DI BRACCIA
STRAGE DI FRUTTA

*
POMERIGGIO DI
CIELO IN FRASTUONO
SOSPESA ATTESA

*

CADRANNO STELLE?
MI PORTO SULLA SOGLIA:
ECCO CHE BRUCIA!

*

CHIASSOSA FESTA
ALBERO CON PANCHINA
ISOLA FRESCA

*
-LUME DI LUNA-
PER LA STRADA DI LATTE
LE LUNGHE OMBRE

*

Il canto sommesso dello uadi

 

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(Immagine da Web)

 

 

Ero steppa irta-arida di luce
vento infuocato mi stormiva attorno
-i minuti parevavo millenni-

In un secondo

fu pioggia martellante
rapida mi dilavò tutte le ossa
disfece fino al pianto la mia terra
scavò pozzi profondi, suonò tendini sopiti
mi tracciò con ramisolchi di percorsi

In un secondo

fui fiume gonfiesondante
spaventato di se stesso
trascinavo in ogni dove
terra sconvolta, acqua e schiuma; e foce
tanto lontana che non mi fu concessa

addio addio mia terra!
mia acqua! addio addio!

Sono di nuovo steppa
irta di sempre e di mai più
eppure fremente sottocrosta
so che vibrerò alla prima goccia
uscirò dal mio sonno di sabbia

Celo in queste sassaie polverose
il corso di direzioni sconosciute
di ogni loro più infimo rigagnolo
e pozzi e forre e anse di mistero

Oltremisura aperto
attendo la pioggia santa del mio dio
-i millenni paiono minuti-

Tradimento dei tempi di Neuro Bonifazi

NEURO BONIFAZI

TRADIMENTO DEI TEMPI

EDIZIONI HELICON, 2015

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“Le stelle tramontano inquiete sulle dighe travolte”

Il momento della resa, il termine
delle patetiche agitazioni
non è lontano…
E come per il cieco, che si è arrischiato
fuori, tra le cose invisibili, nel vuoto,
e che si arresta, così è per ognuno
di noi che ha cercato invano
profili già noti
e voci riconoscibili
e non ha trovato, né visto, se non questo
tradimento dei tempi, lacerazione…
E se non fosse
che tutto il tempo passato – e il tempo
che stranamente non vedemmo passare – è stato
un avviarsi trasognato e inesperto,
un cerchio
del cuore, unito – nella ricerca di un amore
indefinito – a un’incredibile innocenza, ora
questo saperci deturpati sarebbe
troppo sensibile pena,
prodigalità
senza ritorno.

Ho atteso con molta curiosità la nascita di Tradimento dei tempi di Neuro Bonifazi. Dell’ autore conoscevo alcuni entusiasmanti saggi critici, un bel romanzo risalente alla fine degli anni ottanta, ma non la sua poesia. Com’era la sua poesia? Eccola, già tutta concentrata nel proemio che ho riportato per intero: bella, struggente, filosofica, universale, curata nella scelta lessicale e in quella delle immagini. Un respiro inquieto, un sospiro doloroso-amoroso nei confronti della vita, una pietosa carezza solidale per l’umanità “trasognata e inesperta, incredibilmente innocente.”
Il libro ti colpisce già dall’immagine di copertina, dove vediamo una barca dai vividi colori irrimediabilmente in secca sulla sabbia, davanti a un marecielo azzurrino, che, nonostante la piacevolezza, comunica la sensazione di un estremo sperdimento o imprigionamento in un mondo infinitamente arido.
E’ la metafora della propria e altrui esistenza, resa da un uomo che ha attraversato il Novecento, portandosi nella mente e nel cuore, unita alle esperienze reali, la cultura storico-filosofico-letteraria dei suoi e nostri tempi, dopo “la morte di Dio” codificata da Nietzsche e a partire dal pessimismo cosmico di Leopardi.
Non ci inganni una prima lettura superficiale che fa pensare all’espressione di un sentire senile e neppure titoli come Senilità, Nostalgia, Rimpianto, Assenza…qui la senilità non è attributo solo del singolo individuo, ma anche e soprattutto dell’essere umano contemporaneo il quale, perduto l’incanto dell’ingenuità e della fede, “…non sentiamo più Qualcuno/ che passa, miracoloso tra la gente, al quale gridare/disperatamente: “Fa che vediamo!”…”è obbligato a fronteggiare “…in questa/rovinosa mobilità dell’esistenza/stordita ammutolita e condannata a essere/Impotente/e in balia del non senso…” la cecità, la coscienza infelice, l’angoscia della scelta, il non senso della vita, il nulla.
“Dopo l’Epica nasce la Lirica, che è, essenzialmente, Elegia, pianto, e che corrisponde all’esistenza individuale, dell’uomo che vive come individuo una vita ermetica e precaria, sentendosi perituro e sentendo perituro tutto ciò che tocca. Pianto per ciò che sfugge, pianto per ciò che si è appena mostrato, per un imperfetto possesso e per la castità oltraggiata, per l’innocenza perduta senza compensazione…” scrive Maria Zambrano in Verso un sapere dell’anima e dell’esistenza “piange” virilmente il poeta fino a desiderare sfuggire le onde della vita. “ …via dalle onde della vita illusa e amata,/come/una barca vuota, in secco sulla riva/abbandonata” quasi che quella barca in copertina, pulsante di passione e amore, decida da sola di insabbiarsi per sfuggire all’assurdo destino.

