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Il principe della luna

C’erano una volta e… ci sono ancora esseri viventi e coscienti sulla luna. Non si possono percepire con i nostri sensi perché vivono in un’altra dimensione. Comunque, se potessimo vederli, scopriremmo che sono bellissimi, simili a noi umani ma molto più longilinei, l’incarnato di luce di luna, gli occhi azzurro fiordaliso, i capelli d’argento. Non mangiano, non bevono, si nutrono di musica. Come gli angeli!? Direte. Sì, quasi come gli angeli, ma più evanescenti, più lievi, con ali piccole che permettono loro di compiere brevi voli tra i crateri lunari. Anch’essi hanno città, paesi, strade, negozi e abitazioni. Anch’essi si sono dati un’organizzazione sociale e, purtroppo, si fanno le guerre tra Luniti di diversa etnia. Infatti sono divisi in quattro nazioni: i Luniti della luna piena, della luna nuova, della luna calante e della luna crescente. Tutti a modo loro lunatici, come potete immaginare, e pronti a incollerirsi e a scatenare conflitti per qualsivoglia piccola offesa.

Il principe Ulan, figlio del re Lin e della regina Liel, era nato nel regno della luna nuova e lì era cresciuto, amato da tutti i sudditi oltre che dai parenti. Quando aveva una decina d’anni e prometteva di divenire un ottimo guerriero, un ottimo pensatore e un ottimo successore del padre, scoppiò la guerra tra il suo popolo e quello della luna crescente. Ben presto i nemici arrivarono al castello del re, distrussero le mura e penetrarono nelle stanze. Ogni volta che riuscivano a catturare un abitante, lo imprigionavano in una sfera trasparente e lo lanciavano nello spazio. Così fecero anche con il re, la regina e il principe Ulan.
La sfera dove si trovava Ulan, spinta con forza oltre l’attrazione lunare, rotolò a lungo nello spazio vuoto e lì si sarebbe perduta per sempre come tutte le altre se non fosse capitata per caso nella scia di un fortissimo vento solare che la guidò verso la terra. Il giovane Lunita vide ingigantirsi il mondo azzurro che ogni sera contemplava dalla luna, poi venne abbagliato dalla sua luce, finchè impattò nell’atmosfera terrestre e la sua prigione si frantumò in mille schegge roventi. Iniziò a precipitare a testa in giù verso la superficie. Forò le nubi e cadde al suolo. Fortunatamente ebbe la presenza di spirito di aprire le ali e di manovrarle in maniera tale da attutire la caduta, per cui si posò sulla terra con la leggerezza di una foglia che si stacca dal ramo.
Dov’era? In quale strano luogo era capitato? C’erano edifici simili a quelli della luna, ma più tozzi e meno trasparenti; c’erano tanti esseri non proprio diversi da lui, ma più pesanti e sgraziati. E poi erano ricoperti di spesse vesti scure e si riparavano dalle perline argentate che cadevano dal cielo con delle cupolette tenute sollevate sulla testa. Pensò che avrebbe avuto anche lui bisogno di un riparo, ormai era tutto bagnato e aveva tanto freddo.
Scorgendo un individuo che stava vendendo quelle cupolette, gli si avvicinò per chiedergliene una, ma …quale fu la sua sorpresa quando scoprì che l’essere non lo vedeva e non lo sentiva! Provò a fare un po’ di rumore battendo le mani, ma niente; provò a cantare ricordando che nel suo mondo, quando cantava, tutti si fermavano a ascoltarlo rapiti, ma niente. Era proprio invisibile e era proprio una gran disgrazia: non solo aveva perso la sua patria e la sua gente, ma per questa nuova gente era come se non esistesse.
Intanto si stava facendo notte e si accesero le luci della città. Con sollievo vide apparire in mezzo alla piazza una specie di piramide tutta illuminata, che assomigliava molto al suo castello; allora volò a ripararcisi dalla pioggia. Non poteva saperlo, ma era entrato nel grande albero di Natale di piazza Duomo. Lì dentro non pioveva e avrebbe potuto osservare meglio il via vai di gente e magari nutrirsi della loro musica. Ben presto però scoprì che il cibo non era buono. Più che musica quegli esseri emettevano suoni sgradevoli: scalpiccii, brontolii, anche urlacci; insomma potevano offrirgli solo cibo indigesto. Che fare? All’alba decise di cercare altrove. Si alzò in volo e uscì dalla città. Sorvolò la periferia, poi gli edifici si diradarono e si trovò sopra un territorio agreste fatto di boschi, fiumi, casette sparse e strade. Naturalmente per Ulan ogni forma era nuova e sorprendente, ma più di tutto lo colpirono dei piccoli esseri che sapevano volare come lui. Inoltre emettevano suoni che gli sembrarono cibo buono. Così scelse il gruppo più numeroso e vi si accodò. Gli uccellini, perché di questo si trattava, continuarono a volare senza sentire la sua presenza, per cui si nutrì del loro canto finché non ne fu sazio e, quando tutti insieme si posarono in un campo, anche lui vi si posò. E quando, svolazzando, si posarono sui rametti degli alberi cantando, anche lui si posò sul rametto di un abete e cominciò a cantare una dolcissima canzone.
