Estate toscana

 

girasole
*
SPAGLIO DI LUCE
DELIZIA MATTUTINA
VOGLIA DI CAFFE’

*
DAL TETTO VECCHIO
L’UPUPA IN VOLATA
– DOMANI PARTO

*
SPIGHE DI MAIS
TANTA FAME NEL MONDO
– TORTORE A COPPIE

*
GUARDO LA PRODA
ANTICHI FIORELLINI
– ERO PICCOLA

*
MATTINO LIETO
GIOVANI GIRASOLI
– IRRAGGIAMENTO –

*
RAUCHE LE STRIDA
OCHE E ANATRE IN CORSA
QUIETO IL PAVONE

*
DORME IL MELO
UN CADERE DI BRACCIA
STRAGE DI FRUTTA

*
POMERIGGIO DI
CIELO IN FRASTUONO
SOSPESA ATTESA

*

CADRANNO STELLE?
MI PORTO SULLA SOGLIA:
ECCO CHE BRUCIA!

*

CHIASSOSA FESTA
ALBERO CON PANCHINA
ISOLA FRESCA

*
-LUME DI LUNA-
PER LA STRADA DI LATTE
LE LUNGHE OMBRE

*

Il canto sommesso dello uadi

 

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(Immagine da Web)

 

 

Ero steppa irta-arida di luce
vento infuocato mi stormiva attorno
-i minuti parevavo millenni-

In un secondo

fu pioggia martellante
rapida mi dilavò tutte le ossa
disfece fino al pianto la mia terra
scavò pozzi profondi, suonò tendini sopiti
mi tracciò con ramisolchi di percorsi

In un secondo

fui fiume gonfiesondante
spaventato di se stesso
trascinavo in ogni dove
terra sconvolta, acqua e schiuma; e foce
tanto lontana che non mi fu concessa

addio addio mia terra!
mia acqua! addio addio!

Sono di nuovo steppa
irta di sempre e di mai più
eppure fremente sottocrosta
so che vibrerò alla prima goccia
uscirò dal mio sonno di sabbia

Celo in queste sassaie polverose
il corso di direzioni sconosciute
di ogni loro più infimo rigagnolo
e pozzi e forre e anse di mistero

Oltremisura aperto
attendo la pioggia santa del mio dio
-i millenni paiono minuti-

Tradimento dei tempi di Neuro Bonifazi

NEURO BONIFAZI

TRADIMENTO DEI TEMPI

EDIZIONI HELICON, 2015

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“Le stelle tramontano inquiete sulle dighe travolte”

Il momento della resa, il termine
delle patetiche agitazioni
non è lontano…
E come per il cieco, che si è arrischiato
fuori, tra le cose invisibili, nel vuoto,
e che si arresta, così è per ognuno
di noi che ha cercato invano
profili già noti
e voci riconoscibili
e non ha trovato, né visto, se non questo
tradimento dei tempi, lacerazione…
E se non fosse
che tutto il tempo passato – e il tempo
che stranamente non vedemmo passare – è stato
un avviarsi trasognato e inesperto,
un cerchio
del cuore, unito – nella ricerca di un amore
indefinito – a un’incredibile innocenza, ora
questo saperci deturpati sarebbe
troppo sensibile pena,
prodigalità
senza ritorno.

Ho atteso con molta curiosità la nascita di Tradimento dei tempi di Neuro Bonifazi. Dell’ autore conoscevo alcuni entusiasmanti saggi critici, un bel romanzo risalente alla fine degli anni ottanta, ma non la sua poesia. Com’era la sua poesia? Eccola, già tutta concentrata nel proemio che ho riportato per intero: bella, struggente, filosofica, universale, curata nella scelta lessicale e in quella delle immagini. Un respiro inquieto, un sospiro doloroso-amoroso nei confronti della vita, una pietosa carezza solidale per l’umanità “trasognata e inesperta, incredibilmente innocente.”
Il libro ti colpisce già dall’immagine di copertina, dove vediamo una barca dai vividi colori irrimediabilmente in secca sulla sabbia, davanti a un marecielo azzurrino, che, nonostante la piacevolezza, comunica la sensazione di un estremo sperdimento o imprigionamento in un mondo infinitamente arido.
E’ la metafora della propria e altrui esistenza, resa da un uomo che ha attraversato il Novecento, portandosi nella mente e nel cuore, unita alle esperienze reali, la cultura storico-filosofico-letteraria dei suoi e nostri tempi, dopo “la morte di Dio” codificata da Nietzsche e a partire dal pessimismo cosmico di Leopardi.
Non ci inganni una prima lettura superficiale che fa pensare all’espressione di un sentire senile e neppure titoli come Senilità, Nostalgia, Rimpianto, Assenza…qui la senilità non è attributo solo del singolo individuo, ma anche e soprattutto dell’essere umano contemporaneo il quale, perduto l’incanto dell’ingenuità e della fede, “…non sentiamo più Qualcuno/ che passa, miracoloso tra la gente, al quale gridare/disperatamente: “Fa che vediamo!”…”è obbligato a fronteggiare “…in questa/rovinosa mobilità dell’esistenza/stordita ammutolita e condannata a essere/Impotente/e in balia del non senso…” la cecità, la coscienza infelice, l’angoscia della scelta, il non senso della vita, il nulla.
“Dopo l’Epica nasce la Lirica, che è, essenzialmente, Elegia, pianto, e che corrisponde all’esistenza individuale, dell’uomo che vive come individuo una vita ermetica e precaria, sentendosi perituro e sentendo perituro tutto ciò che tocca. Pianto per ciò che sfugge, pianto per ciò che si è appena mostrato, per un imperfetto possesso e per la castità oltraggiata, per l’innocenza perduta senza compensazione…” scrive Maria Zambrano in Verso un sapere dell’anima e dell’esistenza “piange” virilmente il poeta fino a desiderare sfuggire le onde della vita. “ …via dalle onde della vita illusa e amata,/come/una barca vuota, in secco sulla riva/abbandonata” quasi che quella barca in copertina, pulsante di passione e amore, decida da sola di insabbiarsi per sfuggire all’assurdo destino.

Ma prima di giungere al “grido” con il quale chiude l’opera, attraversiamo l’impietosa analisi di questa “…escursione sconsiderata e solitaria nel mondo…”
Le innocenti aspettative del cuore, – ci dice il poeta – i sogni di noi, esseri unici e irripetibili (e per questo ad ogni età inesperti nell’affrontare i cambiamenti), vengono immancabilmente traditi dalla realtà dei fatti nel vissuto personale come in quello storico-sociale e l’essere umano “…eroi sconosciuti/e sperduti/nella dimensione opposta dell’universo” si ritrova sperduto “essere cosciente”, sofferente e inquieto e spaventato, in un universo arcano in perenne inconsapevole trasformazione.
Come un fiume tumultuoso nella notte, la voce poetica scorre impetuosa, tra assonanze, consonanze, allitterazioni, similitudi, analogie; rifiuta la”malafede”, il superficiale ottimismo “Mentire/ di questa vita bastarda è sempre il destino/la pena e lo stento….”si cala fino in fondo al pozzo della realtà umana e con estrema sincerità ci fa partecipi dell’intimo dolore, “Qui, mentre dispersi,/fuori del fortino isolati, improvvisati/rabdomanti,/siamo sospesi in ascolto dei tempi,/che non ci ascoltano, tentiamo/l’incerto, anche se troppo tardi, anche se a lungo/è stato nel cuore taciuto/e incompiuto/e non dato a vedere forse a nessuno,/il passo/lento a passare, del dispiacere.”, di quel “dispiacere” che teniamo troppo spesso, per pudore, chiuso nello scrigno del cuore, di quel dispiacere che proviamo quando ci scopriamo traditi da tutti i tempi della vita, perfino dalla giovinezza “E’ passata/imprevista e inafferrabile, rapida e muta/come fuga di uccelli feriti,/quell’età spaurita e frammista/di amori infelici.”
Allora si giunge a temere l’ insidia delle emozioni ”…e il lento/pulsare del cuore invernale, vibrando al ricordo/di lunghi anni infedeli, ci avverte/degli ultimi inganni/e trema nell’insidia/di un’estrema vile emozione/gestita a vuoto da scandali mentali.”
In tanta desolata condizione, l’unico sentimento che ci può far sentire meno soli (e dare giustificazione alla nostra vita) è l’amore, la cui potenzialità però si esaurisce, disillusione dopo disillusione “ ci restano/l’ansia e il dolore di sentire/che questa/smoderata età finisce così/quando è finito ogni amore.” Resta l’accorato rimpianto di un amore primo e fondante “Lei che non torna e che non ha/ più voce/ed è nel tempo trascorrente in sogno…”
Tuttavia, nonostante l’impietoso vero, il poeta non può sottacere la bellezza (tragica) della vita
“…pianta primaticcia, ch’è tutta fiorita/di gemme rosa…” e soprattutto la dolcezza degli affetti
“ …o la nostra giovane figlia/che sale le scale/e dolcemente ci chiama/e nulla davvero ancora sa della morte.”
Infatti è la coscienza della morte che ci tormenta quotidianamente perché noi, come diceva Rilke, “Non abbiamo mai, neanche un solo giorno, lo spazio puro dinanzi a noi, nel quale i fiori s’aprono infiniti. Sempre è mondo e mai il Nessunluogo senza il Nulla…”. Da ciò deriva l’inquietudine umana, che, nell’immaginazione poetica di Bonifazi, si trasferisce alle stelle, non più incantevoli lumi della notte, ma sentite come luci misteriose e inquietanti, quando ormai, e da tempo, nella nostra psiche, la diga che tratteneva il caos della nostra acqua-pensiero, è stata travolta dalla consapevolezza della solitudine umana.
Chiudo il libro pensando con stupore che il poeta ha reso, chissà quanto consapevolmente nel momento della creazione, in “immagini belle” e soprattutto commoventi le idee principali dell’esistenzialismo filosofico. Miracoli della poesia, che giunge alle verità fulmineamente, attraverso le strade del cuore.

 

Biografia

NEURO BONIFAZI è nato in Urbino ed è professore emerito di letteratura italiana e di filologia, dopo una carriera durata molti anni (dal 1946 come assistente, dal ’68 come libero docente e incaricato, e dall’ ’80 come ordinario, fino al ’96) nella facoltà prima di Magistero e poi di Lettere, della locale libera Università al tempo del rettorato di Carlo Bo.
Studioso di testi poetici e di generi letterari, ha cominciato nel ’50 con le Rime di Guittone d’Arezzo (AGE, 2° ed., Urbino ’85) e con i Poeti della Scapigliatura (un’antologia con Mario Petrucciani (STEU, Urbino 1962, e ha continuato con il saggio, considerato fondamentale, su Dino Campana (Ateneo, Roma ’64), con l’edizione critica dell’inedito cinquecentesco di G. B. Pigna, Il ben divino (Commissione per i testi di lingua, Bologna ’65), e con Parini e il Giorno del ’66 (Argalìa, Urbino). Ha poi tentato di rinnovare la critica italiana sui generi letterari (realistico, fantastico, epistolare, autobiografico, ecc. ), con L’alibi del realismo (La Nuova Italia, Firenze ’72), la Teoria del fantastico. Tarchetti, Pirandello, Buzzati (Longo, Ravenna ’82), Le lettere infedeli. Ariosto, Giordani, Leopardi, Manzoni (Officina, Roma ’85), e con altri saggi sparsi: Il genere epistolare e le lettere di Torquato Tasso; L’operazione autobiografica e la “Vita” di Vittorio Alfieri; L’immagine della morte dai “Trionfi” petrarcheschi al “Sogno” leopardiano; La tentazione teatrale; ecc.: tutti nel complessivo Il genere letterario (Longo, ’87).
Dopo l ’80 si è dedicato soprattutto allo studio di Leopardi, pubblicando diversi saggi, da Lingua mortale (Longo,’84) a Leopardi autobiografico (Longo,’84), da L’immagine antica (Einaudi,’91) a Modelli leopardiani (Longo, 2003). Ma non ha trascurato né i poeti scapigliati, pubblicando i Racconti fantastici di I. U. Tarchetti (Guanda, ’77), né Dino Campana, con un’edizione commentata dei Canti Orfici (Garzanti,’89) e un’analisi completa su Dino Campana. La storia segreta e la tragica poesia (Longo, 2009).
Come poeta, a lungo inedito, dopo aver inserito molte poesie su riviste (l’urbinate “Ad libitum”, il romano “Prospetti”, il ticinese “Bloc Notes”, “Il Caffè” di G. B. Vicari, di cui era redattore, “Paragone”, l’americano “Gradiva”, ecc.), ha pubblicato quattro raccolte: Amore suo (Guanda, Milano ’78, prefazione di Mario Luzi), In sembianza (Crocetti, Milano ’88), Allarmi e sortite (Dadò, Locarno,’97), Le segrete vie (Arti Grafiche La Torre, Urbino ‘2000), e una quinta, Tradimento dei tempi, (Helicon, Arezzo 2015). Come narratore ha pubblicato un libro di racconti, Il contagio (Lampugnani Nigri, Milano 1984), e due romanzi, Le donne e l’angelo (Camunia, Milano ’89), e L’amorosa idea (Stamperia dell’ Arancio, Grottammare ‘2003). Si è cimentato anche con l’analisi dei testi biblici in Gesù il Messia (Helicon, Arezzo 2010). Il suo ultimo saggio è Parini e il Giorno,(Helicon, Arezzo 2015).

