DAL FONDO I miei primi dieci anni

Una nonna racconta alle proprie nipoti vari episodi della sua infanzia, vissuta, negli anni Cinquanta del Novecento, in una piccola valle della campagna toscana. “Vi regalo il racconto di una storia fossile, proveniente dal fondo della mia memoria, ma anche dal fondo dell’umanità e della gerarchia sociale; e pure dal fundus, nel significato latino di campo”, dichiara l’autrice che, affabulando le sue vicende, mette in evidenza i sistemi di vita e di lavoro, nonché la socialità, i bisogni e le privazioni delle famiglie contadine dell’epoca e ci fa assistere alla fine della millenaria società agricola.
Il testo si presenta diviso in brevi paragrafi titolati ed è arricchito da alcune poesie e da alcune immagini. A corredo un breve glossario con la spiegazione delle parole desuete o dialettali.

 

GRAZIE

A

RENZO MONTAGNOLI

che mi ha regalato una appassionata recensione
su

Arteinsieme.net

 

 

 

Arezzo – 16 Giugno 2019 –  Villa Severi – Nell’ambito dell’evento “Festival in villa”

presentazione di Dal fondo

 

 

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Amico libro

 

Quell’odore intenso di cellulosa
che mi dava la nausea
esalava dai nuovi manuali di scuola
così lucidi e illustrati, misteriosi
sparsi sul tavolo, contemplati
allineati sulla mensola
– compagni libri da allora.
Libri portati a mano, in cartella
sottobraccio, tenuti assieme con un laccio
– e il braccio mi faceva male
libri aperti, letti in un bar, in pullman
in treno, in casa, a scuola
in ospedale, per la via – libri compagnia.
Libri trovati per caso, consigliati, scoperti da sola
libri mondi, libri universi
libri di pianto e di gioia, libri profumo
polveroso di carta ingiallita.
Libri sottolineati, strapazzati, letti, riletti
raccontati, libri amati poi quasi dimenticati.
Libri in borsetta, nello zaino, in valigia
sparpagliati in tutte le stanze della casa.
Libri mai aperti – in attesa – ancora silenziosi.
Libri vecchissimi, irrinunciabili, preziosi
vicini a me in ogni stagione della vita.
Libri riletti, ritrovati, piccoli, piccolissimi libri
spessi di bellezza e di poesia.
Libri sfogliati con le mie mani e sfogliati e sfogliati
siete più affascinanti, siete più amati, siete più veri
di qualsiasi, sia pure esaltante, nuova tecnologia.

Notturno di maggio

 

 

Illanguidite dormono le rose
dal diurno civettare con la luce.
Dormono le iris gialle e quelle blu.
Le corolle dei papaveri si sono chiuse.
Anche le ginestre hanno spento le luci.
Gli alberi sono cupe ombre silenziose.
Radi sempre più radi dai nidi i trilli
i fischi, i chiocciolii degli uccelli
flebili sempre più flebili le loro voci.
Sbadiglia la vita nell’oscurità.
Dopo tanto fervore di voli e di fiori
molle s’adagia sul velluto del sonno
smemora sulle morbide piume del sogno.

Miraggio

Dopo la pioggia di aprile
dalla fresca verzura
effervescente di colori
sorse nell’aria
un solido fragile arco

Fiammeggiante sulla terra
sfumato nel gran cielo
appariva porta vasta
per un mondo altro

Ipnotizzata dalla luce
elettrizzata dal colore
pigiavo sul pedale del gas

ma invano tentavo di entrare

sfuggiva al mio desiderio
si spostava sempre in avanti
oscuro simbolo abbagliante
mi obbligava ad inseguirlo

Il sogno di Solomeo

BRUNELLO CUCINELLI

IL SOGNO DI SOLOMEO

Feltrinelli
Settembre 2018

 

Si potrebbe dire “ecco ora che ha consolidato il suo progetto d’imprenditore si concede anche un libro per celebrare le sue imprese”. Ma è un buon libro, di facile lettura, ispirato da un fortissimo entusiasmo.
Cucinelli, da contadino eticamente solido e razionale, porge ai giovani la filosofia che ha ispirato il suo fare: sognare e trasformare le idee in progetti concreti; leggere di tutto, ma soprattutto di filosofia; e riconoscere la grandezza della Grecia antica, anzi traslare i suoi esempi di giustizia, equilibrio e bellezza nel presente. Qualche giorno fa, prima della lettura del libro, ho visitato Solomeo.

Era domenica, per il borgo regnava quel silenzio che Cucinelli dice spirituale e, davvero! nel percorrere le viuzze, tra i palazzi restaurati tutti alla stessa maniera e trasformati in scuole d’artigianato, nelle piazzette aperte sulla pianura sottostante e le montagne all’orizzonte, si respirava armonia e serenità, tanto che l’atmosfera somigliava a quella che si respira nel palazzo ducale di Urbino.