Ed ecco che si avvicinò all’abete un’anziana donna con un fastello di legna sulla schiena. Il principino ebbe l’impressione che assomigliasse a sua nonna e che, stupefacente solo a pensarlo, sentisse il suo canto e si fosse fermata per ascoltarlo. Infatti, appena smise di cantare, la donna riprese il cammino, dirigendosi verso una casetta isolata. Il Lunita incuriosito la seguì. Appena aprì la porta, lui velocissimo entrò dentro la casa. La vecchia sistemò la legna nel focolare e accese il fuoco canticchiando una canzoncina niente male, poi si mise a trafficare per la casa proprio come facevano le Lunite del palazzo reale. Ulan si accomodò davanti al camino dove stava dormendo una bestiola dal pelo fitto e morbido. Al caldo, in compagnia del pelosetto e, nutrito dal canto della vecchia, finalmente si sentì in salvo. Pensò che sarebbe rimasto in quella casa per sempre.
Ma, appena fece buio, un raggio di luce bianca si sparse per il pavimento. Il ragazzino ne percepì il richiamo e corse alla finestra: la luna piena sfolgorava sola sola in un cielo di piombo. Sembrava infinitamente desolata. Sembrava che lo cercasse. Fu preso da una tale nostalgia della sua patria che gli uscì dal cuore una canzone così tristemente bella che la vecchia interruppe le sue faccende, si sedette davanti al fuoco e cominciò a piangere. In realtà non era una donna qualsiasi perché in gioventù aveva preso lezioni da un maestro di sapienza; ecco perché aveva il potere di sentire il canto proveniente da altri mondi. Ora si chiedeva da dove venissero quei suoni, da quanto lontano. Se li stava immaginando forse? No, ci doveva essere qualcuno in casa, qualcuno che lei non era in grado di vedere. Poi ricordò che il suo maestro sapiente le aveva insegnato anche il metodo per entrare nei mondi invisibili. Allora chiuse gli occhi, si concentrò sulle note musicali, si fece trasportare dalle onde sonore e, finalmente, lo vide, il piccolo Ulan, accanto alla finestra che cantava alla luna.
“Sei un figlio della luna? – Gli chiese toccandogli leggermente un’ala.
Ulan sobbalzò: la donna lo vedeva! La donna poteva parlargli! Allora, come invasato, cominciò a raccontarle tutta la sua storia e tutto il suo terrore nello scoprirsi invisibile. Si disperò a lungo per i genitori sperduti nello spazio e per essere in esilio dal suo mondo e per non sapere come fare a tornarvi. La vecchia lo ascoltò in silenzio e con molta attenzione, poi sussurrò:
“Un modo ci potrebbe essere. Ho letto in un antico libro del mio maestro di esseri misteriosi che si costruivano delle piramidi, poi, in una notte di plenilunio, salivano sulla vetta e da lì, non si sa come, scomparivano, risucchiati dalla luna. Costruiremo anche noi una piccola piramide e al prossimo plenilunio metteremo in atto l’esperimento.”
Trascorsero giorni d’intenso lavoro. La vecchia tirò fuori da una stanzetta tante mattonelle di vetro di varia grandezza e diversi sacchi di cemento. Ulan si trasformò in muratore. Per lui era facile realizzare una piramide, visto che tutte le costruzioni dei Luniti avevano quella forma. Lavorarono senza risparmiarsi. La speranza di farcela li rendeva allegri e perciò cantavano tutto il giorno. Infine la piramidina fu terminata e era così lucente che, a distanza, sembrava una pietra preziosa.
“Ora dobbiamo salutarci – disse la vecchia al tramonto del ventottesimo giorno – e sperare che l’antico libro abbia detto la verità. Sali in cima e appena sorge la luna immergiti nella sua luce.”
Ulan abbracciò la vecchia e, tenendosi in equilibrio con lenti battiti d’ali, salì fino in cima. La vecchia gli cantava la sua canzone d’addio quando la luna spuntò da dietro le montagne, inondò di luce il suo principe e lo attrasse a sé.