BENZINE

GINO PITARO

BENZINE

ENSEMBLE

ROMA, 2015
Pag.147
Prezzo: 12€

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“All’inizio c’è un luogo, un luogo di vita sul quale io voglio lavorare. Cerco di comprenderne, di coglierne in una sola volta ciò che ci si vede: lo spazio, la luce, i colori… e nello stesso movimento ciò che non si vede, che non si vede più: la storia, i ricordi sepolti, il carico simbolico…In questo luogo reale afferrato così nella sua complessità, io vado a iscrivere un elemento di finzione…”spiega in un’intervista, riferendosi alla sua opera, Ernest Pignon-Ernest, l’artista di Street art (Art urbain in Francia), autore dell’opera riprodotta sulla copertina di Benzine, ultimo romanzo di Gino Pitaro.

Se Pignon ha sparso nei vari luoghi “pasoliniani” di Roma, posters riproducenti uno scultoreo Pasolini che ostende il proprio cadavere, tenendolo tra le braccia, al fine di svelare l’essenza stessa di quello spazio, Pitaro, in questo suo ultimo lavoro di scrittura, dà l’impressione di voler perseguire il medesimo scopo.
L’autore, infatti, ha scelto un luogo, ne ha raccolto lo spazio, la luce, i colori e vi ha inserito un elemento di finzione. Luigi, il suo protagonista, che vive, studia, lavora tra il centro di Roma e Tivoli Bagni, è una fibra pulsante di quegli spazi e il suo intento principale, nel narrarci in prima persona la vicenda, è quello di renderceli interi nella loro complessità attuale e storica.
Lo spazio della “Tiburtina e dintorni”, sotto la lente d’ingrandimento di Luigi, si allarga a dismisura, riempiendosi di dettagli e di una miriade di personaggi; e sprofondando nel passato tramite informazioni storiche e confronti tra ieri e oggi. Il lettore s’immerge in una complessità socio-ambientale che, se avesse fisicamente e fugacemente visitato quei luoghi, non avrebbe potuto immaginare; ed è condotto nella realtà quotidiana di una periferia multietnica dove tutto è difficile, precario e disperante, ai limiti dell’assurdo: il lavoro, lo studio, le relazioni con gli amici, gli incontri(talvolta scontri) con la gente.

“…Questo inserimento mira allo stesso tempo a fare del luogo uno spazio plastico e a lavorarne la memoria, rivelando, perturbando, esacerbando la simbolica…”Continua Pignon…

Ed ecco che, a sorpresa, l’autore inserisce “l’elemento perturbante” che è anche l’evento principale del racconto, (da non anticipare in questa sede per non far perdere la tensione nella lettura), ma che è lì proprio con lo stesso scopo simbolico delle immagini di Pignon a dirci: qui non possiamo fidarci di nessuno, qui la banalità del male è pane quotidiano.
L’intreccio della storia perciò procede su due binari: da una parte la storia principale in cui ci sono cinque amici più o meno trentacinquenni che vivono una vicenda enigmatica con drammatico svelamento finale e dall’altra la narrazione di tanti piccoli eventi, tratti da un’esistenza corale e quotidiana, nell’università occupata come nel call center, nella metro come nei bus dei pendolari.
A contatto con un mondo, dove tutto risulta complicato e ogni scelta di esito incerto, la mente di Luigi è sottoposta a numerosi stimoli e vaga da un pensiero all’altro, apparentemente senza logica di causa effetto. Tuttavia sono proprio questi pensieri, resi con un linguaggio accattivante che è poi quello dei giovani colti, ma che mantengono un registro basso, popolare e multilingue, come si confà a una realtà multietnica, a renderci vitale la narrazione. Proprio questo linguaggio, infatti, pieno di humor, talvolta ironico, rende leggera e in molti punti pure divertente la vicenda narrata e ci svela la positività umana del protagonista. Anche la struttura del romanzo, diviso in capitoletti titolati, contribuisce ad alleggerire la materia di per sé seria e pesante, così la storia incuriosisce fino alla fine e non ti rendi nemmeno conto di aver letto il libro in un soffio. Ora ne sai di più dei “dintorni” di Roma e dei modi di vivere di molti giovani italiani contemporanei, urbanizzati e precari.

 

BIOGRAFIA

Gino Pitaro nasce a Vibo Valentia e abita a Roma. Nel suo percorso svolge varie attività, tra cui quella di redattore e articolista freelance e di documentarista indipendente. Nel 2011 esce il suo I giorni dei giovani leoni (Arduino Sacco Editore), che ottiene buoni riscontri di critica e diviene una delle opere underground più lette nel 2012. Babelfish, racconti dall’Era dell’Acquario è il secondo libro, con il quale vince il Premio Letterario Nazionale di Calabria e Basilicata III ediz. (sez. narrativa edita), il premio speciale antologia al Concorso Letterario Caterina Martinelli II ediz., il premio giuria al Concorso Letterario Città di Parole III ediz. – patrocinato dalla Città di Firenze, dall’AICS (sezione cultura) e dall’Associazione Artecinema Rive Gauche -, il riconoscimento Libri di Morfeo, 4° posto (Città di Siracusa). Babelfish inoltre è stato segnalato al concorso Percorsi Letterari dalle Cinque Terre al Golfo dei Poeti I ediz. Benzine è il nuovo romanzo.

Chiedilo al ciliegio

ciliegio

Chiedilo al ciliegio
tutto a ricci di tulle bianco
che oggi va sposo alle api
e ammalia il cielo
Chiedilo al ciliegio
vestito di candore nel mattino
come si fa a voler bene alla vita
anche se spezza rami, gela radici
impedisce il cammino
Tu, figlio disumano
delle periferie malsane
nero di morte, rosso di pazzia
chiedilo al ciliegio chi è Dio

Chiedilo a tua madre
al suo sperare dolce
quando ti accolse
al suo lavoro e sacrificio
come si fa a voler bene alla vita
anche se spezza speranze, gela progetti
impedisce il cammino
Tu, che trovi ragione
alla tua pigra rabbia
in un folle richiamo
e fai dei tuoi giorni esaltati
un tragico festino di sangue
in nome del tuo d(IO)

Gente in cammino

Mi piace salutare la fine del 2015 con il libro con il quale l’avevo iniziato

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GENTE IN CAMMINO

che avevo giudicato degno solo di essere dono di Natale per parenti e amici,
a conferma di come l’autore sia il peggior critico di se stesso,
si è distinto nei due concorsi letterari a cui lo avevo inviato senza troppa convinzione, ricevendo

una MENZIONE D’ONORE al Concorso internazionale Poesia e Narrativa “Le Grazie Porto Venere la Baia dell’Arte” -III Edizione 2015

e classificandosi QUARTO ex-aequo al Premio Letterario Internazionale Thesaurus -IV Edizione 2015

Tre poesie tratte dal libro:

“INFIN CHE’L MAR FU SOVRA NOI RICHIUSO” (1)

Fondi fondamentali fondamenti

“troppi romanzi, troppi romanzi”

veemente vociava ventosa voce

e che ogni restato vivo faccia la sua parte

“per questo sale sole solo e tuoi
funghi castagne mele noci per il suono e il canto

la danza tinnante
dei bicchieri negli attimi giocosi per me per i miei figli
la famiglia e la mia gente
per un LAVORO
che dicesse Tu sei
particella del mondo
sono partito…
e partirò ancora

nei secoli dei secoli” SILENZIO

“troppi romanzi, troppi romanzi”

impenetrabile MORTE dall’illuso artificio dell’arte

1

(Dante Alighieri, “Canto XXVI dell’Inferno”)

 

***

RIADEGUAMENTI

Ci sono voluti sessant’anni e Te
per sapermi in un Universo di Universi
e di Universi ancora, in orbita incostante
-si aprono canali di pensiero nel sonno-
E sessant’anni non sono bastati a farmi grande:
inadeguati come sempre i remi miei
sul mare minaccioso della multigente
-uno spavento controllato appena-
torno bambina ogni volta, ogni volta mi nascondo
Riadeguamenti: porte chiuse/aperte
porte: sapessi quante!
Ognuna un Mondo
Reale/ immaginario; Vicino/ distante:
ci sono donne dagli occhi buoni a milioni
e bimbi come topi che cercano la tana
giovani dalle lunghe gambe- schiavi del bisogno.
Ci sono bar di noia dove Bellezza
pare l’unica moneta -donne pantere-
e donne timide di molti bambini
-un fazzoletto di sottomissione- Chi è felice?
Sembra felicità nel lavoro dei campi
e l’aria aperta ai venti dell’Atlante
Sembra felicità chiudere la porta
sui formicai di piazza e i brulichii di gente
Sembra felicità riaprire quelle di casa- Chi è felice?
-ti dico tutto ciò perché mi fido oltre l’inganno-
Non farmi male, sento la tua fragilità
il tuo/mio bisogno di dirci sperduti
tra la possibilità di aprire porte così tante
[e il non sapere entrare.

(Visitando la medina di Fes)

***

PASSATO/FUTURO

Giorni brevi, nebbie e cioccolata,
alberi fantasma.
Sogni, la notte, il tuo babbo ragazzo
e piangi un po’
piangi perché quel suo tempo
tu non l’hai vissuto
piangi perché ti viene incontro
con il tuo sguardo fermo e le tue labbra
con gli occhi dei tuoi figli
e un filo di dolcezza.
Tornano i morti e tu ritorni ai “Chiari” ;
le sagome dei pini macchiano la nebbia,
ma non c’è il persico-sole nel canale,
non ci sono i cugini in bicicletta.
Ti appendi alla voce degli zii;
Adelchi si commuove
-Ho sognato la tua mamma tanto bella,
compriamo queste focaccine, mi diceva-
Mario si è trasfigurato nella nonna;
racconta il figlio morto, la moglie mora,
i campi, l’azoto, i compagni, il trattore;
Mario ha un neonato giapponese
in una cornice d’argento – il pronipote,
al centro del mobile – proprio al centro.
E tu
cali il sipario, riattraversi la nebbia.

Discorso di Gino Strada in occasione della consegna del Premio Right Livelihood Award il 30 Novembre 2015 a Stoccolma.

 

Sono molto contenta che Gino Strada abbia ricevuto, ieri, questo ambito riconoscimento. Perciò copio e incollo il suo discorso in questo blogghino, perché possa essere occasione di silenziosa riflessione per chi avrà voglia di leggerlo. Approfitto per salutare gli amici blogger, augurando a tutti giorni sereni.

Discorso di Gino Strada in occasione della consegna del Premio Right Livelihood Award il 30 Novembre 2015 a Stoccolma.

