N.5 – La poesia nel mondo occidentale

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(breve excursus tratto da un articolo pubblicato nel 2006 da Rosa Elisa Giangoia )

Oggi la poesia è essenzialmente espressione di emozioni e di sentimenti, cioè lirica.
Alle origini si distingueva dalla prosa per essere un testo organizzato secondo precise unità ritmiche che rendevano il testo, in origine destinato alla recitazione e non alla lettura individuale, di forte impatto comunicativo.
Con la poesia si dicevano le cose importanti, in primo luogo le preghiere, testi volti a trascendere la sfera dell’umano, come gli Inni omerici, le formule religiose e le preghiere della Roma arcaica.
La poesia, alle origini della nostra tradizione mediterranea, si è imposta come la forma letteraria del narrare epico, narrazione di storie che contenevano i modelli dei valori di una società e di una civiltà, con il fine di comunicarli, farli conoscere per educare gli individui conformando su di essi gli animi degli uomini ( coraggio, eroismo, fedeltà negli affetti familiari e amicali, di ingegnosità e sagacia, perseveranza e tenacia sono alla base della nostra tradizione di vita associata).
Esiodo l’ha usata per esaltare il lavoro dell’uomo.
In poesia si è espressa la filosofia a partire da Talete, fino a Platone .
Con la poesia si è espressa la riflessione dei tragici greci sulle grandi tematiche del male e del bene, nonché i sentimenti e le emozioni più sofferte dell’animo umano, ad iniziare da Alceo e Saffo.

Un’aura di sacralità ALONAVA la figura del poeta, al quale era dovuto un rispetto particolare, in quanto depositario di una facoltà divina e strumento di rivelazione agli uomini di verità superiori e assolute che orientavano, secondo obiettivi umanamente positivi, la vita dell’uomo nella storia.

Nel mondo latino l’importanza sociale della poesia è sancito da due testi di alto valore e di grande interesse : l’orazione “Pro Archia” di Cicerone e l’”Ars poetica” di Orazio.

Come i Greci, anche Cicerone ritiene sacra la figura del poeta perché “è la poesia che ha permesso che non andasse perduto il ricordo di grandi azioni, e questo è elemento di rilievo perché è diventato incentivo per compiere nuove gloriose imprese”.

Orazio si sofferma sulla tecnica poetica. Sostiene che l’opera poetica, per essere bella, deve presentare organicità d’insieme e armonia delle parti, risultare commovente e avere il potere di trascinare dove vuole l’attenzione degli uditori.
Pone la prescrizione della callida… inctura, cioè di ACCORTA COLLOCAZIONE DELLE PAROLE, che sappia rendere nuovo un vocabolo comune. Impone come fondamentale il labor limae, cioè l’intenso e accurato lavoro di rielaborazione formale.

***

Il valore della poesia avrà in seguito grande sviluppo nell’Umanesimo, a partire da Francesco Petrarca, e sarà ribadito con vigore fino ai primi dell’Ottocento, ovvero fino a Ugo Foscolo che vede nella poesia la sua illusione più bella e le consegna il ruolo di conservare la memoria dei popoli. La poesia eterna il ricordo dei grandi spiriti, ne consente l’attuazione degli ideali e guida la civiltà umana attraverso le sue dolorose conquiste.

“… E tu onore di pianto Ettore avrai
Ove sia santo e lacrimato il sangue
Per la patria versato e finché il sole
Risplenderà sulle sciagure umane” Ugo Foscolo. Da “I sepolcri”

Dopodiché, a partire dal Decadentismo, il ruolo e la funzione della poesia verranno restringendosi ad un ambito sempre più privato.

Comincia la decadenza del ruolo sociale della Poesia.

N.4 – Chi è il poeta?