Ma prima di giungere al “grido” con il quale chiude l’opera, attraversiamo l’impietosa analisi di questa “…escursione sconsiderata e solitaria nel mondo…”
Le innocenti aspettative del cuore, – ci dice il poeta – i sogni di noi, esseri unici e irripetibili (e per questo ad ogni età inesperti nell’affrontare i cambiamenti), vengono immancabilmente traditi dalla realtà dei fatti nel vissuto personale come in quello storico-sociale e l’essere umano “…eroi sconosciuti/e sperduti/nella dimensione opposta dell’universo” si ritrova sperduto “essere cosciente”, sofferente e inquieto e spaventato, in un universo arcano in perenne inconsapevole trasformazione.
Come un fiume tumultuoso nella notte, la voce poetica scorre impetuosa, tra assonanze, consonanze, allitterazioni, similitudi, analogie; rifiuta la”malafede”, il superficiale ottimismo “Mentire/ di questa vita bastarda è sempre il destino/la pena e lo stento….”si cala fino in fondo al pozzo della realtà umana e con estrema sincerità ci fa partecipi dell’intimo dolore, “Qui, mentre dispersi,/fuori del fortino isolati, improvvisati/rabdomanti,/siamo sospesi in ascolto dei tempi,/che non ci ascoltano, tentiamo/l’incerto, anche se troppo tardi, anche se a lungo/è stato nel cuore taciuto/e incompiuto/e non dato a vedere forse a nessuno,/il passo/lento a passare, del dispiacere.”, di quel “dispiacere” che teniamo troppo spesso, per pudore, chiuso nello scrigno del cuore, di quel dispiacere che proviamo quando ci scopriamo traditi da tutti i tempi della vita, perfino dalla giovinezza “E’ passata/imprevista e inafferrabile, rapida e muta/come fuga di uccelli feriti,/quell’età spaurita e frammista/di amori infelici.”
Allora si giunge a temere l’ insidia delle emozioni ”…e il lento/pulsare del cuore invernale, vibrando al ricordo/di lunghi anni infedeli, ci avverte/degli ultimi inganni/e trema nell’insidia/di un’estrema vile emozione/gestita a vuoto da scandali mentali.”
In tanta desolata condizione, l’unico sentimento che ci può far sentire meno soli (e dare giustificazione alla nostra vita) è l’amore, la cui potenzialità però si esaurisce, disillusione dopo disillusione “ ci restano/l’ansia e il dolore di sentire/che questa/smoderata età finisce così/quando è finito ogni amore.” Resta l’accorato rimpianto di un amore primo e fondante “Lei che non torna e che non ha/ più voce/ed è nel tempo trascorrente in sogno…”
Tuttavia, nonostante l’impietoso vero, il poeta non può sottacere la bellezza (tragica) della vita
“…pianta primaticcia, ch’è tutta fiorita/di gemme rosa…” e soprattutto la dolcezza degli affetti
“ …o la nostra giovane figlia/che sale le scale/e dolcemente ci chiama/e nulla davvero ancora sa della morte.”
Infatti è la coscienza della morte che ci tormenta quotidianamente perché noi, come diceva Rilke, “Non abbiamo mai, neanche un solo giorno, lo spazio puro dinanzi a noi, nel quale i fiori s’aprono infiniti. Sempre è mondo e mai il Nessunluogo senza il Nulla…”. Da ciò deriva l’inquietudine umana, che, nell’immaginazione poetica di Bonifazi, si trasferisce alle stelle, non più incantevoli lumi della notte, ma sentite come luci misteriose e inquietanti, quando ormai, e da tempo, nella nostra psiche, la diga che tratteneva il caos della nostra acqua-pensiero, è stata travolta dalla consapevolezza della solitudine umana.
Chiudo il libro pensando con stupore che il poeta ha reso, chissà quanto consapevolmente nel momento della creazione, in “immagini belle” e soprattutto commoventi le idee principali dell’esistenzialismo filosofico. Miracoli della poesia, che giunge alle verità fulmineamente, attraverso le strade del cuore.