“Io sono un chirurgo. Ho visto i feriti (e i morti) di vari conflitti in Asia, Africa, Medio Oriente, America Latina e Europa. Ho operato migliaia di persone, ferite da proiettili, frammenti di bombe o missili. A Quetta, la città pakistana vicina al confine afgano, ho incontrato per la prima volta le vittime delle mine antiuomo. Ho operato molti bambini feriti dalle cosiddette ‘mine giocattolo’, piccoli pappagalli verdi di plastica grandi come un pacchetto di sigarette. Sparse nei campi, queste armi aspettano solo che un bambino curioso le prenda e ci giochi per un po’, fino a quando esplodono: una o due mani perse, ustioni su petto, viso e occhi. Bambini senza braccia e ciechi. Conservo ancora un vivido ricordo di quelle vittime e l’aver visto tali atrocità mi ha cambiato la vita.

Mi è occorso del tempo per accettare l’idea che una ‘strategia di guerra’ possa includere prassi come quella di inserire, tra gli obiettivi, i bambini e la mutilazione dei bambini del ‘Paese nemico’. Armi progettate non per uccidere, ma per infliggere orribili sofferenze a bambini innocenti, ponendo a carico delle famiglie e della società un terribile peso. Ancora oggi quei bambini sono per me il simbolo vivente delle guerre contemporanee, una costante forma di terrorismo nei confronti dei civili.

Alcuni anni fa, a Kabul, ho esaminato le cartelle cliniche di circa 1.200 pazienti per scoprire che meno del 10% erano presumibilmente dei militari. Il 90% delle vittime erano civili, un terzo dei quali bambini. È quindi questo ‘il nemico’? Chi paga il prezzo della guerra?

Nel secolo scorso, la percentuale di civili morti aveva fatto registrare un forte incremento passando dal 15% circa nella prima guerra mondiale a oltre il 60% nella seconda. E nei 160 e più ‘conflitti rilevanti’ che il pianeta ha vissuto dopo la fine della seconda guerra mondiale, con un costo di oltre 25 milioni di vite umane, la percentuale di vittime civili si aggirava costantemente intorno al 90% del totale, livello del tutto simile a quello riscontrato nel conflitto afgano. Lavorando in regioni devastate dalle guerre da ormai più di 25 anni, ho potuto toccare con mano questa crudele e triste realtà e ho percepito l’entità di questa tragedia sociale, di questa carneficina di civili, che si consuma nella maggior parte dei casi in aree in cui le strutture sanitarie sono praticamente inesistenti.

Negli anni, Emergency ha costruito e gestito ospedali con centri chirurgici per le vittime di guerra in Ruanda, Cambogia, Iraq, Afghanistan, Sierra Leone e in molti altri Paesi, ampliando in seguito le proprie attività in ambito medico con l’inclusione di centri pediatrici e reparti maternità, centri di riabilitazione, ambulatori e servizi di pronto soccorso. L’origine e la fondazione di Emergency, avvenuta nel 1994, non deriva da una serie di principi e dichiarazioni. È stata piuttosto concepita su tavoli operatori e in corsie d’ospedale. Curare i feriti non è né generoso né misericordioso, è semplicemente giusto. Lo si deve fare.

In 21 anni di attività, Emergency ha fornito assistenza medico-chirurgica a oltre 6,5 milioni di persone. Una goccia nell’oceano, si potrebbe dire, ma quella goccia ha fatto la differenza per molti. In qualche modo ha anche cambiato la vita di coloro che, come me, hanno condiviso l’esperienza di Emergency. Ogni volta, nei vari conflitti nell’ambito dei quali abbiamo lavorato, indipendentemente da chi combattesse contro chi e per quale ragione, il risultato era sempre lo stesso: la guerra non significava altro che l’uccisione di civili, morte, distruzione. La tragedia delle vittime è la sola verità della guerra.

Confrontandoci quotidianamente con questa terribile realtà, abbiamo concepito l’idea di una comunità in cui i rapporti umani fossero fondati sulla solidarietà e il rispetto reciproco. In realtà, questa era la speranza condivisa in tutto il mondo all’indomani della seconda guerra mondiale.

Tale speranza ha condotto all’istituzione delle Nazioni Unite, come dichiarato nella Premessa dello Statuto dell’Onu: «Salvare le future generazioni dal flagello della guerra, che per due volte nel corso di questa generazione ha portato indicibili afflizioni all’umanità, riaffermare la fede nei diritti fondamentali dell’uomo, nella dignità e nel valore della persona umana, nell’uguaglianza dei diritti degli uomini e delle donne e delle nazioni grandi e piccole». Il legame indissolubile tra diritti umani e pace e il rapporto di reciproca esclusione tra guerra e diritti erano stati inoltre sottolineati nella Dichiarazione universale dei diritti umani, sottoscritta nel 1948. «Tutti gli esseri umani nascono liberi ed eguali in dignità e diritti» e il «riconoscimento della dignità inerente a tutti i membri della famiglia umana e dei loro diritti, uguali e inalienabili, costituisce il fondamento della libertà, della giustizia e della pace nel mondo».

70 anni dopo, quella Dichiarazione appare provocatoria, offensiva e chiaramente falsa. A oggi, non uno degli Stati firmatari ha applicato completamente i diritti universali che si è impegnato a rispettare: il diritto a una vita dignitosa, a un lavoro e a una casa, all’istruzione e alla sanità. In una parola, il diritto alla giustizia sociale. All’inizio del nuovo millennio non vi sono diritti per tutti, ma privilegi per pochi. La più aberrante in assoluto, diffusa e costante violazione dei diritti umani è la guerra, in tutte le sue forme. Cancellando il diritto di vivere, la guerra nega tutti i diritti umani.

Vorrei sottolineare ancora una volta che, nella maggior parte dei Paesi sconvolti dalla violenza, coloro che pagano il prezzo più alto sono uomini e donne come noi, nove volte su dieci. Non dobbiamo mai dimenticarlo. Solo nel mese di novembre 2015, sono stati uccisi oltre 4mila civili in vari Paesi, tra cui Afghanistan, Egitto, Francia, Iraq, Libia, Mali, Nigeria, Siria e Somalia. Molte più persone sono state ferite e mutilate, o costrette a lasciare le loro case. In qualità di testimone delle atrocità della guerra, ho potuto vedere come la scelta della violenza abbia – nella maggior parte dei casi – portato con sé solo un incremento della violenza e delle sofferenze. La guerra è un atto di terrorismo e il terrorismo è un atto di guerra: il denominatore è comune, l’uso della violenza.

Sessanta anni dopo, ci troviamo ancora davanti al dilemma posto nel 1955 dai più importanti scienziati del mondo nel cosiddetto Manifesto di Russel-Einstein: «Metteremo fine al genere umano o l’umanità saprà rinunciare alla guerra?». È possibile un mondo senza guerra per garantire un futuro al genere umano? Molti potrebbero eccepire che le guerre sono sempre esistite. È vero, ma ciò non dimostra che il ricorso alla guerra sia inevitabile, né possiamo presumere che un mondo senza guerra sia un traguardo impossibile da raggiungere. Il fatto che la guerra abbia segnato il nostro passato non significa che debba essere parte anche del nostro futuro. Come le malattie, anche la guerra deve essere considerata un problema da risolvere e non un destino da abbracciare o apprezzare.

Come medico, potrei paragonare la guerra al cancro. Il cancro opprime l’umanità e miete molte vittime: significa forse che tutti gli sforzi compiuti dalla medicina sono inutili? Al contrario, è proprio il persistere di questa devastante malattia che ci spinge a moltiplicare gli sforzi per prevenirla e sconfiggerla. Concepire un mondo senza guerra è il problema più stimolante al quale il genere umano debba far fronte. È anche il più urgente. Gli scienziati atomici, con il loro Orologio dell’apocalisse, stanno mettendo in guardia gli esseri umani: «L’orologio ora si trova ad appena tre minuti dalla mezzanotte perché i leader internazionali non stanno eseguendo il loro compito più importante: assicurare e preservare la salute e la vita della civiltà umana».

La maggiore sfida dei prossimi decenni consisterà nell’immaginare, progettare e implementare le condizioni che permettano di ridurre il ricorso alla forza e alla violenza di massa fino alla completa disapplicazione di questi metodi. La guerra, come le malattie letali, deve essere prevenuta e curata. La violenza non è la medicina giusta: non cura la malattia, uccide il paziente. L’abolizione della guerra è il primo e indispensabile passo in questa direzione. Possiamo chiamarla ‘utopia’, visto che non è mai accaduto prima. Tuttavia, il termine utopia non indica qualcosa di assurdo, ma piuttosto una possibilità non ancora esplorata e portata a compimento. Molti anni fa anche l’abolizione della schiavitù sembrava ‘utopistica’.

Nel XVII secolo, ‘possedere degli schiavi’ era ritenuto ‘normale’, fisiologico. Un movimento di massa, che negli anni, nei decenni e nei secoli ha raccolto il consenso di centinaia di migliaia di cittadini, ha cambiato la percezione della schiavitù: oggi l’idea di esseri umani incatenati e ridotti in schiavitù ci repelle. Quell’utopia è divenuta realtà. Un mondo senza guerra è un’altra utopia che non possiamo attendere oltre a vedere trasformata in realtà. Dobbiamo convincere milioni di persone del fatto che abolire la guerra è una necessità urgente e un obiettivo realizzabile. Questo concetto deve penetrare in profondità nelle nostre coscienze, fino a che l’idea della guerra divenga un tabù e sia eliminata dalla storia dell’umanità.

Ricevere il Premio Right Livelihood Award incoraggia me personalmente ed Emergency nel suo insieme a moltiplicare gli sforzi: prendersi cura delle vittime e promuovere un movimento culturale per l’abolizione della guerra. Approfitto di questa occasione per fare appello a voi tutti, alla comunità dei colleghi vincitori del Premio, affinché uniamo le forze a sostegno di questa iniziativa. Lavorare insieme per un mondo senza guerra è la miglior cosa che possiamo fare per le generazioni future”.

MELINA

Impossibilitata a riprendere la normale attività di piccola blogger causa impegnative attività pratiche, lascio per i miei eventuali lettori questo lungo post: una storia surreale. Di solito non scrivo così destrutturata in prosa, ma l’argomento visionario lo imponeva; ecco perché non ho accettato i consigli degli editori di ampliarla e renderla più fruibile per i lettori. Perciò la lascio qui nel mio blogghino per i volenterosi che vorranno avventurarvisi.

. MELINA .

UNA STORIA SURREALE

di

FRANCA CANAPINI

tutte le immagini del post provengono dal web

Milano-Expo 2015- albero della vita

Tale storia è nata nel 2012, un frammento alla volta, in automobile, in cucina, al computer, nel sonno, nella veglia, per strada. L’autrice non ha mai pensato a un pubblico. Scriveva perché si commuoveva; si commuoveva perché aveva scritto. Ora che l’ha finita, le pare bella e insensata; per questo la lancia alla ricerca di lettori interessati, ai quali, se ce ne fossero, non darà mai spiegazioni logiche della trama.

L’autrice

Introduzione

Avevano giocato a dame. La bambina, aperto il cofanetto della bigiotteria, si era messa ogni braccialetto, ogni collana. Ora splendeva come un albero di Natale e le girava intorno prendendole la mano, toccandole l’anello. <Cos’è questo, nonna?> <Un vecchio anello, lo vedi.> <E’ tuo?> <Sì.> <Com’è bello!> <No, non è bello. E’ solo un cerchietto.> <Non è vero, è bellissimo…> poi, con lo sguardo implorante come solo le femmine sanno avere, <Me lo fai tenere un po’?> e già tirava per toglierglielo dal dito.