 

sisifo21Il poeta è stato variamente definito come Prometeo- Sisifo- profeta – folle –fanciullo- saltimbanco- giullare- fingitore…

“Il poeta è un fingitore.
Finge così completamente
che arriva a fingere che è dolore
il dolore che davvero sente…” Fernando Pessoa

LETTERA DEL VEGGENTE
a Paul Demeny, di Arthur Rimbaud -Charleville, 15 maggio 1871 (AVEVA 17 ANNI!)

“Io dico che bisogna essere veggente, farsi veggente. (guardare il mondo con lenti di ingrandimento cioè con il sesto senso). Il Poeta si fa attraverso un lungo, immenso e ragionato sregolamento di tutti i sensi. Tutte le forme d’amore, di sofferenza, di follia; egli cerca se stesso, esaurisce in sé tutti i veleni, per non serbarne che la quintessenza.  Ineffabile tortura in cui ha bisogno di tutta la fede, di tutta la forza sovrumana, nella quale diventa fra tutti il grande malato, il grande criminale, il grande maledetto, – e il sommo Sapiente! – Poiché giunge all’ignoto! …” “Quando sarà spezzata l’infinita schiavitù della donna, quando ella vivrà per sé e grazie a sé, poiché l’uomo – finora abominevole, – le avrà reso il suo congedo, sarà poeta, anche lei! La donna troverà dell’ignoto! I suoi mondi d’idee differiranno dai nostri? – Troverà cose strane, insondabili, ripugnanti, deliziose; noi le prenderemo, noi le comprenderemo.”…

Quasi centocinquanta anni dopo le affermazioni di Rimbaud, il filosofo e psicanalista Umberto Galimberti ci riconferma le sue parole:
per Galimberti l’artista in generale e il poeta in particolare
“è colui che sa uscire dal recinto protetto della ragione per accedere a quell’abisso che è la follia che ci abita. .. per usare la propria follia come uno strumento che consente di catturare quello sfondo irrazionale da cui l’umanità ha cercato di difendersi e di emanciparsi attraverso i riti, le religioni, e infine attraverso la ragione che, come un giorno lucido e senza ombre, prova a difenderci da quella luce nera e così poco rassicurante che sono le tenebre dell’insensatezza, sempre in agguato, nelle quali in ogni momento possiamo precipitare.”

Questa sua affermazione si fonda sul saggio “Genio e follia” del 1922 dello psicopatologo e filosofo Karl Jaspers che analizza gli effetti della schizofrenia nell’attività artistica di Strindberg, Swednborg, Holderlin e VanGogh, concludendo che “Lo spirito creativo dell’artista, pur condizionato dall’evolversi della malattia, è al di là dell’opposizione tra normale e anormale e può essere metaforicamente rappresentato come la perla che nasce dalla malattia della conchiglia. Come non si pensa alla malattia della conchiglia ammirandone la perla, così di fronte alla forza vitale dell’opera non pensiamo alla schizofrenia che forse era la condizione della sua nascita”.

Non è necessario essere folli per essere artisti, ma è un rischio che si corre tutti perché nel momento della creazione siamo nell’incoscio e c’è il rischio di non uscirne più, restando imprigionati dalle sue figure.

Numerosi sono gli artisti e soprattutto i poeti che non hanno retto allo sforzo della risalita e hanno prodotto le loro opere a prezzo di grandi sofferenze psichiche, perché “Essere nell’ aperto”, come definiva Holderlin la dimensione irrazionale, ai bordi dell’abisso, significa essersi denudati di tutte le maschere sociali con le quali ci difendiamo, essere esposti a qualsiasi attacco, essere autentici e per questo fragili.