 

Biografia

NEURO BONIFAZI è nato in Urbino ed è professore emerito di letteratura italiana e di filologia, dopo una carriera durata molti anni (dal 1946 come assistente, dal ’68 come libero docente e incaricato, e dall’ ’80 come ordinario, fino al ’96) nella facoltà prima di Magistero e poi di Lettere, della locale libera Università al tempo del rettorato di Carlo Bo.
Studioso di testi poetici e di generi letterari, ha cominciato nel ’50 con le Rime di Guittone d’Arezzo (AGE, 2° ed., Urbino ’85) e con i Poeti della Scapigliatura (un’antologia con Mario Petrucciani (STEU, Urbino 1962, e ha continuato con il saggio, considerato fondamentale, su Dino Campana (Ateneo, Roma ’64), con l’edizione critica dell’inedito cinquecentesco di G. B. Pigna, Il ben divino (Commissione per i testi di lingua, Bologna ’65), e con Parini e il Giorno del ’66 (Argalìa, Urbino). Ha poi tentato di rinnovare la critica italiana sui generi letterari (realistico, fantastico, epistolare, autobiografico, ecc. ), con L’alibi del realismo (La Nuova Italia, Firenze ’72), la Teoria del fantastico. Tarchetti, Pirandello, Buzzati (Longo, Ravenna ’82), Le lettere infedeli. Ariosto, Giordani, Leopardi, Manzoni (Officina, Roma ’85), e con altri saggi sparsi: Il genere epistolare e le lettere di Torquato Tasso; L’operazione autobiografica e la “Vita” di Vittorio Alfieri; L’immagine della morte dai “Trionfi” petrarcheschi al “Sogno” leopardiano; La tentazione teatrale; ecc.: tutti nel complessivo Il genere letterario (Longo, ’87).
Dopo l ’80 si è dedicato soprattutto allo studio di Leopardi, pubblicando diversi saggi, da Lingua mortale (Longo,’84) a Leopardi autobiografico (Longo,’84), da L’immagine antica (Einaudi,’91) a Modelli leopardiani (Longo, 2003). Ma non ha trascurato né i poeti scapigliati, pubblicando i Racconti fantastici di I. U. Tarchetti (Guanda, ’77), né Dino Campana, con un’edizione commentata dei Canti Orfici (Garzanti,’89) e un’analisi completa su Dino Campana. La storia segreta e la tragica poesia (Longo, 2009).
Come poeta, a lungo inedito, dopo aver inserito molte poesie su riviste (l’urbinate “Ad libitum”, il romano “Prospetti”, il ticinese “Bloc Notes”, “Il Caffè” di G. B. Vicari, di cui era redattore, “Paragone”, l’americano “Gradiva”, ecc.), ha pubblicato quattro raccolte: Amore suo (Guanda, Milano ’78, prefazione di Mario Luzi), In sembianza (Crocetti, Milano ’88), Allarmi e sortite (Dadò, Locarno,’97), Le segrete vie (Arti Grafiche La Torre, Urbino ‘2000), e una quinta, Tradimento dei tempi, (Helicon, Arezzo 2015). Come narratore ha pubblicato un libro di racconti, Il contagio (Lampugnani Nigri, Milano 1984), e due romanzi, Le donne e l’angelo (Camunia, Milano ’89), e L’amorosa idea (Stamperia dell’ Arancio, Grottammare ‘2003). Si è cimentato anche con l’analisi dei testi biblici in Gesù il Messia (Helicon, Arezzo 2010). Il suo ultimo saggio è Parini e il Giorno,(Helicon, Arezzo 2015).

BENZINE

GINO PITARO

BENZINE

ENSEMBLE

ROMA, 2015
Pag.147
Prezzo: 12€

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“All’inizio c’è un luogo, un luogo di vita sul quale io voglio lavorare. Cerco di comprenderne, di coglierne in una sola volta ciò che ci si vede: lo spazio, la luce, i colori… e nello stesso movimento ciò che non si vede, che non si vede più: la storia, i ricordi sepolti, il carico simbolico…In questo luogo reale afferrato così nella sua complessità, io vado a iscrivere un elemento di finzione…”spiega in un’intervista, riferendosi alla sua opera, Ernest Pignon-Ernest, l’artista di Street art (Art urbain in Francia), autore dell’opera riprodotta sulla copertina di Benzine, ultimo romanzo di Gino Pitaro.