Suggestione notturna

Immagine da web

 

Da dove viene il vento d’inverno
che mi sveglia e assedia la casa?
Di quali di quante creature
stanotte trascina il tormento?
Ha voce di furia marina
cavalloni al galoppo lunghe creste
che si frangono e gemono.
Di quali crudeli misfatti
di quante incavernate paure
si gonfia e trascina il lamento?
Al riparo, nel tepore di casa
lo ascolto lo intendo lo sento.
Là fuori, nella tenebrosa gelata
chiedono asilo i miei cari sperduti
nel vento d’inverno, nel vento.

Ritorno alla physis di Giuseppe Rossi

GIUSEPPE ROSSI

Ritorno alla phisis

Da dove viene e dove va il movimento ecologista

 Ilmiolibro.it, 2011
 
 [ Molti di voi senz’altro, in questi ultimi trent’anni, ogni tanto si saranno chiesti: “Chissà cosa sta facendo il vecchio Rossi nei suoi “rifugi” a Firenze, in Sicilia, a Montepulciano, a Milano?... Chissà a cosa sta pensando, su quale assurdo problema mentale si sta arrovellando?...”Ecco, il vecchio Rossi stava pensando a queste cose, alle cose che trovate scritte in questo libro. Cercava una via d’uscita per la crisi dell’Occidente (figurati!), un “dopo Nietszche” che andasse al di là della versione cattedratica elaborata da Heidegger. La cercava a modo suo naturalmente, al di fuori dagli ormai usuratissimi schemi comuni; lo cercava seriamente, follemente, disperatamente, sicuro che l’esperienza collettiva della sua generazione potesse portare un contributo determinante alla buona riuscita di questa ricerca…]