Aggiungo che non si scrive una poesia a tavolino o a comando, la poesia sgorga all’improvviso. Si tratta di enfasi di percezione e fulmini di pensiero. Il sogno, la visione, l’immagine che ne derivano non sono mere finzioni, ma realtà originate dall’ incontro-scontro e tessitura fulminante di altre realtà della mente. Il poeta deve sopportare la fatica di dominare il dionisiaco con l’apollineo, e, se riesce, nasce la parola poetica che è pesante e leggera; pesante perché sintetizza in poche parole molti concetti; leggera, perché li offre attraverso immagini e ritmi per lo più piacevoli o suggestivi.
Due poesie per ricordare e onorare due donne che hanno molto sofferto la creazione:

Pudore (Antonia Pozzi)

Se qualcuna delle mie povere parole
ti piace
e tu me lo dici
sia pur solo con gli occhi
io mi spalanco
in un riso beato
ma tremo
come una mamma piccola giovane
che perfino arrossisce
se un passante le dice
che il suo bambino è bello

 

Sono nata il ventuno a primavera (Alda Merini)

ma non sapevo che nascere folle,
aprire le zolle (aprire la porta dell’abisso o tornare dall’abisso)
potesse scatenar tempesta.
Così Proserpina lieve
vede piovere sulle erbe,
sui grossi frumenti gentili
e piange sempre la sera.
Forse è la sua preghiera. (la poesia- preghiera di Proserpina è pianto di chi torna dalla morte che feconda e rigenera la vita)

N. 3 – Cos’è la poesia?

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A questa domanda un intellettuale ha risposto che non si può dire cosa sia la poesia

LA POESIA E’.
Volendo, comunque, darne un’idea, si può definire in tanti modi, dai più tecnici ai più personali.
1- definizione tecnica:
“componimento verbale dotato di senso, finalizzato ad esprimere concetti anche molto profondi e a suscitare sensazioni emotive e stati d’animo che ne trascendono il significato logico espressivo. Componimento, inoltre, contraddistinto da una spiccata musicalità ottenuta mediante combinazioni foniche, prosodiche e metriche, di vario tipo.” (Maria Grazia Tosto)
2 – definizione etimologica:
Il termine poesia, dal greco pòiesis, è etimologicamente connesso al verbo pôiein, “fare, creare”. La nozione racchiude quindi, in origine, il concetto di creazione, strettamente congiunto all’idea di ispirazione divina (il cosiddetto enthousiasmòs). Il poeta è infatti colui che crea solo dopo essere stato ispirato da un gruppo di divinità, le Muse, che d’improvviso lo trasportano in una dimensione di straniamento e di oblio, quasi fosse preso da incantesimo.

3 – “Per Giorgia Spurio, giovane poetessa contemporanea (nata a Ascoli Piceno nel 1986):

La Poesia è l’Essenza e l’Assoluto.
La Poesia sa esprimere l’Essere del poeta stesso, sa esprimere l’Essere del mondo, sa comunicare filosofie e religioni, sa essere un’arma per denunciare le ingiustizie, oppure sa semplicemente descrivere ritratti o viaggi, capaci di ipnotizzare il lettore.
La Poesia è la vera forza della parola, perché è lì che si concentra l’intero spirito umano.

4 – Per Stefano Giovanardi (poeta e critico letterario) è un atto rivoluzionario:
La poesia è di per sé scandalosa, di per sé rivoluzionaria, la poesia è “di per sé”. Quando è vera poesia, di per sé può cambiare le cose.

Per me la poesia è follia “sacra” che esplode nell’atto di creazione, sempre molto pericoloso, perché l’artista come un cavallo furioso si lancia nel magma dell’incoscio e contemporaneamente deve tenere legato il suo discorso con la ragione, per non perdercisi.

“La poesia mi travolse
come travolge un fiume in piena
Ero un favo maturo
che colava miele da ogni foro
Ero pelle eccitata
dalla carezza e dallo scudiscio della parola
Annegavo e risorgevo ogni minuto

Estranea e nemica di me stessa
dimenticavo le passioni del passato
rinnegavo ogni certezza
Non c’erano confini
partecipavo dell’essenza…” (Effetti della poesia su me)

In sintesi, si può dire che la poesia è

un testo scritto seguendo un canone
uno sfogo della propria sovrabbondanza emotiva
un viaggio dentro se stessi
la voce dell’anima del mondo
la massima alchimia a cui può giungere una lingua

Bellezza, talvolta sublime.

