Cristina Campo

CRISTINA CAMPO (VITTORIA GUERRINI)

LA TIGRE ASSENZA

ADELPHI
MILANO 1991

“Ha scritto poco e le piacerebbe aver scritto meno”

Non è sempre immediato l’ingresso nella Parola di un Poeta; a volte l’anima tentenna, rifiuta il coinvolgimento, resiste dubbiosa, perché si trova di fronte l’altro da sé, l’opposto che ti propone in lettura un’esperienza che non ti eri mai sognata di affrontare o che hai già vagliato e rifiutato come a te non appropriata. Occorrono allora varie riletture per familiarizzare con la parola sconosciuta, non tanto per immedesimarsi, ma per “sentire” che il sentimento espresso è autentico, vitale, magnifico e la sua radice non è poi così distante dalla tua.
Cristina Campo (al secolo Vittoria Guerrini nata a Bologna nel 1923 e morta a Roma nel 1977) è cristiana cattolica; è contraria alle riforme liturgiche del Concilio Vaticano Secondo ed esalta nella sua opera la liturgia bizantina, come il rito più adatto a celebrare i misteri cristiani. Io sono atea e considero qualsiasi dio un mito, una storia che l’uomo ha immaginato per descrivere l’evoluzione della cultura e della sua coscienza. Mi chiedo come possa com- prendere le sue parole. Posso farlo, almeno in minima parte, ripensando l’esperienza, comune a entrambe, del momento poietico, durante il quale si vive un’emozione così potente e misteriosa che trascende la realtà; e forse è proprio questa esperienza che fa affermare alla Campo nel saggio “Sensi sovrannaturali” :

“…Chi resterà a testimoniare dell’immensa avventura, in un mondo che confondendo, separando, opponendo o sovrapponendo corpo e spirito li ha perduti entrambi e va morendo in questa perdita? Nel tempo vaticinato in cui i vecchi vedranno visioni e i giovani sogneranno sogni, forse unicamente i poeti, che hanno dimora simultanea nella vecchiaia e nella fanciullezza, nel sogno e nella visione, nel senso e in ciò a cui il senso allude perennemente.”

Entriamo perciò nel libro da amanti della poesia. Già nel titolo La tigre assenza, tratto da una breve poesia dedicata ai genitori perduti, si possono cogliere le caratteristiche principali della Parola della poetessa: concentrazione e simbolo. La tigre come icona dell’assenza divorante, conduce immediatamente ai versi di Eliot (che Cristina chiamava familiarmente Thomas, traduceva e amava moltissimo) “… Nell’adolescenza dell’anno/venne Cristo la tigre/nel maggio depravato, corniolo e castagno, albero di Giuda/In fiore, per essere mangiato, per essere spartito, per essere bevuto…/ ) e mi fa pensare che, probabilmente, la tigre, elegante e flessuosa, che le dilania l’anima e rischia di toglierle la parola, non è solo assenza-presenza dei genitori, ma anche e soprattutto assenza-presenza dell’Invisibile, il cui contatto, secondo quanto afferma nel saggio citato, avrebbe il potere di trasmutare i sensi naturali in sovrannaturali, in una simbiosi di corpo e spirito. E questa idea di presenza/assenza, che conduce alla trascendenza, la ritroviamo espressa in quasi tutte le poesie della sua scarna produzione, raccolte in Passo d’addio e Poesie sparse. “Ha scritto poco e avrebbe voluto scrivere meno”- dice di sé Cristina, e questo perché ha il culto della Bellezza e della Perfezione. Infatti già nella prima raccolta, risalente agli anni Cinquanta, ci si trova di fronte a un’espressione poetica estremamente curata, (endecasillabi e settenari; assonanze, consonanze, allitterazioni; figure retoriche) dalle immagini delicate e dal dire suggestivo e misterioso :

“La neve era sospesa tra la notte e le strade/come il destino tra la mano e il fiore…”

“Tu, Assente che bisogna amare…/termine che ci sfuggi e che c’insegui/
come ombra d’uccello sul sentiero:..”(Il maestro d’arco)