<No, non posso.> La bimba tirava con forza e fu allora che l’anello si aprì. <Ooohhh> esclamarono all’unisono: l’anello si era aperto secondo una linea che lo aveva diviso nel profilo di uno spicchio di luna e in quello del sole. <E’ un anello magico, è un anello magico nonna!> esclamò eccitata la bambina <Regalamelo, regalamelo; lo terrò sempre con me. Ti prego.> La nonna sentì che avrebbe fatto la cosa giusta. Si sfilò l’anello e lo attaccò alla catenina della nipote, richiudendolo <Ora è tuo.> 

Melina

Melina, la chiamavano così per le sue gotine sempre rosse nel faccino rotondo, che la facevano simile ad una melina di montagna, di quelle fragranti e profumate. Gli occhi invece erano scuri e profondi che ci potevi affondare. Parlava poco, osservava molto e faceva capricci ogni volta desiderava davvero qualcosa. Piluccava e sua madre, che non aveva potuto allattarla, usava tutta la pazienza e l’amore possibili per farle trangugiare qualcosa. Era una bimba di otto anni ormai, conosciuta e amata da tutti, come lo era sua madre, che compativano per le sue disgrazie. Cresceva al centro di una piccola valle; alle spalle il fosso dai cui argini si alzavano colline di creta e boschi, davanti i campi, fino alle tre colline dei tre casolari in fila, che chiudevano l’orizzonte. Era come sentirsi in una culla. Protetta da ogni parte. Eppure la storia non era allegra, anzi questo sarà il suo compito: cercare l’allegria.

Michele

Giocava tra la credenza e la madia, nell’angolino che le piaceva tanto. Aveva in mano la bambola dagli occhi azzurri e parlava in silenzio con il suo amico Michele. Più là la mamma lavava i piatti con gli occhi fissi sull’acqua sporca, le mani arrossate e la bocca tremante. Ogni tanto tirava su con il naso. Era seria Melina:

< Ma perché?> chiedeva Michele.

< Non lo so. Vieni usciamo, andiamo al sole.> E sgattaiolò fuori dalla stanza, scese le scale, percorse la strada poi svoltò per quella erbosa tra i campi, allontanandosi verso il fosso.

<Dai, Michele, andiamo a camminare nell’acqua!>

Si fece scivolare giù per la scarpata tra le acacie e giunse alla sabbia finissima della riva. Tolse le scarpette, arrotolò i pantaloncini più che potè e s’immerse nell’acqua corrente, cominciando a risalirla.

Le piaceva quel gioco. <Su, Michele, non avere paura.>

Michele tentennava, non aveva molta voglia di bagnarsi, tantomeno di assistere alle prodezze di Melina. Lo sapeva, lei non temeva di graffiarsi i piedi, di poggiarli sulla viscida melma del fondo e neppure sui sassetti e sulle pietre bitorzolute. Le piaceva scalare il fiume, sprofondare nelle pozze, risalire, farsi carezzare le caviglie dai pesciolini e dalle alghe; a lui no e cedette di malavoglia.

Lei affrontava il percorso assorta, lui dietro era come se la proteggesse.

< Melina aanhe oggi a bagno?>

 

Il vaticinio

La voce la fece sobbalzare. Più là, nel campo d’erba medica, la vecchia Nunziata, con il fuso in mano e il fazzoletto nero in testa, la chiamava.

Nunziata era di compagnia, sempre pronta ad intrattenerla, a raccontarle storie e a darle saggi ammonimenti. E poi la prendeva per mano e la portava con sé. Le si avvicinò lesta lesta, chissà cosa aveva nelle tasche del grembiule oggi. La vecchia le diede un buffetto sulle guancia <Vieni>. <Dove andiamo?> chiese la bimba incuriosità. <Andiamo in un posto magico dove potrai chiedermi tutto quel che vuoi. Sei contenta?> Intanto la conduceva verso un’ansa sabbiosa del fosso, sotto delle grandi acacie in fiore. Melina notò con stupore che dalla sabbia si staccava una scarpata  nella quale si apriva una grotta. Nunziata la condusse fino all’apertura. Dalla sommità cadevano fitte gocce d’acqua e piccole conchiglie fossili, che si ammucchiavano a terra insieme alla sabbia. <Entra> invitò la vecchia, distogliendola dall’impulso di fermarsi a raccoglierle.

Dentro c’era un grande spazio semicircolare del tutto vuoto. Raggiunsero il centro poi la vecchia restò ferma in piedi, guardandola negli occhi e girando rapidamente il fuso <Allora, cosa desideri di più?> <Che la mamma sia allegra> si sentì rispondere Melina e neanche sapeva da dove le erano venute le parole. Ora il fuso ruotava velocissimo e Nunziata sembrava di marmo. <Chiedi l’impossibile figliola. Tua madre è destinata a soffrire.> <Ti prego, ti prego>. <Puoi tentare, ma dovrai superare tante prove difficili, tipo vincere la gravità, superare la paura della paura, rinunciare al sogno, salvare la bambina, prima di trovare l’anello che darà allegria a tua madre>. <Spiegami meglio Ginetta, non capisco.> <Neppure io so cosa sto dicendo quando sono qua dentro. C’è qualcosa che mi suggerisce le parole ed io le riporto a chi le deve ricevere. Ma stai sicura che sono vere, avrai tanto tempo per decifrarle. Per ora prendi questo sassetto verde, ti porterà fortuna, tenendo lontano il male.> E questa volta dalle tasche del grembiule sfilò un sassolino e lo pose nella mano di Melina. <Quando saprò qualcosa in più verrò a dirtela in sogno.>

Melina si sentì sollevata vedendo Michele che l’aspettava assorto fuori della grotta.

 

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Il prodigio

Dormiva tra l’erba, una mano allungata a tenere quella di Michele, l’altra che stringeva il sassetto magico regalatole da Nunziata. Il sole dell’alba le carezzò il vestitino e s’innalzò nel cielo trasparente.

Da dietro le colline gemelle cominciarono ad emergere due macchie scure che si dilatarono con movimenti di danza, sfrangiandosi ai contorni e allungando tentacoli violetti verso il sole.

L’ombra cadde sulla valle. La bimba si svegliò di soprassalto. Rapida si alzò in piedi. Le colline espulsero due enormi draghi che si ersero uno di fronte all’altro in tutta la loro potenza, drizzando le schiene, aprendo le ali, allungando le zampe, irrigidendo la testa sul collo.

Cessò la brezza, l’acqua del fiume si fermò. Il cielo fu invaso dalle loro ali cangianti: rosso, blu, giallo, smeraldo. Ora aprivano la bocca orrenda di denti, ora scuotevano la lunghissima coda, ora alzavano minacciosi le zampe verso l’avversario. Si avvicinavano, si allontanavano, si giravano intorno, contraendosi e dilatandosi, al ritmo di uno spaventoso respiro. Cominciarono a lanciarsi getti di fiamme che schizzavano dalle bocche in fiumi rossodorati, bruciando il corpo del nemico.

Grandi mulinelli di ali tra le fiamme; zampe che si intrecciavano nell’assalto corpo a corpo, mentre brune squame si staccavano e piombavano a terra. Nessuno seppe dire quanto durò il duello. Nessuno a terra dove tutto ormai era immoto.

La danza delle ali rallentava poi riprendeva, i grandi corpi perdevano a poco a poco l’agilità, le zampe restavano più a lungo impigliate nelle zampe; poi entrambi compirono un gran balzo all’indietro, si contrassero, quindi scattarono in avanti. Le zampe, unghioni sguainati, squarciarono l’una il petto dell’altro e il cuore.

Un anello d’oro schizzò in alto e precipitò. I grandi corpi allora persero di tono, si rovesciarono dietro le colline e scomparvero. Ma il sangue, come una gran nuvola scura, cominciò a piovere sulle colline e nella valle, inondando tutto.

La terra bevve ed asciugò. L’acqua del fiume riprese a scorrere, la brezza a soffiare, Melina a parlare:

<Michele, hai visto anche tu? > pensò, stralunata con il cuore in tumulto.

Piazza Santa Maria Novella

Michele osservava gli altri bambini giocare nella grande piazza di Santa Maria Novella. Si rincorrevano, si acchiappavano, ridevano, si sedevano sulle pietre; un attimo e riprendevano a rincorrersi. Lui no; se ne stava seduto in un angolo in disparte. Lui l’escluso, lo strano, quello che può strillare spaventato per un niente. Tutti i bambini che erano stati spettatori spauriti delle sue crisi, lo scansavano; era imprevedibile. Avrebbe voluto rientrare in casa, ma temeva che sua madre, vedendolo salire le scale ancora una volta sconfitto, gli facesse quell’assurda carezza consolatoria passandogli la mano tra i capelli, fingendo che tutto stesse andando per il meglio.

Così si dispose alla pazienza del condannato, cercando di diventare invisibile ai compagni: una piccola statua di bambino in uno scenario di brume serali cittadine tra la gente, che frettolosa attraversava la piazza e scompariva dietro il muretto del chiostro.

Dal muretto emergevano le cime di vecchi cipressi dalle chiome sformate. Lentamente giunsero uno dopo l’altro fitti stormi di stornelli. Come sciami di api cominciarono a puntare i rametti dei cipressi. Si posavano e ripartivano; mulinavano, s’innalzavano formando nuvole stridenti, ricadevano in picchiata sugli alberi, riempiendoli, facendone vibrare i rami; si staccavano in volate intrecciate, ritornavano. In breve il cielo sopra il chiostro divenne una nuvola fremente. Michele sentì l’immagine dagli occhi entrargli nella testa, invaderlo, vibrargli in tutto il corpo; lo stridio esterno lo penetrò tutto.

Stava per abbandonarsi al solito grido di spavento ma si fece forza:

<Melina, hai visto anche tu?>

Melina gli prese la manina in silenzio. Il calore della mano lo calmò, chiuse gli occhi cercando di scacciare il mostro che lo aveva invaso, respirando a fondo. Pian piano lo stridio si chetò e gli uccellini scomparvero. Michele si avviò verso casa con una piccola fiammella nel cuore.

La luna appena nata cullava la prima stella.

nel non tempo

anche il tempo e lo spazio

si confondono

(ma l’eventuale lettore può provare a riordinare il caos)

Kabbalah-tree

La città

Per trovare il coraggio Melina doveva essere sicura di quello che faceva e del perché.

La città l’aveva confusa. La lingua incomprensibile spaventata. Nunziata, in sogno, aveva detto di andare: solo quel viaggio le avrebbe dato notizie dell’anello magico. Doveva ricordare ciò per trovare la forza di salire le scale di quello strano palazzo fatiscente. Nessun rumore. Una porta. Entrò. La luce polverosa spioveva dai finestroni. Al di là la città sembrava sospesa. I mobili sovrabbondavano e incombevano. Libri. Libri. Libri. Accanto al finestrone, seduto in una poltrona di pelle consumata, un piccolo vecchio si volse lentamente verso di lei. La bambina percepì il lampo di sgomento che gli passò negli occhi. E l’onda di calore che l’avvolse. <Tu, qui>.

La dolcezza del viso, la luce dello sguardo così familiare la sconvolsero. Arretrò e si precipitò per le scale. Sudata per l’emozione, non riusciva neppure a pensare a quello che sentiva. < E’ Michele da vecchio >, alla fine se lo confessò. Allora si fermò; tornò su, ma la poltrona era vuota. Le sembrò che una spina le si conficcasse nel cuore. Il soffio della tramontana oltre le finestre e l’immobilità interna delle cose la stordirono e la recisero. Cadde accanto alla poltrona.

Quando si riprese, la prima cosa che vide fu un libro, a terra, vicino a lei o a quello che era diventata. Una donna commossa.

Raccolse il libro ed uscì nel traffico della gente e delle auto, dirigendosi verso la stazione dei treni. Si sentiva in colpa per il libro che aveva sottratto alla casa, per cui si frugò nelle tasche del cappotto, estrasse il sassetto magico che, secondo Nunziata, avrebbe dovuto proteggerla dal male e lo lasciò sopra un muretto <Prima o poi Michele lo troverà.>

I nemici

Aveva ripreso il viaggio con il cuore grande, la sensazione netta che ogni passo le avrebbe riservato un mutamento, una sorpresa: cosa si sapeva della vita, del mondo, del cervello, dello spazio, del tempo? Poco, nulla in confronto a tutto ciò che non si percepiva, non si conosceva, non si scopriva: i percorsi di vita non erano linee dritte o curve, erano sfere come infinitamente sferico si rappresentava l’universo. La sua missione era appena cominciata, doveva trovare l’anello. Ma dove? Si allontanò dalla città, scansò i casolari sparsi, percorse vie interne alle campagne, scalò montagne in un territorio che diveniva sempre più arido e freddo. Una mattina venne arrestata da un vertiginoso dirupo.