 

N.2 – Poesia come luogo fondante della memoria

 

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A darci speranza che la nostra opera possa essere civilmente utile e a riconoscerle dignità è intervenuto l’Unesco istituendo La Giornata Mondiale della Poesia, con la XXX Sessione della Conferenza Generale del 1999 e celebrandola per la prima volta il 21 marzo del 2000.

L’Unesco riconosce all’espressione poetica
“un ruolo privilegiato nella promozione del dialogo e della comprensione interculturali, della diversità linguistica e culturale, della comunicazione e della pace”
e, Giovanni Puglisi, Presidente della Commissione Nazionale Italiana per l’Unesco, aggiunge “Tra le diverse forme di espressione, infatti, ogni società umana guarda all’antichissimo statuto dell’arte poetica come ad un LUOGO FONDANTE DELLA MEMORIA, base di tutte le altre forme della creatività letteraria ed artistica”.
E’ un fatto: la massima istituzione internazionale per la cultura e la pace tra i popoli rilancia il valore imprescindibile della poesia all’inizio del nuovo millennio, tra guerre, stragi, migrazioni, conflitti e decadenza del ruolo profetico del poeta.
Ed è significativo anche che abbia scelto per festeggiarla il primo giorno di primavera. Come la primavera fisica è rinascita, rinnovamento, nuova vita, Vita che esplode ovunque in natura, così la poesia è rinascita, rinnovamento, vita nuova. La poesia è Primavera dell’anima.
Quanto le affermazioni del’Unesco siano appropriate ve lo vorrei dimostrare, leggendovi prima un brano tratto da una lunga poesia del poeta turco Nazim Hikmet, riguardante la Rivoluzione russa, quindi una “memoria collettiva”; e poi una lunga elegia (che in parte ho dovuto tagliare ) in cui l’autrice persiana Forugh Farroktzad ripercorre i fatti salienti delle sue fanciullezza e adolescenza. Qui siamo di fronte a una “memoria individuale”, ma miracolosamente, pur appartenendo questa memoria a una donna di un’altra cultura, scopriamo che appartiene a tutti noi.

Pietrogrado 1917:

…“Danno l’assalto al grido di Kitov:
Compagni, la storia
Ossia la classe operaia e contadina
Ossia il soldato rosso
Ossia noi, diamo fuoco alle polveri!”…

“…e come sulla Neva i ghiacci rosseggianti
con l’appetito di un bambino
col coraggio del vento
entrarono nel palazzo d’inverno.
Ferro, carbone e zucchero
e rosso rame
e tessili
e amore e violenza e vita
e tutti i rami dell’industria
La Piccola, la Grande e la Bianca Russia
e il Caucaso, la Siberia, il Turkestan
e il corso malinconico del Volga
e le città
ebbero la sorte
mutata, in un momento d’alba
in un momento d’alba quando
sorti dalle rive della notte
coi loro stivali bagnati di neve
calpestarono
lo scalone di marmo.

(Nazim Hikmet -Pietrogrado 1917) da Poesie d’amore

Nazim riesce a imbalsamare un quadro di civiltà, a tradurci in parole quello che era il sentire della popolazione russa in quel determinato periodo storico.