…Ora tornano sul Tamigi/sul Tevere i bambini trafitti dai lunghi gigli
le piccole madri nei loro covi d’acacia/l’ora eterna sulle eterne metropoli
che già si staccano,/ tremano come navi pronte all’addio…(Elegia di Portland Road)

Ma è nella seconda raccolta Poesie sparse che, dopo anni di penoso silenzio gonfio di pensieri e di emozioni incapaci di trasformarsi in parole, si dispiega tutta la passione religiosa della poetessa, il suo afflato mistico, l’esaltazione della “santa gnosi della distanza…Che prossimità spegne/come pioggia di cenere”(Nobilissimi Ierei).
Qui leggiamo tra gli altri, e non senza emozione mista a stupore, i poemetti Diario bizantino e Canone IV, nei quali la poetessa, proprio alla fine della sua vita, sprigiona da sè e lascia fluire in parole incandescenti, il sentimento primigenio della divinità, dandoci la visione di un Dio “Tremendo” e attribuendo ogni Potere al Simbolo con il quale Egli si diffonde nel tempo e nello spazio.

L’avventura di conoscenza dentro questo libro non finisce con le poesie dell’autrice,  perché  ci aspetta la  ben più ampia sezione Traduzioni poetiche, che avrebbe potuto comporre un ipotetico Libro degli amici e che riporta, tradotti in completo afflato, tanti testi di poeti a lei contemporanei e non, ma tutti legati dal filo conduttore della ricerca di spiritualità e/o misticismo. A testimonianza del quale, trascrivo solo alcuni versi di pochi:

San Juan De La Cruz (da Strofe scritte sopra un’estasi di alta contemplazione)

…8- E se volete udire,
consiste, la somma scienza,
in un acceso sentire
della divina Essenza.
Opera della sua clemenza
lasciare non intendendo,
ogni scienza trascendendo.

Somma della perfezione

Oblio di tutto il creato,
memoria del Creatore,
attenzione interiore
e starsene amando l’amato.

John Donne ( da Aria e Angeli)

“Due o tre volte ti amai senza conoscere
Il tuo volto o il tuo nome.
In una voce, in una fiamma informe
così talvolta ci percuote un angelo
per essere adorato… “

Hèctor Murena (da All’ora esatta)

“…in quell’istante
sentii dimorare qui
dietro la sedia
alla destra, quasi accanto a me,
una enorme dolcezza
un quietissimo moto,
l’invisibile
fiore dei fiori…”

Alla fine della lettura mi dico in tutta sincerità che ho appena sfiorato i tanti contenuti presenti in questo libro e, nelle mie pochezza culturale e scarsa conoscenza dei significati della simbologia cristiana, potrei pure averli fraintesi, però sono sicura di avere percepito in pieno l’invasamento numinoso dal quale è stata investita l’autrice e di essere rimasta colpita dall’intensità e dalla bellezza delle sue parole. Per questi motivi mi trovo pienamente d’accordo con quanto affermato nel quarto di copertina “A nulla della poesia italiana del nostro tempo possono essere avvicinate le liriche di Cristina Campo, ma piuttosto a Simone Weil e…. a tutti gli autori dei quali la Campo ha lasciato traduzioni che sono altrettanti esercizi di metafisica simbiosi.”

Canone IV

Il Tremendo, conoscendone l’animo pieghevole come il salice al vento dell’idolatria, trasfuso ch’ebbe nella divina icone
il suo indicibile sguardo sugli uomini,
volle talora sottilmente provarne
l’antico occhio di carne,
un lampo trasfondendo della suprema Maschera
in un volto di carne:
centro celato nel cerchio, essenza nella presenza, lido inafferrabilmente coperto e riscoperto
della Somiglianza, fermo orizzonte dell’immagine, all’incrocio del tempo e dell’eterno,
là dove la Bellezza,
la Bellezza a doppia lama, la delicata,
la micidiale, è posta
tra l’altero dolore e la santa umiliazione,
il barbaglio salvifico e
l’ustione,
per la vivente, efficace separazione
di spirito e anima, di midolla e giuntura,
di passione e parola…
O quanto ci sei duro
Maestro e Signore!Con quanti denti il tuo amore
ci morde!Ciò che dal tuo temibile
pollice luminoso è segnato
– spazio ducale tra due sopraccigli,emisferi cristallini di tempie, sguardi senza patria quaggiù, silenzi più remoti dell’uranico vento –
ancora e ancora, scoperta e riscoperta
la tua Cifra per ogni angolo della terra, per ogni angolo dell’anima da te è gettata,da te è scagliata:
a testimoniare,a ferire
a insolubilmente saldare
a inguaribilmente separare.