Per chilometri e chilometri la superficie terreste era come implosa, formando una specie di fossato di cui non si vedeva il fondo: era sul ciglio; impossibile avanzare, ci sarebbero volute le ali per raggiungere il ciglio di fronte. Non solo, una freccia la colpì a un braccio, un’altra al polpaccio, un’altra le sfiorò il petto. pensò e si sentì stupida e spaesata.

Venivano da dietro, l’unica direzione verso la quale scappare. Fece qualche passo volgendosi indietro e altre tre frecce la colpirono. Il suo sangue colava rapido, abbondante, si raccoglieva in piccole pozze tra le pietre. Da dietro i pinnacoli emersero ombre umane che si precipitarono dove il sangue si raccoglieva più denso e, come piccole nuvole grigie, cominciarono a succhiarlo con avidità fino a leccarne il fondo. Con stupore vide l’ombra di Michele raccogliere nelle mani a coppa il suo sangue e distribuirlo agli altri.

La frecce continuavano a colpirla, il sangue a colare scorrere e raccogliersi; doveva nascondersi e proteggersi.

Corse verso le montagnole di tufo, trovò l’imboccatura di una caverna, vi si gettò dentro. Penetrò per un cunicolo stretto fino a raggiungere un ampio spazio fresco e illuminato dall’alto. Da lì si dipartivano altri cunicoli, che davano in altri spazi: una città sotterranea disabitata da secoli.

Poteva essere il suo rifugio. Tornò all’uscita. Le ombre vagavano per la steppa. Usò tutte le forze rimaste per spingere una grossa pietra, che un tempo aveva fatto da porta, sull’apertura. La pietra rotolò e si fermò, ondeggiando, proprio sulla bocca della sua nuova casa, rendendola inespugnabile. Era salva.

Chi era?

Chi era? Qual era quello vero, si chiedeva, protetto dalle mura della torre. Ricordava vagamente il ricovero. Tutti quei piccoli esseri che gli attraversano gli occhi e gli si piantavano in testa. Lo occupavano e lo facevano agire come se si fossero impossessati di lui. A volte era il Rosso, il quarantenne colto e esibizionista, a volte El Diablo, il cinquantenne sadico e perverso, a volte Endemione, il ragazzo dormiente, a volte era tanti altri, era tutti loro e non ricordava mai il suo nome.

Ricordava l’incendio del corpo e della mente, quel desiderio che lo divorava di acqua fresca che mai lo dissetava, l’odore forte di sudore, lo sbattere degli arti, il dolore fisico che si provocava per vincere quello interiore. La voglia di fare a pezzi chi sorrideva o sembrava contento. Ricordava le cinghie che lo stringevano e la sensazione di esplodere. Allora intense onde di energia si liberavano dal suo corpo e colpivano il bersaglio ovunque si trovasse.

Melina le aveva sentite arrivare come martellate ai fianchi, ali furiose nel cuore, scariche elettriche in grado di ucciderla. Infinita dolcezza e violenza cieca; assenza e presenza. Ora sentiva che quel pianto quieto sul suo torace coperto di lana, quel pianto di dolore e di amore, di dolcezza e di malinconia non sarebbe mai terminato. Lo avrebbe nascosto in un luogo segreto. Lo avrebbe protetto.

Ma non poteva fermarsi. Lei era una scommessa contro il destino e aveva un compito. Non sapeva se Michele esisteva davvero o se lo aveva immaginato e, se era la sua anima, quella oscura o quella chiara. Non poteva fermarsi. Michele poteva anche essere l’incantatore, l’antagonista nella sua fiaba.

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L’altro Universo

L’aria mulinava le foglie dei boschetti del parco, facendole roteare tra terra e cielo, schiacciandole all’improvviso verso il pavimento della grande terrazza circolare, aperta sul porto e il Mediterraneo. Dai frammenti di ceramica, con i quali l’artista visionario aveva decorato il suo sogno, si staccavano minuscoli animali e si animavano, camminando lo spazio insieme alle foglie. La luce della luna si faceva avanti tra le nuvole scure a rendeva ancora più irreale la scena. Il vento sembrava volesse mischiare tutti gli elementi. Melina e Michele, seduti sulla panchina della balaustra, spalle al mare, non erano mai stati così bene.

<Dove siamo?>  <Nell’Universo dell’immaginazione>

<Non ti vedo>  <Neanche io>

<Ti sento>  <Anch’io>

<Cosa siamo?> <Energia>

<Invisibili?> <Invisibili>

<Perché siamo qui?> <Dice che capita per la legge di attrazione>

<Allora, se ci avviciniamo troppo, ci annulleremo>

<Sì, sforzati di starmi lontana almeno di qualche passo>

<E’ quasi impossibile>

<Quasi, lavora su quel quasi; guarda a quanti piccoli mostri stiamo dando vita> Melina era meravigliata, non ci aveva mai pensato. Carezzò la lucertola che le risaliva il braccio, poi malinconica <Così non ci vedremo più> Michele sorrise <Così no. Siamo grandi ora, ce la possiamo fare da soli>.

Le parve di vederlo: un giovane uomo sereno, dai capelli neri e un maglione verde spento. Si rannicchiò in se stessa e divenne una macchia d’inchiostro.

 

La città sotterranea

Si sfilò le frecce una ad una; ci voleva coraggio a sopportare tutto quel dolore; il sangue colava a fiotti, lei si sentiva venir meno, pensava che sarebbe morta; si trascinò fino allo spazio illuminato e cadde in un sonno profondissimo.  La svegliò il rumore delle gocce d’acqua che uscivano dal tetto di roccia e si allungavono a costruire speroni di calcare per poi cadere a ritmo lento; era tutto bianco intorno e cilestrino, là dove l’acqua si raccoglieva formando piccoli laghi. Intorno ai laghetti c’era il verde di piante acquatiche e melograni. L’aria era ebbra di luce chiara; respirò a fondo e si sentì piena di energia; le ferite erano miracolosamente scomparse, il corpo levigato. Staccò una melagrana dall’albero più vicino, la spaccò e si dispose a mangiarne lentamente i chicchi. Scelse il lago più grande, vi si calò e cominciò a nuotare, muovendo gli arti piano piano. Nel sonno era venuta a trovarla Nunziata. <Il segreto è nel non pensarli. Se non li immagini, scompariranno>.

Rinfrancata dal bagno nella piscina naturale, decise di esplorare la città scavata nella pietra. Percorse il corridoio più grande e si accorse che vi si aprivano numerose stanze. Entrò nella prima. Non fu un entrare, piuttosto le sembrò di levitare leggera sul soffitto: sotto, una scena della sua vita lineare. Lei e il suo compagno di vita nella grande taverna di casa che lavoravano quasi in silenzio. Lui che snocciolava susine, lei che disponeva la marmellata nei vasetti; lui ai fornelli, lei all’asse da stiro; lui che guardava la tivù, lei che l’ascoltava preparando la cena. Qualche disarmonia, qualche frizzo, tanti giorni e notti trascorsi che li avevano resi necessari uno  all’altro; sorrise, sarebbero invecchiati insieme.

Visioni

Ciò che la colpì fu la nebbia che copriva e scopriva le colline macchiate di verde. Così lenta nello scendere a valle e rarefarsi. Sapeva il luogo. Quella nebbia era un grande animale dalle mille forme ma anche un mistero docile. Udì netto il canglore delle forbici da pota; uno schianto, un altro, un altro ancora. Poi credette di vederlo. Di schiena fronte al filare, il padre giovane che potava. Era lui; gli scarponi ricoperti di terra, i pantaloni di fustagno cachi, la camicia di peloncino a quadri. Suoi il gesto del taglio secco e la mano che accarezzava il ramo e lo piegava sul filo di ferro teso. La breve sosta a contemplare l’opera. Ne ricordò lo sguardo assorto, ne sentì il pensiero che immaginava l’uva. Perché svegliarlo? Passò, fatta di nebbia, ma lui la sentì lo stesso: <Melina> nella sua voce tutto l’amore tutto. Nella sua voce tutto il dolore tutto.

La bambina era bella e triste, di una tristezza chiusa e severa.

<Tu non hai visto, Melina, il fuoco sotto casa. Non sentisti le urla di richiamo. C’era il vento ad alimentare le fiamme. E, dentro il fuoco, la mia bambina con il  cappottino e la cartella. Correvo. Non la raggiunsi mai. Non le spensero le fiamme. “Perché mamma, perché?” Non la salvai. > Un corteo di donne nere sotto fazzoletti neri, processionarie del dolore; madonne entrarono e invasero la grotta.

<Dopo una simile conoscenza cos’è mai il perdono?> ( T.S.E.)

 

 

Esseri misteriosi

Tutto quel dolore la pietrificò, disanimandola. Allora una donna sconosciuta si coricò nel suo letto, lei la guardava incuriosita: aveva la comicia bianca, forse anche i capelli; le si avvicinò, fece per abbracciarla; al tatto le sembrò di riconoscere la carne di sua madre, così morbida e molle; c’era qualcosa di inquietante in tutto ciò; la donna scivolò dal letto; cadde una confezione di carne fresca che velocemente degenerò in carne putrefatta.

Ora la donna era per le scale. La raggiunse, le sedette di fronte; le raccontò di come avesse un tempo sentito provenire da lei un flusso di energia che la schiantava; la donna non disse niente.

Intanto sul pianerottolo comparve uno sconosciuto vestito come un esploratore di montagna, che si diresse al letto dove già dormiva un altro uomo sconosciuto e vi si infilò con un’espressione soddisfatta. La donna la condusse davanti alla porta della seconda camera e le fece il gesto di entrare. Lei tentennò trepida, si affacciò e lo vide: steso sul letto, vestito di una tunica di lana scura forse verde forse nera su cui risaltavano tonalità di arancio e di rosso, un bastone accanto. Michele se ne stava supino e paralizzato in attesa. Sentì il sorriso buono della donna alle spalle. Niente poteva trattenerla: si avvicinò rapida, si curvò su di lui.

Lui aprì grandi braccia e la circondò, lei poggiò la testa sul suo torace e pianse.

Improvvisamente si ritrovò sull’apertura di una piccola stanza di pietra; al centro, vestito di bianco, seduto in posizione di loto, serafico, l’essere se ne stava immobile, lo sguardo all’infinito. Fu colpita dagli occhi, uguali ai suoi e dallo spettacolo della luce.

L’uomo era circondato e come compenetrato da fasci di luce dalle tinte tenui, sfumate di verde, rosa, violetto, azzurro che ruotavano lentissimamente. A momenti anche la posizione del suo corpo cambiava, alternando un’immagine di profilo seduta su una sedia, pensierosa, a quella del loto. Era una visione di indescrivibile serenità. pensava lui; rispondeva lei. Potevano comunicare con la mente.

<Perché non mi aiuti?> <Troverai la soluzione da sola>

La luce disfece l’immagine, impallidì, ruotò ancora un poco, si spense.

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La torre

Michele si era costruito una torre dalle mura robuste. Solo il tetto era di vetro trasperente. Per vedere sempre il cielo. Si era chiuso nella stanza pentagonale, scegliendo come compagni i libri e il sussurrare dei morti. Lì niente gli faceva paura. Non aveva più bisogno della mano di Melina. Del resto lei era morta. Quel giorno. Quando vide accartocciarsi la valle come un foglio, l’inchiostro nero colare alle pareti e nelle tenebre lanciò il suo ultimo grido.

Era morta e lui aveva smesso di gridare. Leggeva, scriveva, misurava la distanza delle stelle. Lasciava che il tempo gli scivolasse addosso. Pensava, immaginava, ascoltava i rumori del mondo.

Saliva e scendeva le scale della torre. Attendeva che l’aria si separasse dalla polvere. Sapeva che ad orologi impazziti sarebbe giunta l’ora.

A volte si dimenticava. Quel giorno era solo un giovane padre con famigliola e amici al parco di Bomarzo. <Facciamo vedere i mostri ai bambini> E i bambini avevano saltellato per il bosco sacro, rotolato sull’erba dei pratini, riso dei grandi mostri grotteschi sdraiati tra gli alberi. Al tramonto erano tornati tutti alla macchina sereni. Però Michele si era staccato ancora e la sua ombra era rimasta seduta tra le braccia aperte di Proserpina.