Quei giorni

Se ne sono andati quei giorni
quei bei giorni
quei giorni freschi e intensi
quei cieli ricolmi di perline
quei rami carichi di ciliegie
quelle case appoggiate l’una all’altra
al verde riparo dell’edera
quei tetti di aquiloni giocosi
quei viali inebriati dall’odore delle acacie …

Se ne sono andati
quei giorni innevati e quieti
mentre dietro la finestra,
nel tepore della stanza,
restavo incredula a guardare
la mia candida neve
cadere lenta come morbida peluria
sulla vecchia scala di legno
sul filo sottile dei panni
sui capelli di pini antichi
e pensavo a domani, ah domani,
bianca sagoma scivolosa

Domani
iniziava con il fruscio del velo della nonna
e la sua confusa ombra nel quadro della porta
che d’un tratto
si abbandonava nel freddo senso della luce
nella vaga scia delle colombe in volo
tra i colori delle vetrate…

Se ne sono andati
quei giorni d’incanto e stupore
quei giorni di sonno e di veglia
quando ogni ombra celava un segreto
ogni scrigno nascondeva un tesoro
ogni angolo del ripostiglio,
nella quiete del mezzogiorno,
pareva un mondo
e chi non temeva quel buio
pareva un eroe

Se ne sono andati
quei giorni di festa…
…………..
e la voce dei venditori ambulanti
lungo i viali macchiati del verde

Il mercato era intriso dagli odori vaganti
l’odore acre del pesce e del caffè
il mercato, sotto i passi della gente,
si estendeva, si allargava e si mescolava
a ogni attimo del cammino
e roteava in fondo agli occhi delle bambole

il mercato era mia madre
che andava in fretta
verso tutto ciò che colorato fluiva
e tornava
con ceste piene e regali impacchettati
il mercato era la pioggia che cadeva,
cadeva e cadeva

Se ne sono andati
quei giorni di stupore dei segreti del corpo
quei giorni delle timide conoscenze
della bellezza azzurra delle vene di una mano
con un fiore
chiamava, oltre il muro,
l’altra mano
e piccole macchie d’inchiostro
sulle mani impaurite, confuse e tremanti
poi l’amore
svelarsi in un timido saluto
Tra il fumo e il calore del mezzogiorno
cantavamo nelle stradine polverose il nostro amore
conoscevamo l’ingenuo idioma del fiore messaggero
portavamo i nostri cuori
al giardino delle candide tenerezze
e li prestavamo agli alberi
e la palla, con i baci vaganti,
passava di mano in mano
era l’amore
quel sentore confuso nel buio dell’atrio
che d’improvviso accerchiava e rapiva
tra i respiri e i palpiti infuocati
tra i piccoli sorrisi rubati

Se ne sono andati
quei giorni,
come le piante marcite nel calore
si sono arse sotto i raggi del sole
e sono smarrite
quelle stradine ebbre dal profumo delle acacie
nel chiassoso tumulto di una strada senza ritorno
e la ragazza che tingeva le sue guance
coi petali dei gerani
ora, è una donna sola,

una donna sola

(Forugh Farrokhzad da E’ solo la voce che resta)

In questa poesia ho ritrovato anche la mia memoria e ho sentito “sorella” una donna sconosciuta e fisicamente lontanissima.

.

POESIA: QUALE FUNZIONE SOCIALE NEL MONDO CONTEMPORANEO – N.1

Relazione tenuta all’universita’ dell’eta’ libera di pratovecchio (AR)nel marzo del 2016
Il discorso è diviso in 10 paragrafi, ne posterò uno alla volta

1 – POESIA E CONDIVISIONE

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Ballata per i poeti andalusi di ora

Che cantano i poeti andalusi di ora?
Che guardano i poeti andalusi di ora?
Che sentono i poeti andalusi di ora?

Cantano con voce d’uomo, ma dove sono gli uomini?
Guardano con occhi d’uomo, ma dove sono gli uomini?
Sentono con cuore d’uomo, ma dove sono gli uomini?

Cantano, e quando cantano sembra che siano soli
Guardano, e quando guardano sembra che siano soli
Sentono, e quando sentono sembra che siano soli

È possibile che l’Andalusia sia rimasta senza nessuno?
È possibile che sui monti andalusi non ci sia nessuno?
Che sui mari e nei campi andalusi non ci sia nessuno?