Biografia di Cristina Campo

Pseudonimo della poetessa e scrittrice italiana Vittoria Guerrini (Bologna 1923 – Roma 1977). Compì studi privati, minata da una malattia al cuore che condizionò la sua intera esistenza. Cresciuta nel culto della bellezza e animata da un’incoercibile tensione alla perfezione, etica non meno che estetica, fu influenzata a lungo dal pensiero di S. Weil, e negli ultimi anni si dedicò allo studio dei mistici e della grande tradizione liturgica del cristianesimo, cattolico romano e orientale. Nota soprattutto per l’attività di traduttrice (J. Donne, E. Dickinson, s. Giovanni della Croce, W. C. Williams e altri), pubblicò in vita soltanto un’esile raccolta di versi (Passo d’addio, 1956), alcuni articoli su riviste e due volumetti di saggi (Fiaba e mistero e altre note, 1962; Il flauto e il tappeto, 1971). L’interesse intorno alla sua figura, oltre la cerchia ristretta degli esperti di cose letterarie, è venuto crescendo parallelamente al costituirsi postumo del corpus dei suoi scritti, a partire da Gli imperdonabili (1987), in cui è raccolta l’intera opera saggistica.

El jardìn

 

 

Entré en el jardìn secreto:
las nuevas hojas cubren las pietras
de la ciudad perdida

En el sueno eterno de las plantas
entre los miles de flores raras
en la musica del agua
no tenia el corazon para pedir
el viento posado en las hojas

yo tambien arbol eterna
o tal vez una pequena flor
perdida entre los muchos

10 maggio 2016

LA PETITE POUCETTE

MICHEL SERRES

NON E’ UN MONDO PER VECCHI

Bollati BORINGHIERI

Torino, 2013

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Ho trovato una breve informazione dell’esistenza di questo libro in una rivista cartacea: il filosofo francese Michel Serres, ultraottantenne e tuttora insegnante di Storia della Scienza alla californiana Stranford University, nel 2012 ha pubblicato La petite Poucette, un saggio dedicato alle nuove generazioni “digitali”, delle quali spiega con empatia i comportamenti sociali e li legittima.

Appena l’ho avuto tra le mani, mi sono collegata in Rete per leggere la biografia di Serres; da essa, con pochi click di mause, sono entrata nelle pagine della fiabe di Andersen e dei fratelli Grimm(dalle quali il libro trae il titolo) e, tanto c’ero, me le sono lette in francese per il solo piacere di rinfrescarlo.
Come nella leggenda di San Dionigi (citata da Serres nel cap. Scuola. Paragr. la testa di Pollicina), così facendo, ho preso tra le mani “la mia testa decapita “(computer=sede dei saperi) per cercare delle informazioni non tanto per memorizzarle, ma per usarle in un lavoro creativo: questo scritto.

Premessa necessaria la mia, per dire quanto mi senta “in linea”, “connessa” con il pensiero dell’autore che, ben lungi dallo stigmatizzare il comportamento disattento, vociante e disimpegnato degli studenti ce ne spiega i motivi e ci indica come il mondo di geometrie a cui siamo abituati da secoli stia diventando del tutto inadeguato a rispecchiare i nascenti paradigmi sociali, ai quali, senza quasi accorgercene, ci stiamo approcciando anche noi vecchi (vedi il mio comportamento descritto sopra).