Quando si levò la luna, entrò nella casa storta. Fu una vertigine; perso ogni punto di riferimento gli parve di trovarsi in un altro parco. Accanto aveva l’ombra di Melina. Salirono le scalette di pietra silenziosi, entrarono nella casa e la piccola scomparve nella donna affacciata alla finestra. Si erano ritrovate.

Il pozzo

Si tolse le scarpe, si avvicinò decisa al bordo, lo scavalcò. C’era da cercare quella bambina, da metterla in salvo, non poteva pensare a se stessa. Cominciò a scendere le scalette di ferro, poste all’interno del pozzo, pensando solo ad aggrapparsi bene a quelle superiori man mano che scendeva e augurandosi che in fondo non ci fosse troppa acqua. Del resto non pioveva da mesi e i pozzi non tiravano più.

La luce diveniva sempre più debole, le scale e le pareti sempre più scivolose. Sentì il vuoto sotto il piede, che si era allungato a cercare lo scalino; capì che era arrivata al fondo; guardò verso l’alto. Solo un globo di luce lattescente. Allungò il piede e cercò l’acqua. Percepì con disgusto solo qualcosa di viscido, come un corpo morbido che si afflosciava sotto i suoi piedi. Aveva avuto sempre orrore di tutti i rettili e quello doveva essere un serpente enorme, forse acciambellato, forse addormentato. Cercò di spostarsi e trovare il fondo di sassi e acqua, ma i piedi continuavano a pestare solo carni e spire. Per il terrore perse l’orientamento; per quanto provasse, non riusciva a ritrovare le scale. Intanto le sembrava che dal corpo del rettile si sprigionasse come un flusso di energia che la irrorava tutta e la incantava. Una luce bianco azzurra le penetrò tutte le fibre e le uscì dal dorso dei piedi e delle mani, prendendo forma di piccoli serpenti luminosi. Dal centro della fronte le uscì un cobra eretto, dagli occhi splendenti come smeraldi. Era calma ora, sentiva che aveva visto quell’immagine da qualche parte, ma non ricordava dove.

Il parco

Durò poco, poi la sensazione scomparve, sentì sotto i piedi i sassetti e l’acqua fino alle caviglie. La bambina uscì dall’ombra all’improvviso, la tirò per i pantaloni e la condusse verso una parete dove riuscì ad intravvedere un foro largo quanto bastava per attraversare il muro del pozzo. Melina avanti, lei dietro, attraversarono insieme all’acqua che scivolava fuori e scorreva al centro di quella che le sembrò una caverna di roccia appena illuminata da un raggio di luce spiovente. Nelle viscere.

La bambina sembrava sicura, come conoscesse la strada. La guidò tra le pietre appuntite del fondo, la tirò verso delle rudimentali scale di pietra, che salivano a chiocciola nel buio.

Saliva in quella irrealtà silenziosa fatta di macchie più chiare o più scure, di masse nere e minacciose, di radi sgocciolii d’acqua. Infine si trovò in un pianerottolo e sopra la sua testa la luce e l’aria. Guardò in basso: la luce colorava profili di stalattiti e stalagmiti pinnacoli e guglie di pietra così ferme da millenni, così vive, così morte. Il lavorio lento del tempo. Melina era di nuovo scomparsa. Pensò che avesse già passato la porta chiusa alla sua destra e ci provò anche lei. Posò la mano sulla maniglia di ferro, l’abbassò, tirò e la porta si aprì su una stanzetta circolare dal soffitto conico, del tutto vuota. Si avvicinò alla finestra, guardò fuori: il parco Guell riposava al lume di luna; la cascatella di fronte scianguottava a ritmo lento lucidando le rane e i piccoli rettili di ceramica.

Il dubbio

Il pugno, era divenuto un minuscolo monolite. L’anello nella mano le sembrava caldo, pesante, vivo.

Si avvicinò leggera, confondendosi con i cespugli. Allungò lo sguardo dai mattoni forati che davano luce al granaio. Lei fuori, piccola con i capelli nel sole, loro all’interno, a capotavola, eleganti negli abiti scuri. Non li aveva mai visti così belli, così suoi. Si perse a contemplare i decori di fiori veri e di foglie alle pareti e negli angoli. I bambini chini sotto i tavoli che raccoglievano confetti. I visi dei commensali, grotteschi. Era festa. Bevevano, cantavano, mangiavano, scherzavano.

< Quando avrai l’anello – aveva detto Nunziata – lo devi dare ai tuoi genitori, durante la festa del loro matrimonio. Solo così romperai l’incantesimo della malasorte e loro non dovranno affrontare la perdita dei figli>. < Ma se i miei fratelli non moriranno, io potrò nascere?> Nunziata aveva avuto un lampo di compassione .

Era lì, poteva entrare, confondersi con gli altri bimbi sotto i tavoli, arrivare gattoni alle gambe degli sposi, allungare il braccio e posare il talismano sul loro piatto. Sarebbero stati felici per sempre.

Ma lei sarebbe nata?

A dodici anni scappò dalla strada e dalla casa, cercando di scrollarsi di dosso il suo essere. Si rifugiò nella periferia, nei campi, nei boschi. Solo. Con quella marea di sangue dentro che lo annegava. Solo, con tutto il mondo dentro. Soprattutto il mostro.

La luna sfolgorava tonda al centro del cielo; lontana, in un oceano d’aria. E il sangue di marea rapido salì alla testa. Gli sembrava di esplodere dentro la paralisi delle fibre. Immobile, di fronte al laghetto, vide il mostro materializzarsi come un’ombra minacciosa. Enorme, peloso, agitato si gettò nell’acqua, si scosse, sprofondò, riemerse; i grandi occhi folli su di lui, la bocca digrignata. Il lupo mannaro l’aveva puntato, non c’era scampo. Provò a correre. Il corpo non si muoveva.

La donna giunse da dietro, gli pose una mano sulla spalla. Insieme guardarono il mostro negli occhi, finché non scomparve.

< Non ti possiederà più, si è dissolto.

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Tra i due mondi

Mangiavano fragole e cioccolatini, alzavano calici alla Parola. Ridevano nel ritrovarsi, piccoli narcisi, dentro antichi palazzi, al primo vento di primavera. L’ancella sfinita ce l’aveva fatta. Incastrati tra i libri la sua famiglia di ribelli al completo, le amiche, tutti gli altri. L’atmosfera era buona, sembrava vera; solo lei mancava, lei come sempre non c’era.

Chissà da quale tempo chissà da quale spazio Michele le aveva risposto. Ora era così vecchia, le sembrava che non le fosse rimasto niente. Dormire. Sognare. Ma non aveva sempre dormito e sognato? Qual era la vita? Quella vera.

Quando sentiva sua moglie aprire la porta e i bambini saltellare per le scale, riemergeva dai suoi sogni solitari, apriva la porta si lasciava illuminare dalla luce proveniente dal finestrone e gli sembrava di attraversare un vetro. Passava da un mondo all’altro felice di farlo, era come ritornare in vita e scoprire odori, suoni, movimento, tutte le volte per la prima volta. Allora era contento di collaborare ad ogni lavoro che c’era da fare al momento. Si rotolava nel tappeto con i figli, andava a buttare la spazzatura, si piccava di cucinare lui per tutti. Ed era bravo davvero ad inventare nuove saporose ricette vegetariane. Ormai riusciva a dominare la sua pluralità e le sue dislocazioni.

Pensava a Michele. Chi era davvero? Il suo compagno di giochi, l’essere in frantumi quello sdraiato nel letto come una divinità? Quel dio paralizzato. Ogni volta era una trafittura acutissima pensarlo preda della malattia.

La rinuncia al sogno

Avevano cominciato i piedi a ribellarsi. Così dolorosi ogni volta che li poggiava a terra. Camminava sempre meno. Le mani non reggevano la presa. Gli occhi si perdevano nella loro nebbia. Ogni gesto diventava lento e difficile, fuori tempo. Poi la malavoglia l’aveva assalita e sottomessa. In fondo non c’era motivo per darsi da fare. Si poteva restare inerti in poltrona o nel letto per ore e ore, lasciando che il pensiero si sregolasse e confondesse. I piccoli progetti quotidiani avevano assunto forma liquida, le spinte a fare qualcosa cadevano come i capelli. Anche i denti erano caduti. Aveva chiuso nei cassetti tutti gli specchi. Aspettava. Ora si vedeva dall’alto del soffitto: un guscio vuoto. Perché niente, niente di quello che aveva fatto, pensato, detto aveva avuto senso. Ogni mano ogni cuore che aveva toccato e amato si erano infine allontanati. Era così per tutti alla fine della vita? Un deserto senza voci?

C’era una vastità di luce dorata distesa sul mare; anche lei era luce riflessa, rifratta; in lontananza, all’orizzonte, la macchiolina nera di Michele si muoveva sul confine terra cielo. Melina lasciava piccole orme d’oro fuso sull’acqua.

Il guardiano degli alberi

Dopo l’esplorazione nella città alta, scesero al porto. Era sera. Oltre il trafficato viale lungomare, c’erano i parcheggi e un giardino di grandi ficus lucenti. <Compriamo dei panini e andiamo a mangiarli sotto gli alberi, almeno la brezza ci rinfrescherà>. Suo marito acconsentì, contento di potersi finalmente sedere al fresco. Seduti su un muretto, stavano mangiando un panino al formaggio e bevendo birra, quando da dietro i tronchi spuntò un individuo alto e barcollante <Ho fame> disse con naturalezza. Melina lo guardò con curiosità: pantaloni e maglietta bucherellati, vecchie convers stracciate, capelli crespi e sporchi, unghie nere <Un barbone; giovane, troppo giovane, cosa gli sarà successo?> pensò, mentre gli allungava un panino. Lui afferrò il pane e le si sedette accanto. Suo marito bisbigliò preoccupato <Chi è, che vuole questo?> <Chiediamoglielo.> E rivolgendosi al giovane <Da dove vieni?> <Dagli alberi> <Sì, l’ho visto. Intendevo dove stavi prima.> <Prima non lo ricordo. Io sono il guardiano degli alberi.> <Vuoi dire che ti occupi della loro salute?> <Della loro vita. Sono sempre stato qui. Li innaffio, gli lucido le foglie, scaccio quelli che rompono i rami, non permetto a nessuno di arrampicarsi.> <Perché?> <Perché sono il guardiano.>

Suo marito, sempre più agitato <Dagli qualcosa e andiamo> disse, alzandosi. <Dove vai? Vieni che te li faccio vedere da vicino> cominciò a saltellare il barbone, tirandolo per la maglietta. <Lascia> intervenne Melina <deve andare a prendere la macchina al parcheggio, altrimenti ci fanno la multa>poi, rivolta al marito <Vai, ti aspetto sotto quel lampione> e lo seguì fin lì.

Quando il marito scomparve tra le auto, tornò indietro commossa dalla solitudine del giovane, che ora ciondolava tristemente sul muretto.

<Ciao, i tuoi alberi sono splendidi. Svolgi un lavoro magnifico.>

Lui si riscosse <Vuoi vedere il mio posto segreto?> <Non posso, devo andare.> <Dai, un attimo solo.> Melina si lasciò tentare dalla curiosità. Ora   sembrava allegrissimo, accelerò il passo, la prese per mano e la condusse vero un albero gigantesco al centro del parco. Scostò dal tronco un cespuglio <Guarda> esclamò soddisfatto, indicando una cavità alla base del tronco <entra, è la mia casa.> <La tua casa? Vuoi dire che dormi lì dentro?>

<Voglio dire che è la mia casa, la mia casa, la mia casa. Entra>. <Sì, sì; ho capito; ma non entro; sono troppo grossa non ci passo>. <Entra, entra> spingeva lui.