Non c’è più chi risponda alla voce del poeta?
Chi possa guardare il cuore senza muri del poeta?
Son tante le cose che sono morte che non c’è più che il poeta?

Cantate forte. Sentirete che odono altri orecchi.
Guardate in alto, vedrete che guardano altri occhi.
Sentite con forza, saprete che palpita altro sangue.

Non è più profondo il poeta, rinchiuso nel suo buio
sottosuolo. Il suo canto raggiunge il profondo
allorché, aperto al vento, è ormai di tutti gli uomini.

Musica: Manolo Diaz – Aguaviva (gruppo musicale)

…¿Quién mire al corazón sin muros del poeta?…

…No es más hondo el poeta en su oscuro subsuelo encerrado
Su canto asciende a más profundo
Cuando, abierto en el aire, ya es de todos los hombres…

Questa poesia è una delle più note di Rafael Alberti. Tutti voi l’avrete sentita cantare dagli Aguaviva negli anni settanta. Nonostante la semplicità delle parole e della struttura, sa indicarci con poche immagini quali siano l’essenza della poesia e la funzione sociale del poeta.

Rafael Alberti l’ha scritta in esilio durante gli anni cinquanta, pensando da lontano alla sua Andalusia muta perché sotto il giogo del franchismo, e ai poeti andalusi, dispersi per il mondo, “encerradi” nei loro “subsuoli”. Ma non vinti, non messi a tacere se proprio uno di loro (lui) innalza un incitamento a cantare tutti insieme al poeta,(ad accogliere il suo messaggio) perché – ci dice – solo quando la poesia è passata in tutti i cuori, (QUANDO E’ CONDIVISA) solo allora “s’innalza alla profondità”, diviene operante nel risvegliare le coscienze dei popoli e nell’indirizzare al bene comune, liberando i cuori dai “muri”: da tutti quegli ostacoli di egoismo, opportunismo, paura di esporsi nudi al giudizio degli altri, e pregiudizi vari (intesi letteralmente come opinioni fattesi prima della conoscenza reale e del vaglio critico) che non permettono di essere autentici e comunicativi.

Alberti ci dice che compito della poesia è farsi portavoce dei bisogni di tutti gli uomini.

Ma per ottenere questo occorrono il poeta, la sua comunicazione “bella”, il canale di trasmissione e il ricevente ovvero il lettore appassionato.

Come i poeti andalusi del Novecento, anche noi grandi, piccoli e piccolissimi poeti contemporanei, encerradi nei nostri subsuoli (o piccole stanze solitarie ), ci chiediamo se c’è chi ci ascolta, se funziona la trasmissione poetica.

Procederemo nell’indagine a piccole tappe e ogni paragrafo sarà illustrato da un’immagine e da qualche poesia, perché possa diventare più semplice e si possa sentire la “magia” della poesia: il suo potere irrazionale.

 

Grigiori

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Immagine da web

A poca luce – così – nel grigio perla
offuscata da questa pioggia lenta
e un indolente dondolio di foglia.

S’ammainano a novembre
bandiere ardite sotto la pioggia.

 

Chi li ricorda i giorni aperti
i momenti d’espansione
le ubriacature di gioia?

Mi riluceva nella mano
una perla calda.

Ora m’ingloba.

Uno dopo l’altro, uno

crisantemo

Solo vostri
la frana repente del cuore
e lo schianto

Noi
tra cianfrusaglie e variabili mappe
vi portiamo ovunque
negli zaini della mente

Vi ascoltiamo parlare
Ci camminate a fianco
in questo Eden di colori
di venti, di rocce e di acque

E nell’avvicinarci alla meta
lentamente
ci facciamo invadere
dalle vostre sembianze

(da La bellezza tragica del mondo)

Stelle di guazza

rugiada

Alba: distese accese di brillante.
Praterie di splendori d’argento.
Luminosi bagliori d’erba stillante.
Madreterra stamani è firmamento.