“Non più villaggi, non più vicini e riti di appartenenza, non più attività in armonia con la natura. Viviamo immersi in un’epoca totalmente nuova dove anche la morte fisica non è certa, se basta un massaggio cardiaco a riattivare il cuore. Niente sembra più sicuro in una società globalizzata (non le fedi politiche, culturali, religiose) e a tal punto tecnologizzata da estraniare dalla realtà vicina. Ho scoperto, solo per fare un piccolo esempio, che i miei alunni non sanno cosa siano ginestre ed eriche, eppure conoscono benissimo gli ultimi giochi elettronici e i saperi che veicolano…Viviamo in una rivoluzione e difficilmente ne possiamo azzardare un giudizio. Viviamo dentro una rivoluzione tecnologica e difficilmente ne possiamo misurare la portata…” Affermavo in un’intervista del 2010. Nel frattempo anche la mia immersione nella tecnologia, che allora mi sembrava sorprendente, è diventata normalità e sicuramente mi ha cambiata nel modo di cercare conoscenza, imparare e pensare; e qualche riflessione su quella “portata” me la sono fatta, ma che sollievo! trovarla chiarita, dolcemente spiegata, entusiasticamente accettata in questo denso librino di nemmeno 80 poetiche pagine!
Pollicina/o non vivono più in compagnia degli animali, non vivono nella stessa terra, non hanno più lo stesso rapporto con il mondo. Abitano la città. Abitano un mondo pieno (in una generazione siamo stati sbalzati da due miliardi a 7 miliardi di persone). Hanno una prospettiva di vita di circa 80 anni. Non hanno conosciuto la guerra. Beneficiano di una medicina che li fa soffrire meno dei predecessori. La loro nascita è programmata. Mentre i predecessori studiavano in classi culturalmente omogee, per i pollicini la multiculturalità è la regola. Quale letteratura, quale storia sono in grado di comprendere, beati…senza aver sperimentato, soffrendo, l’urgenza vitale di una morale?
L’orizzonte temporale dei loro avi comprendeva alcune migliaia di anni; il loro, ormai sconfinato, risale alla barriera di Planck.
Sono formattati dai media, dalla pubblicità, dalla società dello spettacolo, che eclissa la scuola e l’università. Abitano il virtuale e l’uso dei nuovi strumenti non eccita gli stessi neuroni né le stesse zone corticali attivati da libri, lavagne e quaderni. Tramite cellulare, Gps e Rete abitano uno spazio topologico di vicinanza.
“Senza che ce ne accorgessimo, – riflette l’autore – in un breve intervallo di tempo- quello che ci separa dagli anni settanta del Novecento – è nato un nuovo umano. Lui e lei non hanno più lo stesso corpo, la stessa speranza di vita, non comunicano più allo stesso modo, non vivono più nella stessa natura, non abitano più lo stesso spazio…lui e lei apprendono in un altro modo. …Sono diventati tutti e due “individui”…le appartenenze (reclutate dalle ideologie) sono svanite. Come atomi senza valenza, i ragazzi sono nudi.

Questo individuo “non appartenente” ha bisogno di inventare nuovi legami. Gli insegnanti non possono più pretendere di dispensare un insegnamento all’interno di contesti tipici di un’epoca che essi non riconoscono più. Attraverso la Rete il Sapere è sempre e ovunque già trasmesso e oggettivato e diffuso, e ciò non rende desueti solo i vecchi metodi d’insegnamento, ma anche tutte le Istituzioni sociali che “somigliano alle stelle di cui riceviamo ancora la luce, ma che secondo il calcolo degli astrofisici sono già morte da tempo”.

E qui mi fermo resistendo al desiderio di riassumere tutto il saggio e lasciando a chi vorrà leggerlo il piacere di confrontare il suo pensiero con quello dell’autore.

Aggiungo che, se la prima parte del libro è interessante, la seconda diventa ancora più coinvolgente, nello spiegarci tramite leggende, metafore, e lessico volutamente attinto dalla tecnologia, il nuovo modo di apprendere di Pollicina/o; e elogiando la serendipità, l’intuizione, l’intarsio, il pensiero procedurale.