Quello che ho ripreso in mano dopo la morte del mio/nostro amico Giuseppe Rossi è un librino verde di un centinaio di pagine che mi aveva regalato. Un prototipo di libro, infatti ci sono le sue correzioni a lapis. Non so se abbia avuto il tempo di rieditarlo e sarebbe un vero peccato che trent’anni di ricerca pratica e teorica andassero perduti.
E’ un saggio filosofico diviso in tre parti ( Da dove viene il movimento ecologista – Intermezzo – Dove va ), arricchito da due postille (sulla morte e sul “pensiero della morte”; sul Cristianesimo e sul suo ruolo storico all’interno della crisi dell’Occidente), con il quale, attraverso un’analisi filosofica di quello che è accaduto in occidente negli ultimi anni, l’autore cerca di delineare una prospettiva post-nichilista.
L’indagine parte dall’assioma che la nostra civiltà è viziata da un “errore originario”. L’uomo occidentale, già all’inizio della sua storia, ha rimosso il fatto di essere “un animale tra gli altri” , ne è conseguita la scissione tra anima (mente, pensiero) e corpo; autosuggestione che è divenuta un “tabù sacrale”, ispiratore della sua organizzazione sociale e cultural religiosa. Questa tendenza alla”denaturalizzazione”, “disanimalizzazione”, “divinizzazione” con il tempo è diventata dominante e ne è conseguita una visione del mondo non più come “phisis”, ma come “natura” e cioè di un mondo esterno all’uomo, il quale si è arrogato il diritto di esserne il dominatore (antropocentrismo).
Il discorso procede rapido nell’evidenziare come la visione antropocentrica nei secoli abbia portato a ulteriori scissioni e schizofrenie (scissione dal corpo e sua demonizzazione; scissione dal sentimento del divino) fino ad arrivare ai giorni nostri in cui, tramite la scienza e la tecnica, l’uomo sembra ormai diventato il padrone dell’Universo. Ma l’inquinamento della natura comincia a provocare degli “inconvenienti” fisici e biologici che danneggiano l’uomo stesso.
Così…”L’uomo occidentale comincia a prendere coscienza di essere fondamentalmente “corpo” e quindi “animale tra gli altri”, e quindi una piccola componente del “Tutto naturale…”.
Prosegue descrivendo la nascita del movimento ecologista e dei suoi sviluppi, analizzando l’esperienza collettiva del movimento del 68, che ha riscoperto il corpo come fonte di piacere, non violenza e amore, ( prendendo coscienza che non esiste alcuna contrapposizione tra “anima” e “corpo”, tra “fisico” e “spirituale” e che tale artificiale distinzione è servita alla specie umana solo per distinguere se stessa dalle altre specie animali e per esaltare la propria volontà di potenza), individuando il legame storico tra la generazione del 68 e il movimento ecologista.
Sorprende che tutti gli accadimenti disastrosi a livello planetario, che oggi ci fanno sentire molto insicuri, siano liquidati dall’autore come un “intermezzo” storico, un periodo drammatico che costringe l’uomo occidentale alla cristallizzazione della sua esplorazione culturale e esistenziale per assumersi l’obbligo di trovare soluzioni alla crisi mondiale. Non ha dubbi: ancora una volta, anche se in tempi lunghi, l’uomo occidentale riuscirà a uscire dall’impasse, emancipando i popoli dal problema della sopravvivenza materiale, occidentalizzandoli. Allora potrà tornare all’impegno ecologista e superare la suggestione antropocentrica, adattando la sua civiltà al nuovo livello di coscienza raggiunto.
Ed ecco che, con quella capacità visionaria e profetica di cui ha dato prova anche negli scritti di narrativa, Giuseppe ci prefigura l’uomo nuovo, colui che è ritornato o sta ritornando o ritornerà alla physis, il naturalista:
“Si può dir dunque che il naturalista dovrà essere una specie di mago?…di guaritore?…di Alchimista?
Sì, si può dire. Purché non si dia a quelle parole il significato che ad esse attribuiva la cultura antropocentrica.
Il naturalista è solo un essere che ha ritrovato (o cerca di ritrovare) i “misteriosi e sacri legami con la phisis”. Non ha particolari poteri conquistati “personalmente”; è un semplice”veicolo dell’energia della psysis”, un essere che, affidandosi di nuovo alla naturalità, acquista una forza e un’energia sconosciute a chi impiega la sua mente soprattutto per tenersi rigidamente “distaccato” da esse….”
“Si tratta quindi per lui di nascondersi in “angoli appartati” della nostra vita sociale (di accettare in qualche senso il ruolo di “eremita” o di “monaco”), e lì iniziare a praticare il tipo di atteggiamento mentale e il tipo di vita adatto al suo nuovo livello di coscienza…”
Concludendo, penso che se questo libro divenisse oggetto di analisi da parte di filosofi e studiosi contemporanei forse sarebbe facilmente criticabile (o forse no!); ma poco importa. So che, al di là della ragione, del sapere scientifico e dei pregiudizi culturali, Giuseppe ha ragione e lo so da prima che lui mi esponesse la sua visione del mondo in maniera così chiara, sintetica e razionale; lo so e basta. Io cercavo prevalentemente con i sensi, lui prevalentemente con la mente; alla fine del giro ci siamo trovati sullo stesso punto. E’ stato un piacere grande rileggerlo e sentirmene appagata. L’uomo nuovo che va prefigurando non è un’illusione, un sogno, un’ipotesi; l’uomo nuovo esiste già, magari appartato come dice Giuseppe, e forse in germe è in tutti noi. Lo riconosciamo quando fermiamo la nostra corsa verso il possesso, il consumo, il successo…e scopriamo nel nostro intimo ciò che ci calma e ci dà pace, ciò che ci rende davvero felici.