Perline seminate dalla notte
lacrime iridescenti del mattino
-in bilico precario sulla sorte-
serene pare sfidino il destino.

Vi passeggiano ricordi, follia
– visioni deliranti di bellezza –
affanni mattutini, nostalgia.

Ogni minima goccia è tenerezza
ogni lampo di luce è una malia.
Il cuore sobbalza: stelle di guazza!

Un film: NERUDA

 

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ANNO: 2016
REGIA: Pablo Larraín
ATTORI: Gael Garcia Bernal, Alfredo Castro, Pablo Derqui, Luis Gnecco, Antonia Zegers, Emilio Gutiérrez Caba, Alejandro Goic, Marcelo Alonso, Hector Noguera
SCENEGGIATURA: Guillermo Calderón
FOTOGRAFIA: Sergio Armstrong
MONTAGGIO: Hervé Schneid
MUSICHE: Federico Jusid

 

Il titolo Neruda è bastato per farmi correre al cinema. Pensavo narrasse la vita del poeta e solo prima di entrare in sala qualcuno mi ha informato che era qualcosa d’altro “non è un biopic è un road movie”.
-Mah, chissà cosa significa- ho pensato; e senza darci peso sono entrata nell’aspettativa gioiosa di trovarmi faccia a faccia con Pablo.

Infatti, scivolate via le didascalie, lui è entrato in scena, pisciando e controbattendo le accuse dei senatori filogovernativi con una nonchalance e una veemenza sorprendenti. Sono restata inchiodata alla poltroncina da quel momento fino alla fine del film, quasi senza respiro. Le scene si succedevano rapide: dalla toilette del Senato cileno, alla propria bellissima casa; dalla dimora oh, quanto signorile!del Presidente del Senato con gli alani che salivano e scendevano la scalinata, alle feste con gli amici o nei bordelli; dai discorsi calienti ai compagni del Partito Comunista, ai dialoghi più intimi con la moglie: e poi …la voce fuori campo del poliziotto che lo insegue e che interpreta la storia.
Perché di storia si tratta, quella vissuta da Neruda (tra il 48 e il 49) nei tredici mesi che, in qualità di Senatore, lo videro opporsi al governo di Videla, essere messo fuorilegge insieme al Partito Comunista, entrare in clandestinità e scappare, lungo tutto il Cile, aiutato dalla moglie e coperto dai Compagni, per sfuggire al carcere, fino all’attraversamento delle Ande nel Sud cileno e al riparo in Argentina. Fuga del politico perseguitato che generò il Canto General del poeta. Ma se questi fatti lo spettatore non li conoscesse già, li dovrebbe leggere più tardi tornato a casa, perché dal film si evincono in maniera sommaria. Infatti siamo nel realismo magico, nel surreale, nella complessità del postmoderno e anche nel simbolismo dei registi italiani anni settanta. E’ un viaggio, un’avventura tra sogno e realtà, come se a narrare invece dei due geniali artisti Pablo Lorraìn, il regista, e Guillermo Calderòn, lo sceneggiatore, fosse l’anima stessa di Neruda, specchiata dal suo inseguitore, incerta tra la realtà e il sogno, il bene e il male, la bellezza e l’orrore, l’impegno civile e l’ erotismo individuale.
Man mano che, nella fuga-inseguimento, si procede verso Sud, tra le boscaglie, le fanghiglie e i poveri ospitali abitanti, fino alle nevi delle vette andine, la vicenda diviene sempre più simbolica: il grande poeta in fuga e l’anonimo inseguitore si confondono; diventano simboli e possono rappresentare tante cose, ma soprattutto: il primo, la leggerezza la giocosità e la libertà dell’arte; il secondo la mancanza di identità, la durezza, la rigidità e la sottile ferocia del potere. Tuttavia le due dimensioni umane non restano separate, alla fine s’intersecano e si confondono: chi è chi? Forse ognuno dei due ha bisogno dell’altro per vedersi e valutarsi.
Sono uscita emozionata per aver visto un gran film: grande per l’affabulazione, per i dialoghi mai banali, per le immagini. Ogni scena del film è Poesia. Me ne porterò impresse molte, soprattutto quelle che fanno “sentire” la potenza esercitata dalla parola poetica sulla gente, dalla più permeabile alla più refrattaria; ma anche tante altre appena accennate, come il desolato campo di concentramento in mezzo al deserto cileno, comandante un giovanissimo Pinochet.