E’ il suo piccolo grande mondo, creato con il denaro ricavato dai buoni affari del capitalista umanistico, come lui stesso si definisce.


Mi era sempre piaciuto l’esperimento di Robert Owen e avevo pensato che si fosse ispirato anche a lui; leggendo ne ho avuto la conferma. Passato presente e futuro si integrano nel pensiero di Cucinelli e nel suo modo di raccontare; cosicché in poche pagine scorrono i fatti salienti della sua vita contadina (che conosco benissimo perché è anche la mia), i suoi primi tentativi da imprenditore, e i suoi tanti viaggi per acquistare e vendere in Germania, Russia, Cina, Mongolia, Turchia. Ha buone parole per tutti coerente con il principio “ama chi lo merita, sopporta gli altri”. Insomma una personalità che sceglie di vedere solo gli aspetti positivi del mondo. Sembra che per lui il bicchiere mezzo sia sempre mezzo pieno. Ottima iniezione di fiducia per tutti noi. Anche una storia di vita che diventa favola e una prova di capitalismo non antitetico all’umanità, se fondato sul rispetto di ogni singolo uomo, della sua cultura e del suo lavoro.

Tempo di Aprile

Da un mondo all’altro
con leggerezza
danzando senza sosta
come gli uccelli di aprile
fare pensare fare
desiderare
tortore merli colombe
fischi richiami
saltelli sull’erba
cibo nidi cibo
la vita gremita
la vita dà vita
vola si posa si nutre
pro-crea accudisce gioca

Da un mondo all’altro
imprevedibile
come il cielo d’aprile
brontolare annuvolarsi
piovere risplendere
gonfiarsi sciogliersi
sgocciolare illuminarsi
piovere ancora
sull’effervescenza
delle cellule mai così vive
di tutto questo nuovo verde
del tempo di aprile

Prato di seta

Il vento leggero soffiava sul prato
i fiorellini celesti del lino
gli umili anemoni d’oro
il cardo dal calice rosa stellato
insieme ai lunghi fili dell’erba

nella luce ondeggiavano
e tutti vibravano

alle carezze del vento sul prato
sorridevano nel tepore del sole
ignorando il mio sincero stupore
per la bellezza della tenera seta
tessuta da un semplice prato

Nel deserto

Per caso nel buio alzai gli occhi
e un cielo lastricato di stelle
gremito di minuscole luci a miriadi
un cielo di nastri di luce
fioriti d’argento e diamanti
un tetto di lumi ancestrali
di pietre preziose un soffitto
sfolgorava su me
rivelando i miei limiti
di piccolo umano imperfetto
che di meraviglia vibrava
e fremeva col cielo all’unisono

Appunti di viaggio – Marsa Alam, Gorgonia Beach

 

 

30 marzo
10000 metri sopra il deserto egiziano. Nuvolette bianche gettano ombre verdastre sull’ocra della terra. Si discopre il cielo; si svela il nulla. Superficie avana graffita da grandi vene e capillari scuri. Letti di uadi sulla terra spellata, secchi sistemi sanguigni, dimensioni infinite. Rocce. Sabbia. Venti.
Ore 10 e trenta. L’aero punta alla costa. La barriera corallina verde rame s’incontra col deserto. Ecco i colori e le sfumature delle stoffe africane!
Dall’alto l’aeroporto di Marsa Alam sembra una città spaziale. Estrema tecnologia in un paesaggio totalmente naturale.
Da Marsa Alam a Gorgonia. Gli Egiziani sono piccoli e bassi; sorridenti e gentili. Il pulmino corre impazzito sull’unica strada lungo costa, un nastro dritto d’asfalto. Tra le rocce e la sabbia il vento ha mulinato grandi mucchi di buste di plastica.
Qualche edificio in costruzione apparentemente abbandonato. Desolazione. Rari cespugli. Sassi. Tra la strada e il mare qualche villaggio turistico, come un antico pueblo: un semicerchio di edifici fronte mare immersi nel verde e al centro lo spazio con le piscine.
Ore 13. Arrivo a Gorgonia Beach. L’ingresso ad arco fa pensare a una fattoria. Curatissimo il parco, ricorda quelli di Ischia: palme, ibiskos, siepi dalle tante forme, pratini, acacie e cespugli in fiore. Vialetti e edifici bianchi. La nostra camera è nel secondo semicerchio a partire dal deserto. Dalle scale oltre il muretto di recinzione lo vedi ancora. Sai che oltre c’è una vastità infinita di niente. Tutto all’interno è perfetto, ma ti senti sperduto e esposto alla precarietà.