Insomma, altro che sentirci delusi dagli atteggiamenti dei nostri studenti, figli e nipoti!, diamogli la possibilità di esprimersi con i loro nuovi metodi, supportiamoli rinnovando le nostre Istituzioni, collaboriamo con loro e guardiamoli con l’occhio benevolo e senza pregiudizi dell’autore che, sì, è vecchio fisicamente, ma ha una mente giovane, entusiasta e profetica.

Carmelo Consoli – Nota critica a “La bellezza tragica del mondo”

Stamani ho riletto la Nota critica di Carmelo Consoli (poeta e critico letterario fiorentino) alla mia raccolta di poesie “La bellezza tragica del mondo” e l’ho trovata di nuovo così accurata, approfondita e gratificante che, bando alla paura di sembrare troppo presuntuosa, ho sentito l’impulso di pubblicarla, se non altro per ringraziarlo pubblicamente.

 

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Ritorna con Franca Canapini il canto elegiaco dedicato alla natura, alle sue quattro stagioni.
L’autrice dunque segue un sentiero solcato da innumerevoli autori sia in poesia che in prosa ma anche in musica, perché ci viene subito alla mente la straordinaria composizione di Antonio Vivaldi.
Tematica veramente di primo piano quella intrapresa, strettamente attinente alla questione esistenziale e portata avanti dall’autrice, con sapienza descrittiva, la quale si pone davanti ad un universo affascinante e misterioso con sentimenti ed emozioni contrastanti , ossia con apprensione per l’esperienza traumatizzante dell’esistenza ma anche e nonostante le problematiche e le precarietà con entusiasmo e ammirazione verso la “Bellezza” dell’universo e della natura.
La presa d’atto di una coscienza che genera paure, timori, senso d’impotenza e d’altro canto stupore e delizia per quel mistero che ci appare la vita.
Ecco che allora la natura si miscela profondamente con la carnalità delle emozioni, con la spiritualità dell’anima seguendo una linea poetica colta, elaborata e corroborata da richiami della antica classicità, dove è il mito a esaltare l’esperienza esistenziale.
Così nasce “La bellezza tragica del mondo” che già nella sua titolazione apre scenari di splendori ed estreme fragilità.
Un’opera poetica in 4 atti che mettono in scena l’avvicendarsi delle stagioni con il loro manifestarsi naturale nelle fragranze nelle cromie, nelle presenze faunistiche e floristiche ed il loro incidere decisamente nelle mutazioni del cuore e dell’anima in una presa diretta di sensazioni ed emozioni.
Con la primavera che apre gli scenari dove è palpabile lo stupore del poeta per la rinascita, il rinnovo della vita , del piccolo seme che come scrive l’autrice: “ In un solo istante/sprigiona tutta la sua forza/per trasformarsi in fiore d’oro”/.
L’autrice filma tutto un mondo che si evolve come la giovane fagiana, il cerbiatto, i rami del susino e la meraviglio dell’ulivo, e ancora le peonie , le albe, i papaveri, le api in cui innestare le proprie considerazioni sulla natura umana e risaltare talora in corsivo incisivi ed emozionanti lampi di ricordi e considerazioni, che si ripetono in tutte le sezioni.
Una poetica non priva di domande filosofiche sul mistero della vita come nella poesia”Quale mano, quale mente” .