Chiudo con la carezza di Giusy a tutti i suoi compagni di viaggio:
…Non leggetelo per forza, quindi, o per gentilezza nei miei riguardi: tenetelo lì come un regalo, e quando vi sentirete veramente persi, quando non saprete dove cercare per avere un minimo di chiarezza nella testa, guardate un attimo anche cosa ha pensato il vecchio Rossi, non si sa mai…
Qui, in un modo un po’ particolare, si parla anche delle vostre, delle nostre vite ed è l’unico modo che ho trovato per scrivere il “nostro romanzo”.

Perché sono romantica

 

Jean Mirò

Sono uscita dalla porta a vetri
del centro commerciale
pronta in mano una sigaretta

C’era la vecchia luna di tre quarti
c’erano su lunghi steli piccoli fiori
c’era una leggera brezza
tutta la gente mi pareva serena
in mandrie ordinate
anche le auto procedevano lente
e l’aria sembrava incantata

Sarà perché -dicono- sono romantica
ma c’è che la felicità a volte
senza motivo viene da dentro
si unisce al paesaggio lo permea
e lo trasfigura

Un angelo a metà

ROBERTO SARRA

UN ANGELO A META’

Pegasus Edition
Cattolica – Terza edizione – 2017

 

Una storia semplice, ispirata alla vita quotidiana della gente d’oggi, per lo più quarantenni alle prese con il lavoro e la loro affettività. Una fabula che si compie in un anno circa, rispettando l’ordine cronologico dei fatti narrati.
Luca, il protagonista, è un giovane architetto di provincia fortunato; dotato di talento, benestante, ha diversi amici che sono anche colleghi di lavoro e suoi punti di riferimento. Passioni normali per un uomo: il lavoro, le automobili, le belle donne. Unico cruccio non aver mai trovato il grande amore; perciò vive da solo nella sua villa vicino al mare. Nei momenti di solitudine meditativa rivela, poco a poco, un animo generoso e empatico con tutti: gli amici, la zia, e, soprattutto, i bambini del piccolo orfanotrofio della sua città. E’ come se vivesse in una favola bella, soprattutto quando gli capita d’incontrare Elisa, che lui paragona fin dal primo incontro a un angelo e che diverrà il suo angelo biondo e la sua donna. Ora, avendo anche l’amore, si sente completo e felice; ma…ecco il fulmine a ciel sereno, ecco il destino che gli taglia il cammino: scopre di essere affetto da un mare incurabile. Da questo punto in poi la narrazione diviene più spessa in un crescendo di suspence, tra dolore, disperazione, addio ai progetti di vita, decisioni irrevocabili. Emergono problematiche oggetto di discussione nel nostro mondo contemporaneo: l’assistenza ai bambini orfani, la lotta contro la malattia, la possibilità, solo spostandoci in Svizzera, di ottenere l’eutanasia. Ed è sull’eutanasia che si accentua l’attenzione del lettore, vuoi perché è un tema sentito da molti, vuoi perché l’autore riesce a descrivere ambienti e personaggi di quel piccolo mondo “di fine vita” in maniera coinvolgente. Non svelerò il finale per non togliere la suspence al lettore; però mi preme dire che a lettura terminata ci sentiamo piacevolmente coinvolti nella vicenda, perché hanno vinto la generosità e l’amore. E l’amore, se non può trionfare sulla morte, almeno può renderla serena e accettabile. Belle le unità descrittive del paesaggio mutevole e quelle relative alla guida dell’automobile, di cui l’autore deve essere un vero appassionato. Ben definiti anche i personaggi minori come il padre di Luca e la zia.