La paura cominciò a serpeggiarle nella schiena; guardava la cavità buia, sentiva le spinte sempre più violente, poi le mani che le stringevano le braccia, poi l’intero corpo sul suo dorso. Si voltò per fermarlo e restò paralizzata. Sarà stata la luce scarsa che le giocava un brutto scherzo, ma il giovane le sembrò ricoperto da un’armatura di squame verdi, le mani si erano trasformate in artigli, il viso nel muso di una belva a fauci aperte. Per un attimo si sentì perduta. <Devo pensare, pensare, pensare> poi le venne spontaneo allungare la mano e fargli una carezza sui capelli. Lui si disarmò, ritornò alla normalità, restando irrigidito, in piedi, a testa bassa.

Il marito la trovò ad aspettarlo sotto il lampione. Lei pensava che non si deve mai aver paura della paura.

La consegna

Infine qualcosa le si strappò dentro, alzò la mano fino al piatto, lasciò cadere l’anello.

La madre lo vide luccicare, abbassò gli occhi sul visetto che spuntava da sotto la tovaglia, ne incrociò lo sguardo. Raccolse il cerchietto d’oro e glielo porse <E’ tuo Melina, solo tuo. Non puoi risparmiarci il dolore, cara; tu puoi vivere anche per noi; tu sei la nostra allegria.>

 

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La manta

Vedere dall’alto. pensava mentre saliva sulla città, dentro la cabina del London Eye .

La città si estendeva a perdita d’occhio. Edificata in secoli e secoli di lavoro umano. Eppure gli uomini non erano che puntolini dispersi e rapidamente cancellati dall’altezza. Ecco perché non riusciva mai ad affrontare le situazioni con la serietà dovuta. Nelle riunioni di lavoro, più che concentrarsi sul problema del momento, si perdeva a guardare gli atteggiamenti altrui ed ogni situazione, persino la più grave, le sembrava comica. Ognuno recitava la propria parte. Le maschere si sprecavano. Le chiamavano ruoli, status, decoro ma non erano che scudi dietro i quali nascondere fragilità e pochezza.

Non sapeva da quanto fosse imprigionata sotto il grande corpo della manta, schiacciata sulla sabbia del fondo, accecata dall’oscurità, smarrita dal silenzio.

Percepì come un leggero sollievo alla schiena, poi sentì più netto il corpo della manta solleversi dal suo e innalzarsi verso l’alto; sbarbagliò luce azzurra e potè vedere le grandi ali appuntirsi sulla sabbia, ondularsi ed infine sollevarsi tra nuvolette di sabbia. Si rotolò sul fondo fino a ritrovarsi supina. La manta, come un grande corvo nero, si allontanava leggera verso la superficie. Era libera, dopo tanta apnea.

La caduta

I bambini sfidavano i getti d’acqua, che uscivano dall’asfalto e lucidavano la grande piazza, come guerrieri impavidi, esaltati dalla lotta. Era mezzanotte di torrido agosto; Michele più là guardava felice la pietruzza verde che aveva trovato sul muretto; alla luce dei lampioni brillava come uno smeraldo. La bellezza gli aveva fatto dimenticare anche le strida vicinissime dei compagni eccitati. Si riscosse quando scese il silenzio; nel fruscio delle fontane alzò la testa e li vide venirgli incontro tutti insieme, decisi a derubarlo. Gridò e corse all’impazzata tagliando la piazza, saltando le scale di un vicolo, inoltrandosi per un largo viale che portava fino alle mura della città. Dietro sentiva la torma che guadagnava terreno; non ce la faceva più, raggiunse un muretto, si voltò: vide solo esseri mostruosi e cristalli balenanti.

Sollevò il piede per riprendere la fuga ma calpestò il vuoto. Il cuore sussultò e si fermò; in caduta libera, le luci della città sbarbagliavano e si spegnevano una ad una.

Era autunno quando, accompagnato dalla mamma, uscì dall’ospedale. Non parlava più.

I genitori non capivano come, davanti allo spettacolo di una natura piena di calore, alle vigne cariche d’uva, ai torrenti che scorrevano allegri per la campagna, dove lo portavano a fare lunghe passeggiate, lui restasse totalmente indifferente, gli occhi rigirati all’interno di sé. Nessun gesto che manifestasse il minimo entusiasmo o almeno una men che minima esigenza. Non capivano perché all’improvviso si mettesse a correre furiosamente o, con indicibile rapidità, battesse le ciglia come a voler scacciare delle orribili visioni e poi cadesse svenuto.

Il soldato sparò e corse; ghignando soddisfatto, si avvicinò al bambino a terra, gli pose la mano sulla bocca, poi lo sollevò, ne strinse il corpo tra le ginocchia, gli avvinghiò le mani sul collo tenero, ruotò, tirò e lo finì. Con un grugnito lanciò il piccolo corpo lontano da sé.

Arrivarono gli altri. Quando videro Michele si immobilizzarono. Uno lasciò la presa e raccolse da terra un grosso bastone, gli occhi lampeggiavano su di lui e si avvicinavano.

Tutto divenne rosso e bruciante, qualcuno urlava. Michele sprofondava e sprofondava nel fuoco. C’erano ombre di esseri primitivi che sgozzavano altri esseri. Smembravano i cadaveri con i coltelli di pietra e gettavano le carni sulla brace dei fuochi. Donne e bambini mangiavano famelici. Il vento muoveva violento le fiamme che si staccavano e volavano verso l’alto. Poi fu il buio totale e il gelo.

Quando cadeva a terra in quel modo, la madre lo tirava su, lo accarezzava, cercava di riscaldarlo, finché non riapriva gli occhi inespressivi.

Un giorno iniziò ad urlare a ritmo del respiro e non ci fu più niente da fare. Dovettero ricoverarlo.

L’aereo

Era notte sull’autostrada dove sfrecciava, tutt’uno con l’auto nei sorpassi, attenta ai camion che lampeggiavano nello specchietto. All’orizzonte le luci dei paesi disposti disordinatamente sui crinali. Un bagliore si allungò da un’ondulazione lontana, spargendo in cielo aloni di luminosità.

Aumentava velocemente, incandescente e viva, finchè uscì tutta intera enorme e rosseggiante dal buio. Melina ne era incantata. Continuava a correre sull’asfalto evitando gli ostacoli, sbirciando la luna che si rimpiccioliva e sbiancava man mano che saliva in alto, quando una massa enorme e rumorosa tagliò il cielo sulla sua testa. L’aereo, con la coda in fiamme, continuò per un po’ il suo volo a pochi metri da terra in direzione della luna poi si schiantò. Il traffico rallentò. Melina si portò sulla corsia d’emergenza. Fermò la macchina, uscì, scavalcò il guard rail e corse verso il punto in cui era caduto. Mucchi di terra frantumata, frasche, polvere, fumo, piccole lingue di fuoco. L’aeroplano sembrava una grande bestia abbattuta. Silenzio, solo lo sfrigolare spaventoso dei focherelli della coda. Ombre confuse si addensavano agli oblò. La fusoliera sembrava integra e il portellone socchiuso.

Cercò di aiutare la gente che lo spingeva dall’interno, tirandolo con tutte le sue forze. Finalmente si spalancò. In un silenzio irreale, i passeggeri cominciarono ad uscire ordinatamente, aiutandosi uno con l’altro.

Alla fine dell’esodo, Melina entrò e, tra i bagagli sparsi ovunque e il fumo, cercò i feriti. C’era un anziano con le gambe spezzate; chiese aiuto; alcuni passeggeri tornarono indietro e lo trascinarono fuori.

Così fu per una ragazza ferita alla testa e dopo per un giovanotto svenuto. Sembrava non ci fosse più nessuno, quando in fondo alla fusoliera, tra dense volute di fumo, scorse gli occhi sbarrati di un ragazzo. Si avvicinò, mentre fiamme e calore aumentavano, lo riscosse, gli aprì la cintura di sicurezza ma lui non si muoveva. Staccò il martello appeso alla parete e cominciò a colpire con decisione l’oblò più vicino. Alla fine si schiantò in una gragnuola di vetro. Sollevò il ragazzo e gli infilò la testa e il torace nell’apertura, poi lo spinse, finchè non cadde al di là .

Si voltò verso il fondo: il fuoco divampava alto, assumendo la forma mostruosa di un essere umano gigantesco che ruotava le spalle incandescenti sulle pareti. Indietreggiò e si diede ad una fuga disperata. Fu quando raggiunse gli altri che l’aereo esplose. L’aria la gettò a terra supina, la luna divenne rosso sangue. < Michele è salvo> e le sembrava di vederlo correre tra i cespugli, lontano dal disastro.

Farmaci e parole fecero il loro effetto: lentamente risalì dall’abisso, ricompattandosi fino a riconoscersi negli specchi. Un giorno disse al medico il suo nome. Ce l’aveva fatta. Ma era molto debole, incerto come un bambino che inizia a camminare, e preferì restare ancora un po’ insieme agli altri degenti e alla squadra, dalla quale si sentiva protetto. Ascoltava musica, disegnava, inventava storie, osservava con attenzione i comportamenti di tutti. Una mattina una ragazza venne a fare visita al suo compagno di stanza e fu come se, dopo la lunghissima notte gelida, fosse sorto il sole.

La fuga

Non poteva fermarsi. La città di pietra era un utero dal quale rinascere ancora. Si inerpicò sulle pareti della grande sala verso la luce in alto. Non era facile, il piede scivolava sulla polvere, le mani si scorticavano nella presa; fu l’abilità acquisita da bambina nelle sue escursioni solitarie a condurla in cima. Fuori, nella luce dell’alba. Dall’alto la pianura era una distesa di morte, i nemici macchie grigiastre inerti, incollate alla terra. C’era da affrontare il canyon e le sembrava quasi impossibile. L’incubo della caduta di tutti i sogni di bambina ritornava. Temeva la paralisi, la contrazione dei muscoli, la rigidità delle fibre, la frantumazione del corpo. Il vento soffiava sempre più intenso, risuonava ovunque, l’avvolgeva con le sue onde morbide. Respirò a fondo e si lasciò andare come una foglia che si stacca dal ramo.

Rapidamente l’aria la portò sopra il baratro la mulinò dentro la profonda ferita della terra; la sua mente lasciava cadere ogni zavorra. Leggera leggera, aderire alle pieghe dell’aria, essere aria, non pensare, farsi occhi, lente, contemplazione. Essere colore nel colore, musica nella musica, aria nell’aria. Non essere. Sapeva che se solo avesse mantenuto un pensiero, un granello di sabbia, sarebbe precipitata. E il vento con un’ultima raffica la fece riemergere e la depositò al di là del canyon.

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Il serpente

Scese nel seminterrato ed aprì la porta del sottoscala per prendere una bottiglia d’olio. Un fruscio. Silenzio. Un fruscio. Da dove proveniva? Guardò sotto le cassette, tra le bottiglie di vino; non c’era niente. Stava per afferrare l’olio quando vide spuntare da sotto i cestini portafrutta la testa di un grosso serpente. Scattò all’indietro nel tentativo malriuscito di uscire e chiudere la porta. Il serpente si dirigeva lento e deciso verso di lei, scuotendo la lingua. Ne era terrorizzata: grosso scuro orrendo. Schiacciò la schiena al muro, sperava solo che non fosse velenoso, non trovava via di scampo. Con la mano sinistra sentì un bastone appeso alla parete, lo tirò e si accinse al combattimento. Ma la serpe sembrava non volesse attaccarla, ora si muoveva sinuosa davanti a lei come se danzasse e in ogni ansa del corpo sorgevano florescenze verdi dorate. Melina ne era affascinata. Poi con uno scatto   si erse, allungò la testa e restò immobile davanti a lei, guardandola negli occhi. Le sembrava che gli occhietti della bestia sorridessero tra il furbo e il benevolo < Io sono il farmaco, il farmaco.> Non capiva ma lasciò il bastone.< Io sono il farmaco, io sono il farmaco, io sono il farmaco> continuava il serpente e si girava lento su se stesso, fino a formare un cerchio, fino a toccarsi la coda con la bocca. E continuò a girare e girare, illuminandosi tutto. <Ha lo stesso colore dell’olio> pensò Melina. Per un attimo le sembrò che l’immagine di un medico sapiente prendesse il posto della serpe, ma fu un attimo poi lo spazio ritornò alla sua normalità; la bestia era scomparsa. Melina prese la bottiglia d’olio e tornò in cucina.