Tutto il libro è pervaso da un sotterranea ansia di chiarimenti vitali alla ricerca di una luce che al fondo è spirituale.
Alla primavera segue l’estate dove da subito si coglie l’abilità della Canapini nel cogliere in pochi tratti tutta la forza, la violenza , l’asprezza degli odori, dei colori, di questa stagione e significativa in questo senso la poesia “Quaranta giorni nel deserto” suddivisa in 4 decadi con i suoi richiami all’esperienza cristologica .
Ben rappresentata dunque questa stagione con le vampe, il fuoco, la cenere, quel ribollire infuocato dell’esistenza e degli esseri che la compongono, come quando descrive le scogliere di Moher, il trionfo di Cerere ma dove è soprattutto la poesia “ L’onda vitale “ a darci lo spessore marcato e fragrante in una visione quasi filmica di uomini e luoghi, che albergano nel grembo caldo dell’estate e del mare.
Segue l’autunno con una appropriata apertura nell’adagio di Settembre.
Cita l’autrice: Suoniamo adagio/d’azzurro e d’amaranto/ questa pace:/ i viali d’oro e la gente serena/che parla piano e non si fa paura”/ dando cosi la misura di quale sarà il suo porsi nei confronti di questa stagione di candori, pallori, di colori crepuscoli e luoghi suggestivi.
E ancora la sua è poetica di osservazioni, stupori, considerazioni esistenziali, un naturale avviarsi verso la stagione invernale con la splendide poesie “ Torniamo” dove si avverte l’influenza dannunziana delle migrazioni pasturali e ” Aspettando l’inverno” una sorta di mini poemetto in otto parti, in cui vivere in maniera esemplare ed esaustiva l’esperienza autunnale in compagnia della luce sospesa e sognante della pittura di Marc Chagall.
Chiude il libro la stagione dell’inverno e come per altre tre sezioni Franca Canapini è abilissima ad entrare nelle atmosfere della natura in questo caso quelle invernali.
Le sue poesie si caricano di visioni fredde, nebbiose, nevose anche se la natura continua la propria vita silenziosamente protesa al rinnovo e al domani, inteso come l’eterno rito di mutazione e trasformazione ed infatti scrive l’autrice al termine della sua lirica “ Domani”: “ Domani è qui/nel brulichio di cellule/nell’insofferenza dell’oggi/ è questo vento”.
Insomma tante e curate sono le immagini in cui gli uomini si inseriscono in questa stagione ed è esemplare questo senso la poesia “ Rapsodia d’inverno” con i suoi tragici richiami alla storia ed un passato di violenza umana.
Vorrei concludere questa mia disamina del volume di Franca Canapini con considerazioni sulla notevole capacità della sua scrittura la quale non solo è frutto di una vera, reale emozione poetica, ossia quella di una immersione totale nell’inconscio, nel subliminale in cui cade il poeta estraniandosi dalla realtà o trasformando la stessa realtà in sogno ma è anche parola la sua ben costruita, corposa, ricca di musicalità, saggiamente modellata tra versi lunghi e brevi, dinamica tra considerazioni, interrogativi, esclamativi ed in cui i richiami mitologici della classicità costituiscono robustezza e smalto.
Liriche che sorprendono il lettore pagina dopo pagina, in cui l’autrice riafferma ancora, dopo molte altre premiate opere, la propria capacità di fare vera poesia.