Nel film non vengono recitate poesie di Neruda tranne un verso simbolico “Posso scrivere i versi più tristi questa notte…”, ripetuto spesso come un mantra. Lascerò allora quella che a me, della sua vastissima e splendida produzione, piace di più.

Poema IX

Ebrio de trementina y largos besos,
estival, el velero de las rosas dirijo,
torcido hacia la muerte del delgado día,
cimentado en el sólido frenesí marino.

Pálido y amarrado a mi agua devorante
cruzo en el agrio olor del clima descubierto,
aún vestido de gris y sonidos amargos,
y una cimera triste de abandonada espuma.

Voy, duro de pasiones, montado en mi ola única,
lunar, solar, ardiente y frío, repentino,
dormido en la garganta de las afortunadas
islas blancas y dulces como caderas frescas.

Tiembla en la noche húmeda mi vestido de besos
locamente cargado de eléctricas gestiones,
de modo heroico dividido en sueños
y embriagadoras rosas practicándose en mí.

Aguas arriba, en medio de las olas externas,
tu paralelo cuerpo se sujeta en mis brazos
como un pez infinitamente pegado a mi alma
rápido y lento en la energía subceleste.

( Pablo Neruda da Veinte poemas de amor…1924)

TRADUZIONE

Ebbro di trementina e di lunghi baci
estivo, guido il veliero delle rose,
deviato verso la morte dell’esile giorno,
fondato sulla solida frenesia marina.

Pallido e ancorato alla mia acqua divorante
passo nell’acre odore del clima scoperto,
vestito ancora di grigio e di suoni amari,
e una cresta triste di schiuma abbandonata.

Vado, duro di passioni, a cavallo della mia unica onda,
lunare, solare, ardente e freddo, repentino,
addormentato nella gola delle fortunate
isole bianche e dolci come fianchi freschi.

Trema nella notte umida il mio vestito di baci
carico pazzamente di elettriche sollecitazioni,
in modo eroico diviso in sogni
e inebrianti rose che si praticano in me.

Su per le acque, in mezzo alle onde esterne,
il tuo corpo parallelo si stringe alle mie braccia
come un pesce infinitamente appiccicato alla mia anima
rapido e lento nell’energia subceleste.

(Traduzione tratta da Pablo Neruda -Venti poesie d’amore e una canzone disperata –Passigli, a cura dell’ ispanista Giuseppe Bellini.
Oltre la Prefazione di Bellini, il libro contiene un Discorso sulla poetica di Neruda, tenuto dall’amico Federico Garcia Lorca, di cui copio uno stralcio:

Pablo Neruda si leva con tono mai uguagliato in America, di passione, di tenerezza e di sincerità. Resiste di fronte al mondo, colmo di sincero stupore, e gli mancano i due elementi con cui sono vissuti tanti falsi poeti, l’odio e l’ironia. Quando sta per punire e leva in alto la spada, si trova d’improvviso con una colomba ferita tra le dita. Io vi consiglio di ascoltare con attenzione questo gran poeta e di cercare di commuovervi con lui; ognuno alla propria maniera. La poesia richiede una lunga iniziazione, come qualsiasi sport, ma c’è nella poesia un profumo, un accento, un tratto luminoso che tutte le creature possono percepire…)