Il serpente si girava lento su se stesso, fino a formare un cerchio, fino a toccarsi la coda con la bocca. <E’ il farmaco, è il farmaco, è il farmaco> sussurrava lento il medico, osservando Michele che osservava il filmato incantato.

<E’ la tua energia vitale. Tantra. Tanta. Non averne paura. Dominala. Sai farlo. Sai farlo. Sai farlo.> La voce avvolgeva Michele e lo pacificava.

La pioggia

Non era facile tornare a casa dopo quella lunga riunione di lavoro. Guidava attenta da ore sotto la pioggia battente. Pioveva senza sosta da quasi due giorni ed i campi intorno alla città non ce la facevano più ad assorbire, così l’acqua che li allagava, appena trovava un minimo dislivello, si rovesciava sull’asfalto. Con le luci abbaglianti delle auto che sopraggiungevano in senso contrario, la scorgevi all’ultimo momento e ci finivi dentro, ritrovandoti come al centro di una cascata che impediva qualsiasi visuale. All’inizio le era parsa divertente tutta quell’acqua ovunque, ma, calata la notte, si sentiva stanca e preoccupata. si consolò, mentre entrava nella porta principale della città. Seguì le indicazioni lasciate dai vigili, evitando tutte le strade e i sottopassaggi interrotti, prese il viale che costeggiava la ferrovia e finalmente si trovò al semaforo vicino casa sua. Aspettò il verde e ripartì svoltando a sinistra. Un barbone traballante le comparve davanti all’improvviso; sterzò a destra per non travolgerlo e perse il controllo dell’auto. Vide il muro della casa venirle incontro a velocità incredibile poi si accesero mille soli.

La slitta scivolava veloce sul ghiaccio polare. Da sotto le pellicce che l’avvolgevano tutta, Melina osservava quell’immensità che scintillava gelida e azzurra, al lume di luna. Altrove qualcuno la stava aspettando.

Il barbone udì il botto e vide l’auto schiantata. Accorse, cercando di tirare fuori il corpo della donna, ma la portiera piegata non si apriva. Intanto stava accorrendo gente; si spaventò e si allontanò.

Più che mai confuso, con la sensazione di conoscere quella donna, cominciò a tremare e correre, correre verso le piante del parco. Non si rese conto di scivolare nel laghetto finché non si sentì risucchiare dall’acqua e dal fango. Ma gli sembrava che a risucchiarlo fosse un delirio di luce.

Il castagno

Funghi, castagne? La foresta, che rivestiva tutte le alture intorno alla città, li accolse con il suo intrico di multiformi vegetali silenziosi. L’aria si fece verde, il sentiero scivoloso di muschio; quasi un percorso di guerra. Si scavalcavano grossi tronchi scortecciati, si calpestavano piccole pigne marcescenti. L’occhio saettava dagli stravaganti funghetti-margherita, alle fronde che impedivano il cammino, alle balze scivolose di terriccio. Ovunque si scorgevano forme inconsuete in quell’aria primordiale. Paesaggio alieno – pensava Melina, mentre rispondeva alle domande dei compagni e partecipava al gioco – non occorre esplorare altri mondi, già questa nostra terra ci riserva sorprese continue, a saperle cercare, a saperle vedere.

Scendevano verso il tempio dei castagni; si disperdevano, piccoli esseri rasserenati, sotto quel tetto di foglie, sopra quel letto di disfacimento.

Poi fu la radura. Di colpo Melina s’incantò: al centro, il castagno secolare sembrava un gigante sconfitto. Annientato dal fulmine. Se ne stava immobile, il grosso tronco mezzo scortecciato che terminava in cinque monconi di rami contorti; tutt’intorno, a terra, i resti dei suoi rami come corna di animali primordiali, come canoe o antiche imbarcazioni disossate.

Le parve di riconoscerlo; era come se stesse aspettandola, come se le parlasse. L’attrasse a sé.

Si avvicinò, carezzò il muschio della corteccia, la carne liscia e umida, denudata; lo abbracciò. Il tronco si allargava sulla terra in ondulazioni di corteccia e cavità. Tane accoglienti e misteriose -pensò- chinandosi, per entrare in quella più grande. Nel buio, che sapeva di legno umido, luccicò qualcosa: un piccolo piccolo oggetto in bilico sulle fibre legnose. L’anello! Infine l’aveva trovato.

C’era voluta quasi tutta la sua vita lineare, terribili prove, speranza e disperazione, pazienza e sperdimento, impegno e volontà, c’era voluto di non credere più al sogno, di lasciarsi andare allo scorrere lento dei giorni e l’anello le era stato restituito. Restituito? Voleva dire che era suo fin dall’inizio? Che doveva solo riconoscerlo? Non poteva chiedere ai compagni. Solo Michele, l’invisibile Michele, poteva saperlo. Dov’era dopo tanta dimenticanza? Le parve che dal grande tronco si sprigionassero delle onde concentriche; allora, con un palpito di gioia, avvertì che era lì; era il castagno.

La luna nera

Nel buio assoluto, anche il silenzio non era quello della terra. Questo era eterno. Non ci sarebbero stati mai il vento e l’acqua a scuoterlo, alcuna forma di vita mai, tra i ciottoli e la sabbia. Sapeva di arditi astronauti che avevano raggiunto quei luoghi ed erano riusciti a tornare; anni di allenamento, sgomento e sacrifici. A lui era bastato pensarla, in notti irreali trascorse nella sua contemplazione.  Alla fine la marea di luce, l’aveva risucchiato e portato con sé.

Se ne stava accucciato sulla sua pelle nera in quella solitudine astrale, lontanissime le stelle, ancora più lontana sembrava la terra.

Sulla luna non sarebbe stato più necessario parlare. Aveva preso la luna. No, era lei che aveva preso lui e non lo liberava.

 

I saltelli a piedi nudi di Melina risuonarono come un boato. <Cosa fai qui da solo? Vieni, andiamo.> <Come hai potuto arrivare fin qui?> <Mi ha guidato il mio amore.> <Il tuo amore? Sai cos’è?> <No, con precisione no. Credo che sia il bisogno di volere il bene degli altri anche quando ci fanno del male oppure quello di volere  il proprio. E’ quando stai bene con un’altra persona, quando non ti stancheresti mai di ascoltarla o di raccontargli i tuoi pensieri.> <Non hai paura di me?> <A volte, quasi sempre, ma poi qualcosa la vince; è come per una rosa rarefatta che, schiudendosi,  involgarisce la bellezza di tutte le altre>. Non capiva, ma si sentiva trasportare nello spazio morbido, il corpo unito a quello di lei. Si allontanavano dalla massa scura della luna, desiderando solo la luce e la terra.

Disorientati dall’oscurità,  videro apparire una specie di cometa. Non era una cometa, piuttosto una nuvola di nebbiolina luminosa, una scia che si spostava nella direzione della sua parte più densa. <Sembrano fantasmi di esseri umani> <sembra un corteo di anime>. Davanti a tutte quelle forme avviluppate l’una all’altra c’era un essere a due teste, una aveva la forma del sole, l’altra della luna. <E’ bellissimo> <E’ perfetto>. Si spostarono verso il prodigio e fu allora che si resero conto di trovarsi davanti ad uno specchio. <Siamo noi> sussurrarono insieme, infinitamente meravigliati. Ora era chiaro perché quello che pensava uno sembrava che l’avesse pensato l’altro.

… e il tempo tornò…

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Le dune

Se ne stava distesa sulla sabbia morbida, in un avvallamento tra una duna e l’altra ad osservare la perfetta bellezza del piccolo giglio di mare, che ondeggiava alle folate di vento.

Le sue dune, di mattina; il profumo della macchia. I piccoli ginepri, i ligustri, le ciocche di margherite in fiore. Il frangersi lento del mare sulla grande spiaggia. Non c’era luogo migliore per salutare la sua avventura sulla terra. <Sarà come quando si abbassa un interruttore>

<Vai a lavoro, Melina?> era così viva sua madre mentre diceva le ultime parole, quella mattina d’inverno, seduta al tavolo con il tovagliolo al collo, mentre le imboccavano la colazione. Era come se avesse detto non mi abbandonare, resta. E lei l’aveva abbracciata ed era uscita triste.

Quando credi di aver dimenticato, le immagini tornano così nitide, ma così nitide, che ti stupisci di possederle ancora; come quella volta che improvvisamente le era apparso il viso del suo primo amore, così come era stato a vent’anni e come non sarebbe stato più. Allora aveva compreso: anche il contatto di un attimo, s’imprime per sempre nel nostro cuore. Tutto ciò che abbiamo conosciuto resta in noi. Tra la nebbia dello sguardo, scorse la sua famiglia sulla spiaggia, i bambini, i figli, le compagne dei figli, suo marito. Si sentì allegra, avrebbe voluto ancora camminare a quattro zampe sulla sabbia, con i figli a cavalcioni sulla schiena, provare il salto in lungo con le bambine, stonare le canzoni preferite con il suo uomo.

Il suo uomo, che da ragazzo si passava le dita tra i lunghi capelli, come avrebbe fatto ora, che era quasi calvo; e non poteva più guidare la moto; e non poteva più leggere il giornale per tante ore; il suo uomo, bambino sempre; le veniva da ridere; ma sì, poteva farcela anche senza di lei.

Sull’altra costa, dall’altra parte del mare, anche Michele giocava sulla spiaggia con i suoi figli e la sua donna. Lo colse, sagoma controluce, nell’attimo in cui si slanciava a parare la palla in volo <Bravo, l’hai presa> esultò, poi si spense. Il piccolo giglio rabbrividì.

Aveva avuto una vita lunghissima, lui, che cercava la morte ogni giorno, senza ragione. Quando la famiglia lo vedeva aprire la porta della torre e richiudersela alle spalle, lo lasciava andare e restava in attesa: prima o poi sarebbe tornato dal suo viaggio con le mani colme di sassetti colorati per tutti.

In solitudine, fuori il mondo, Michele dava sfogo alla sua energia creativa. Aveva ammucchiato un’enorme quantità di libri che leggeva e rileggeva, quaderni aperti dappertutto in cui appuntava i pensieri che come acute punte di spillo gli bucavano la testa, disegni, schemi, calcoli: il pensiero umano scorreva e dilagava dentro quelle mura spesse; lo inondava in analisi e sintesi e poi esplodeva in intuizioni e illuminazioni. Ogni volta gli sembrava di morire di parto e ogni volta rinasceva, dopo l’esplosione di tutte le sue fibre. Dopo. C’era sempre una parola, un’immagine, una musica che non era mai esistita prima e che avrebbe commosso l’umanità.

Nessuno lo aveva mai incontrato realmente eppure molti lo conoscevano e lo amavano attraverso le sue opere. Quell’amore, che penetrava dentro le mura e lo avvolgeva, gli faceva l’effetto della piccola coccinella allegra che si posava a sorpresa sulla scrivania e, impavida, talvolta, gli risaliva le dita e il braccio. Come se dicesse <Non sei solo> <Non sei solo> <Nessuno è solo mai>.

Ma lui non poteva essere allegro come l’ingenua coccinella, la sua anima conteneva il piombo della crudeltà e del dolore umano; rappresentarlo in colori cupi, parole nere, suoni dissonanti, era il suo destino.

Dalla torre vedeva succedersi le stagioni, voltoni di anni che lentamente rendevano più fragile il corpo, più debole la mente. Quel giorno, in rumori impercettibili, gli orologi delle pareti si liquefecero e colarono sul pavimento. Sentì che il momento temuto e sperato stava arrivando. Allora aprì la porta della torre, uscì nella luce, s’incamminò verso la spiaggia. Alle dune si lasciò alla sabbia, spossato. Due tortore sfrecciarono verso il mare. Nel suo sguardo annebbiato si mutarono in due bambini che correvano allegri e si perdevano lontani all’orizzonte, confondendosi con l’aria.

Epilogo

La luce frangeva il buio e, nel baluginio dell’ombra, era crepuscolo ed era aurora; era autunno ed era primavera. Scintille d’oro pulsavano, rallegrando l’aria, perché tutto era stato reso come si conviene alla vita, quando tenacemente si attacca alla volontà di rendere al mondo tutto ciò che l’ha nutrita.

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