3 aprile
Il giardino dell’Eden è delimitato a destra da un basso muretto di bozze, a sinistra da una staccionata di legno. Dietro di noi le alture desertiche, davanti la barriera corallina. Il Direttore corre sulle dune e sui vialetti con la sua rossa automobile elettrica, indicandoci oltre la staccionata gli otto generatori elettrici a gasolio e il potente depuratore dell’acqua salmastra. Con questa attenta e fragile tecnologia hanno fatto fiorire il deserto. Per tutto il giorno squadre di giardinieri potano le siepi, innaffiano, rasano i prati, sistemano gli impianti a goccia, trapiantano le piantine che hanno fatto germogliare in serra. Ai lati dell’ingresso, il quartiere dei lavoranti con una piccola moschea, e quello dei manager e degli animatori per lo più italiani. Il lavoro è lento, sorridente, pacifico, comunicativo. Gli Egiziani sembrano molto contenti di lavorare in questo luogo.

4 aprile
Numerose sono le attività. Puoi scegliere tra lo stretching sotto gli alberi, l’uscita nel deserto a raccogliere la plastica, i bagni nelle piscine di acqua calda e fredda insieme ai gabbiani neri e agli aironi, lo snorkeling sulla barriera corallina, le lunghe passeggiate per la spiaggia alla ricerca di conchiglie o, semplicemente, il riposo sui comodissimi lettini della riva.
La barriera giunge fino a riva ed è proibito camminarci sopra.
Ci sono tre camminamenti delimitati dalle boe che conducono a delle piscine naturali che puoi raggiungere dopo aver calzato scarpette adeguate.
C’è un lungo pontile dal quale osservare la vita acquatica: grandi e piccoli pesci coloratissimi, ciuffi di madrepore e coralli biancastri, rosa, violacei. Giunto alla fine del pontile, puoi immergerti munito di pinne e boccaglio per ammirare la ricchezza di vita di questo mare. Un ragazzino riemerge entusiasta: ha fotografato due grandi tartarughe; un altro mi racconta di aver visto un dugongo. I pesci nuotano lenti tra rocce e coralli. Oltre, molto oltre, al di là del mare c’è il deserto arabico, verso Sud-Est La Mecca.
Infine la SPA offre massaggi di tutti i tipi. Sotto le mani forti e esperte delle giovani donne velate la mia schiena riprende a respirare.

All Inclusive
Puoi scegliere di mangiare nei 4 ristoranti a disposizione.
El Uadi è il selservice più grande e attrezzato, offre colazione, pranzo e cena. Il cibo è vario e molto buono. Occorre voltarsi dall’altra parte passando davanti al lungo banco dei dessert per resistere alla tentazione dei dolciumi, infinitamente attraenti per i loro colori, profumi e forme. Ottimi il riso, il couscous, il pane nero, la pasta e le tante verdure. Un ristorante improvvisato sulla spiaggia offre invece salsicciotti di manzo o di pollo, patate fritte e kebab, quasi fosse un MacDonald italo egiziano. Accanto alla nostra camera c’è la pizzeria e, infine, ai confini del parco, vista mare, l’elegante ristorante italiano realizzato in un edificio a forma di tenda, per usufruire del quale devi prenotare la mattina. Offre ottimi piatti di pesce alla siciliana.

5 aprile – pomeriggio e notte. Parco Nazionale di Uadi el Gemal ( la valle dei cammelli) nel deserto Orientale detto anche Arabico.

Il fuoristrada corre verso lo Uadi sul nastro della litoranea. Alla guida Mohamed Gad, ex direttore del parco, che ci indica i resti dell’antico porto tolemaico e romano di Berenice dove arrivavano le spezie via mare ed erano trasportate poi via uadi fino alla valle del Nilo. Spiega che lo Uadi è ciò che resta di un fiume risalente a 15000 anni fa, che nasceva dalle montagne dell’interno e era alimentato da un ventina di affluenti che hanno creato una vasta rete di valli secondarie. Nell’antichità il territorio era famoso per le sue miniere di smeraldi, oggi è abitato da oltre 2000 beduini della tribù degli Ababda, che si dedicano prevalentemente all’allevamento brado di ovini e dromedari.