Biografia

Roberto Sarra Scrittore, Poeta, Critico letterario, Editore è nato a Rimini nell’Aprile del 1964 e vive a Cattolica rinomata località balneare del litorale Adriatico. E’ Autore di testi di numerose canzoni quali la sigla de “La Notte Rosa”, grande manifestazione che si tiene ogni anno sulla Riviera Romagnola, ha fatto parte della Redazione della Musical letterarietà del celeberrimo Premio Lunezia uno dei più importanti concorsi musicali italiani. Direttore del Portale letterario “Culturlandia”, vincitore di Premi Letterari nazionali ed Internazionali tra i quali il prestigiosissimo “Il Molinello” che annovera tra le sue fila i più grandi autori italiani (Primo Premio per la Narrativa Inedita). E’ laureato in Scienze della Formazione presso l’Università di Urbino dove ha svolto le funzioni di cultore della materia, tenendo lezioni di Management delle Risorse Umane. Presidente dell’Associazione Pegasus Cattolica è ideatore del Premio letterario Internazionale “Città di Cattolica Pegasus Literary Awards” del “Premio Internazionale Montefiore” e del “Pegasus Golden selection” .E’ membro di commissione valutatrice in diversi concorsi letterari italiani, è stato Presidente di Giuria del Premio letterario sui diritti del fanciullo “Ho diritto a…”. Ha curato le prefazioni di diversi autori e operato numerosissime recensioni critiche. Ha affiancato alle sue molteplici attività quella di presentatore in importanti manifestazioni. Relatore in conferenze e rassegne letterarie internazionali è stato insignito di onorificenza del Presidente dell’Ecuador e ricevuto numerosi riconoscimenti alla cultura. Sue opere sono state tradotte in varie lingue. Ha collaborato in qualità di critico per i testi inediti con la giuria del “Festival sotto le stelle” importante manifestazione canora sotto la presidenza dell’illustre Mogol e la direzione artistica del maestro Vince Tempera. Dirige la Pegasus Edition marchio editoriale dell’ Associazione Culturale Pegasus di Cattolica.

Li senti i poeti

 

Nel silenzio puoi nuotare
in acque dense di brillanti
entrare in soffitte inesplorate
abitare mondi nuovi.
Vi cammini – il cuore in gola –
tra figure sconosciute;
ed è l’opposto, l’altro da te
il mondo tutto ignoto
quello che non sapevi tuo
la Parola che t’inchioda
e che t’incanta.

Un ordinato groviglio di Piera Maria Chessa

PIERA MARIA CHESSA


UN ORDINATO GROVIGLIO

il FILO

Roma 2008

…e una certezza/che oggi so non vera.

 

Se il flusso vitale (a causa del quale l’ inarrestabile mutamento del tempo e delle cose risuona in noi, trasformandosi in un continuo inarrestabile mutamento interiore), ci provoca un groviglio di pensieri e sentimenti continuamente mutevole, il poeta, cercando di fermare con la parola certi attimi di vita, sa trovare spesso un ordine in quel groviglio, delineandone strade e luoghi, e riportandone qualche barlume di verità.

Questo fa Piera Maria Chessa nella sua raccolta Un ordinato groviglio. Sezione dopo sezione, infatti, individua nel suo “groviglio” personale innanzitutto la strada del silenzio benefico (perché meditativo), che vive nella sicurezza di casa; per uscire poi per le strade reali a osservare gli altri, farne ritratti e focalizzare l’attenzione sulla sofferenza degli esseri viventi tutti, sottoposti a malattie, prigionie, indifferenza e morte; fino a ricordare malinconicamente l’assenza di coloro che le sono stati cari.