Carmelo Consoli

bellinverno – Il cammino delle fate

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Ha qualcosa di “fatato” questa suggestiva, emozionante lirica d’amore lasciata da “bellinverno” ( non so neppure se è un poeta o una poetessa) nella Vetrina del club dei Poeti, nel lontano novembre 2012.

Non è alla meraviglia che devi chiedere
se a te che abiti l’ultimo stupore
canto la mia indolenza
Potresti dirmi che non esisterai prima di domani
e che nessun giorno mi è dovuto
senza una spiegazione ragionevole
a questa veglia che non ammette repliche.
Ciò che mi sale in cuore
già da qualche tempo
è il timore di un sogno che mi colga da sveglio
Magari in tarda primavera
quando le cose accadono senza più scuse
“Ma la realtà è il credito
che un sogno si guadagna”
Questo mi dicevi Solfiore
Fata dalle viscere di selce
e dalla luna buona che ti risponde
Però,a cosa serve la verità
se è l’opinione a governare il mondo
Sarebbe come scusarsi per il vento
o per la luce che disturba il giorno.
Forse è per questo che in fondo
nella veglia non si muore
Finalmente salva
perchè non posso più chiarirti.

“bellinverno” del Club dei Poeti

Kenji – Io e Tyrel alle giostre

 

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Di Kenji, che ogni due mesi posta le sue poesie nella Vetrina del Club dei Poeti, so il nick e che dovrebbe essere un laureando in Letteratura italiana dell’Università di Napoli.
Ha un modo di esprimersi in poesia del tutto originale e non si fa tentare dalle poetiche ermetiche o post-moderniste in voga nel Club. Il suo dire è semplice e prosastico, tanto che le opere meno riuscite assomigliano più alle pagine di diario di un adolescente sensibile piuttosto che a quelle di un artista. Tuttavia anche nei suoi testi meno riusciti, si trova sempre un po’ di quella polverina dorata che è la vera poesia.
Quella che, con gran piacere, copio-incollo qua sotto è l’ultima poesia che ha postato nel Club e, per me, la migliore che abbia scritto. Già durante la  prima lettura sono stata “toccata”dalla sua verità, intensità e bellezza.

 

IO E TYREL ALLE GIOSTRE

che proprio quando stavamo per sboccare
dai tentacoli di una piovra verde
di quelle che ti sballottano su e giù vorticando

e ridevamo perché non potevamo mai aspettarci
che il mostro di metallo vorticasse tanto
e ridevamo tanto da ingoiarci il fiato
e col fiato, mandavamo giù i cavatielli e l’arrosto
e il vino scendeva e risaliva
e si rigustava in gola più aspro
e giravamo veloci, come mai non accadde
veloce ed aspro, veloci e in gola
come la nostalgia, la solitudine
come la morte
come la vita che… ricordi?
da quei seggiolini scricchiolanti
tendevamo le mani avanti
cercando di afferrarla

ma lei scappava e non si voltava
di colpo si fece seria
non ci avrebbe mai concesso
un appuntamento
con Wonder, con Valeria
lei scappava
e non ci avrebbe reiscritti al liceo

che proprio mentre ridevamo alle lacrime
che proprio mentre stavamo per sboccare
Tyrel mi disse con le stesse lacrime
interrompendo il mondo

“andrè, voglio morire”

“non puoi lasciarmi solo,
s’adda cumbatte!”

e per quell’attimo soltanto
fummo noi a fissarci sospesi nell’etere
e fu il mondo, la giostra, l’universo
a ruotarci intorno
tanto forte, tanto bello
da rimescolarci alla vita

 

di KENJI del Club dei Poeti

N. 10 – Resistere

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In questa situazione caotica, i poeti motivati, che operano con “devozione”, non si fanno scoraggiare, vivono il loro compito come un dovere e resistono.
Renzo Paris, romanziere e poeta contemporaneo, alla domanda “quale ruolo ha la poesia oggi?” Risponde:
“Il ruolo sociale certo no, la gente non legge poesia, molti la scrivono, ma pochissimi la leggono. Dal punto di vista simbolico dovrebbe avercene tanto di ruolo, anche perché la poesia è il concentrato della Bellezza di cui tutti hanno bisogno.”
Il giovane poeta Alessandro Rivoli, alla domanda “La poesia è morta?” non ha dubbi:
“La Poesia esisterà sempre perché è sete di verità e di conoscenza. Ogni uomo è alla continua ricerca della vita autentica. Sempre. Quelle persone dalla sensibilità sovraesposta che chiamiamo poeti hanno cercato di rispondere alle domande frontali della vita… Prendendo spunto da un’immagine di Italo Calvino, credo che esisteranno sempre persone intente a cercare di “versare il mare in un imbuto”, ossia, a far filtrare tutta la realtà di cui sono circondati nell’arco di una manciata di versi”.
Cees Nooteboom, poeta Olandese, candidato al Nobel, sostiene in un articolo che c’è bisogno di poeti “In questo momento storico le persone si sentono sole. E la poesia va altre le vite di ciascuno, trasporta in un luogo che sta più in alto della quotidianità. Compie questo strano miracolo per cui parte da un punto molto personale e arriva all’universale. Di questo si sente il bisogno, in un tempo di smarrimento come quello che viviamo.”
Quali tentativi possiamo mettere in atto per riattivare la comunicazione tra poeti e lettori?
“Oggi si scrive poesia con leggerezza, osserva Gabriella Bertizzolo, come si scrive un sms, mentre la vera poesia esige un profondo esame di coscienza”,
“ è sufficiente scorrerne alcune pagine per saggiarne l’inconsistenza e, nel migliore dei casi “l’ingenuità”, ritenendo eufemisticamente tale la povertà di strumenti espressivi, afferma Elio Pecora