Passato il porto di Berenice e il mangrovieto, Mohamed svolta a destra, dirigendosi verso un robusto e basso edificio di pietre incastrate l’una con l’altra: l’ingresso al Parco. Tra i radi cespugli spinosi avvistiamo i primi dromedari al pascolo. Usciamo dalla pista. Basse montagne all’orizzonte, catene e catene di diversi colori. Ad una cunetta il fuoristrada si spegne e non vuole più rimettersi in moto. Gli uomini si chinano sul cofano aperto. Arriva un ranger in PK, batte il cinque a Mohamed e anche lui si china sul motore. Tutti insieme decidono di spingere l’auto in discesa, ma questa singhiozza e tace di nuovo. Si chiama il meccanico. Intanto con la mia amica chiediamo di poter raggiungere a piedi l’ingresso del Parco che ci sembra piuttosto vicino. Ci lanciano bottigliette d’acqua. Andiamo! Camminiamo tra pezzi di basalto e di granito; chissà! Magari affiorasse uno smeraldo!
Ormai lontane, sole tra i dromedari, ci fermiamo ad ascoltare il silenzio, mentre l’aria fina entra nei polmoni con facilità e li riempie. Qui il silenzio è un’altra cosa, è silenzio nel silenzio, silenzio eterno; è la calma, è la pace assoluta. In lontananza greggi di pecore nere e qualche pastorello che scompare velocemente dietro le dune.

Le distanze si allungano. Giungiamo all’ingresso sudate e serene. Il PK ha portato il nostro gruppo alla strada asfaltata. Il pulmino dell’Hotel ci soccorre. Entreremo nel deserto da un’altra via. Dopo alcuni chilometri si lascia il pulmino e l’asfalto per inoltrarci di nuovo nell’interno. Come un campesino mi accovaccio sul cassone del PK del ranger tra i lavoranti e il sacco del ghiaccio. Di fronte a me, seduto fuori del bordo il giovane “Felice”, altissimo beduino vestito di bianco dal volto etiope. Il PK evita la pista perché troppo ondulata e corre libero nel deserto tra curve, dossi e scossoni. E’ il tramonto, la schiena urla, ma gli occhi si perdono nella bellezza della luce.

Alla tenda i beduini hanno già acceso i fuochi e (sorpresa!) il fuoristrada, riparato dal meccanico, ci ha preceduto. Riprendiamo con Mohamed la corsa interrotta nell’uadi all’imbrunire fino a raggiungerne il cuore. Le insperate piogge di novembre hanno rinverdito le tamerici della valle. Si corre tra rilievi acuminati di roccia alzando nuvole di polvere alla ricerca di civette. Mohamed si ferma, ci fa scendere nella notte, attiva il richiamo. Dopo poco, dalle cime ci rispondono ben tre civette. Una si alza in volo e ci piomba quasi addosso. Bianchi fantasmi vaghiamo a lungo come bambini curiosi tra le rocce, ma gli uccelli non si fanno più vedere.
Di nuovo il fuoristrada corre all’impazzata nella notte; un coniglio selvatico ci taglia la strada; simili a batuffoli chiari alcuni topi sbucano dal terreno e si perdono tra i sassi.

Alla tenda.
Scendo e, senza volerlo, guardo in alto. Non posso evitare un grido di meraviglia. Miriadi di stelle e stelline che sembrano vicinissime mi disorientano, sono talmente fitte che non riesco a ritrovare le costellazioni conosciute. E’ un cielo meraviglioso, mai visto, se non, in parte, con il telescopio di mio figlio.
Ci togliamo le scarpe, ci sediamo alla meglio sui tappeti. I beduini offrono zuppa di lenticchie, pollo arrostito sui carboni, pane non lievitato cotto sotto la brace e un dolcissimo caffè allo zenzero. Assente la luna, il cielo sbriluccica nel buio. Cade qualche stella. Questo è il selvatico che amo. Tutti insieme, neri e bianchi, africani e europei felici per questa meraviglia di cielo.

Kairos


Poi viene l’ora dell’onda lenta
di rosaverde madreperlata
il cielo cupo la fresca brezza.
Pescatori esausti
ci sediamo sulle nostre lenze
lanciate nell’andirivieni
di tutti i tempi
ed aspettiamo
che qualcosa passi
che qualcosa accada
che qualcuno torni.
Così- senza sperarci troppo
un po’- senza passione
perché-ora-più calmo
perché-ora-più dolce
è dell’attesa il tempo
e non vorremmo sapere
se sarà tempesta o fine pioggia
il pesce della quantavita
che ci rimane.
Un po’ discosti guardiamo
la sabbia che ci accarezza
e non ci annoia
l’eterno andare l’eterno tornare
delle genti – i biondi bambini
pascolare nel cerchio dei familiari
giovani affetti.
Arriva sempre il momento giusto
dopo il tormento e la bufera.
Sereni
compenetrati
nessun pensiero che ci agiti e ci disturbi
ma lo sciabordare
il leggero sibilo
il fischio
il rovescio
le increspature
il verde intenso
sullo scosceso delle due sponde:
qualcosa passa
qualcosa accade
qualcuno torna.

FC -7 settembre 2018