La sua poesia è connotata da una forte aderenza alla realtà e da un approccio alla vita fatto di serietà, compassione e senso di solidarietà. E’ semplice, disadorna, sobria eppure efficace nell’esprimere le emozioni di un’anima gentile e amorevole, che non grida neppure di fronte all’angoscia esistenziale, ma la sussurra come in Paola in cui, con qualche rima, rimelmezzo e un ossimoro (morbida/screpolata) riesce a rendere delicato un contenuto che, partendo da un dolce ricordo di fiduciosità infantile, termina con una scudisciata di cruda realtà:

Oggi il pensiero vola lontano
Ai primi anni di vita
quando l’idea della morte,
ancora indefinita,
era comunque presente
nella mia mente bambina.

-Morirò oggi?- chiedevo piano
per un piccolo taglio sulla mano.
-Non c’è tempo, stasera- mi rispondevi tu,
cara tata scherzosa,
amica adulta di quegli anni lontani.

Io, fiduciosa e appagata,
nascondevo la mia morbida mano
tra le tue screpolate,
cercando sicurezza e una certezza
che oggi so non vera.

Ed è la nostalgia per la visione incantata dell’infanzia a ricorrere in vari testi come in Bonannaro, dove addita al piacere di ritornare anche solo per un attimo felicemente bambine spensierate:

Pioveva, era sera,
quasi notte ormai.
Apristi la finestra e dal giardino
il profumo delle arance penetrò nella stanza.
Quell’istante ci vide bambine
protenderci ancora verso i frutti maturi
disposti lì per essere colti.

Così ci parve.

La pioggia cadeva fitta
sui rami profumati, sulle foglie appena lavate.
Ci piacque toccarle, accarezzarle piano
quasi fragili vecchie,
lasciando che l’aria umida rinfrescasse
i nostri visi adulti,
da tempo assuefatti alla vita.

Ma è la pensierosità dell’adulto a dominare la poesia di questo libro. La consapevolezza del dolore universale, provocato sia dalla natura che dall’uomo, è il tema che sta più a cuore all’autrice e sa farne anche oggetto di denuncia sociale come in Umanità dolente:

Corsie d’ospedale:
uno sguardo discreto dentro le sale
attraverso porte troppo aperte.

La solitudine è evidente
sui tanti visi rassegnati.
Gli occhi incerti, talvolta lontani,
in attesa di una visita, una parola,
un po’ di compagnia.

Lungo corridoi senza fine
camminano camici informi:
insensibili ombre bianche
indifferenti ad un’umanità dolente
che in silenzio chiede dignità.

“Leggere quel che una donna o un uomo scrivono significa conoscenza di quella persona, del suo sguardo sulle cose e su tutto ciò che avviene intorno a noi.
Certamente non se ne conoscono le abitudini quotidiane, i gusti e gli interessi, non tutti, ma quel che lascia per iscritto corrisponde in buona parte al suo modo di essere e di sentire. ” Scrive la cara autrice ed io concordo pienamente. Non solo, quello che un uomo o una donna scrivono suscita riflessioni in chi legge e sono sempre occasioni di arricchimento interiore. Leggere Un ordinato groviglio, canto del vero e della realtà, mi ha riportata coi piedi sulla terra e nella mia età, perciò sono grata all’autrice.

 

Cenni biografici

Piera maria Chessa, nata a Pattada (SS), insegnante, vive a Oristano. E’ socia dell’Associazione culturale PARTIcORlari della sua città, ed è curatrice del blog www. pieramariachessa.wordpress.com. Ha partecipato a numerosi concorsi letterari, ottenendo premi e segnalazioni di merito. Nel 2002 ha pubblicato la silloge poetica La dea del buio. Un ordinato groviglio è la sua seconda silloge.