Se Pignon ha sparso nei vari luoghi “pasoliniani” di Roma, posters riproducenti uno scultoreo Pasolini che ostende il proprio cadavere, tenendolo tra le braccia, al fine di svelare l’essenza stessa di quello spazio, Pitaro, in questo suo ultimo lavoro di scrittura, dà l’impressione di voler perseguire il medesimo scopo.
L’autore, infatti, ha scelto un luogo, ne ha raccolto lo spazio, la luce, i colori e vi ha inserito un elemento di finzione. Luigi, il suo protagonista, che vive, studia, lavora tra il centro di Roma e Tivoli Bagni, è una fibra pulsante di quegli spazi e il suo intento principale, nel narrarci in prima persona la vicenda, è quello di renderceli interi nella loro complessità attuale e storica.
Lo spazio della “Tiburtina e dintorni”, sotto la lente d’ingrandimento di Luigi, si allarga a dismisura, riempiendosi di dettagli e di una miriade di personaggi; e sprofondando nel passato tramite informazioni storiche e confronti tra ieri e oggi. Il lettore s’immerge in una complessità socio-ambientale che, se avesse fisicamente e fugacemente visitato quei luoghi, non avrebbe potuto immaginare; ed è condotto nella realtà quotidiana di una periferia multietnica dove tutto è difficile, precario e disperante, ai limiti dell’assurdo: il lavoro, lo studio, le relazioni con gli amici, gli incontri(talvolta scontri) con la gente.

“…Questo inserimento mira allo stesso tempo a fare del luogo uno spazio plastico e a lavorarne la memoria, rivelando, perturbando, esacerbando la simbolica…”Continua Pignon…

Ed ecco che, a sorpresa, l’autore inserisce “l’elemento perturbante” che è anche l’evento principale del racconto, (da non anticipare in questa sede per non far perdere la tensione nella lettura), ma che è lì proprio con lo stesso scopo simbolico delle immagini di Pignon a dirci: qui non possiamo fidarci di nessuno, qui la banalità del male è pane quotidiano.
L’intreccio della storia perciò procede su due binari: da una parte la storia principale in cui ci sono cinque amici più o meno trentacinquenni che vivono una vicenda enigmatica con drammatico svelamento finale e dall’altra la narrazione di tanti piccoli eventi, tratti da un’esistenza corale e quotidiana, nell’università occupata come nel call center, nella metro come nei bus dei pendolari.
A contatto con un mondo, dove tutto risulta complicato e ogni scelta di esito incerto, la mente di Luigi è sottoposta a numerosi stimoli e vaga da un pensiero all’altro, apparentemente senza logica di causa effetto. Tuttavia sono proprio questi pensieri, resi con un linguaggio accattivante che è poi quello dei giovani colti, ma che mantengono un registro basso, popolare e multilingue, come si confà a una realtà multietnica, a renderci vitale la narrazione. Proprio questo linguaggio, infatti, pieno di humor, talvolta ironico, rende leggera e in molti punti pure divertente la vicenda narrata e ci svela la positività umana del protagonista. Anche la struttura del romanzo, diviso in capitoletti titolati, contribuisce ad alleggerire la materia di per sé seria e pesante, così la storia incuriosisce fino alla fine e non ti rendi nemmeno conto di aver letto il libro in un soffio. Ora ne sai di più dei “dintorni” di Roma e dei modi di vivere di molti giovani italiani contemporanei, urbanizzati e precari.

 

BIOGRAFIA

Gino Pitaro nasce a Vibo Valentia e abita a Roma. Nel suo percorso svolge varie attività, tra cui quella di redattore e articolista freelance e di documentarista indipendente. Nel 2011 esce il suo I giorni dei giovani leoni (Arduino Sacco Editore), che ottiene buoni riscontri di critica e diviene una delle opere underground più lette nel 2012. Babelfish, racconti dall’Era dell’Acquario è il secondo libro, con il quale vince il Premio Letterario Nazionale di Calabria e Basilicata III ediz. (sez. narrativa edita), il premio speciale antologia al Concorso Letterario Caterina Martinelli II ediz., il premio giuria al Concorso Letterario Città di Parole III ediz. – patrocinato dalla Città di Firenze, dall’AICS (sezione cultura) e dall’Associazione Artecinema Rive Gauche -, il riconoscimento Libri di Morfeo, 4° posto (Città di Siracusa). Babelfish inoltre è stato segnalato al concorso Percorsi Letterari dalle Cinque Terre al Golfo dei Poeti I ediz. Benzine è il nuovo romanzo.

Chiedilo al ciliegio

ciliegio

Chiedilo al ciliegio
tutto a ricci di tulle bianco
che oggi va sposo alle api
e ammalia il cielo
Chiedilo al ciliegio
vestito di candore nel mattino
come si fa a voler bene alla vita
anche se spezza rami, gela radici
impedisce il cammino
Tu, figlio disumano
delle periferie malsane
nero di morte, rosso di pazzia
chiedilo al ciliegio chi è Dio

Chiedilo a tua madre
al suo sperare dolce
quando ti accolse
al suo lavoro e sacrificio
come si fa a voler bene alla vita
anche se spezza speranze, gela progetti
impedisce il cammino
Tu, che trovi ragione
alla tua pigra rabbia
in un folle richiamo
e fai dei tuoi giorni esaltati
un tragico festino di sangue
in nome del tuo d(IO)