Compito del poeta è, dunque, offrire una poesia ben selezionata e rilevante.
Passato l’esaltante momento poietico occorre valutare il materiale, imparare a selezionarlo e a lavorarlo per renderlo “poco e ottimo”, prima di consegnarlo a un pubblico.
Illuminante è a questo proposito l’argomentazione di Pasquale Martiniello (Mirabella Eclano 1928-2010)
“… Il linguaggio dev’essere costruito da ogni poeta ed essere ambiguo e polisemico, ardito nelle figure. Perciò è poeta chi sa creare immagini nuove e vive; sa dare alle parole dinamicità, forza e peso e rendere l’atto poetico una creatura fisica, concreta, che respira, parla e coinvolge a scoprire relazioni più impensate tra le cose e gli oggetti più distanti e estranei…”
E’ necessario altresì che le Istituzioni politiche s’impegnino a fare cultura seria e non di mero consumo. Le scuole, la televisione, la radio devono necessariamente dare più spazio all’Arte che educa.

E’ importante pure che ogni singolo cittadino, che ci crede, presti il suo impegno gratuito in Associazioni culturali che hanno lo scopo di offrire occasioni di condivisione culturale.

***
Ciò detto non c’è molto altro da fare, Il poeta vero resterà come una sentinella a “interpretare” il mondo, a raccontarlo, a imbalsamare un quadro di civiltà.
Il poeta spera comunque e a oltranza che qualcuno lo ascolti. Sono d’accordo con Farough Farrokazad quando afferma:

La poesia è, per me, una finestra… So che al di là di questa finestra c’è uno spazio e una persona che ascolta, una persona che potrebbe vivere fra duecento anni oppure essere vissuta trecento anni fa, non importa. E’ un mezzo per collegarsi al mondo dell’essere e all’esistenza nel senso più ampio.”

Perciò mi piace salutarvi con questa sollecitazione: appena potete, leggete poesia, selezionate, scegliete gli autori che vi parlano, parlate con loro.
Facciamo tutti insieme in modo che “Su canto asciende a más profundo” La parola del poeta “ascenda alla profondità.”

I poeti

Non invidiate i poeti
palombari degli abissi
astronauti dei cieli
quando i loro occhi
vi trapassano e sembrano altrove;
quando vagano lievi a mezz’aria
sulle faccende faticose del mondo
Non sapete delle pietre pesanti
che si trascinano dentro
degli inferni da cui spremono musica
del loro diavolo in testa
del cuore che pulsa impazzito
fuori tempo

Non deridete i poeti
se li vedete arrancare
su speranze improbabili
progetti impossibili
mancare insicuri risposte sensate
non sapere mai che ore sono
faticare a atterrare;
se li vedete sbandare e come funamboli
mantenersi col piede nel vuoto
Non sapete che spesso precipitano
non visti si abbracciano in posizione fetale
a scontare da soli anche il vostro dolore

Amate i poeti
questi Vecchi Bambini
che setacciano intenti gli umori del mondo
che nella carne e nel sangue esaltati
si rovesciano audaci
a ricomporre i frantumi delle vostre speranze
che da chimici esperti
maneggiano parole urticanti
trasformando l’oscuro in brillante

e vi visitano quando dormite
e vi baciano in fronte se siete soli (Franca canapini da Viaggio nella poesia – 2014)

 

n. 9 – Troppi poeti, pochi lettori

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Abbiamo visto che, oggi, tantissimi sono i poeti, eterogenee le tematiche e le modalità espressive adottate.
Abbiamo anche visto che, se fruita, la poesia può diventare:

educazione emotiva, permettendoci di assumere consapevolezza delle nostre dinamiche psichiche e, in certi fortunati casi, può anche illuminarci con poche parole sulla nostra essenza umana.
Solo per fare un esempio:
“Io che ero presso al tuo cuore, ne fui scacciato/ perdendo la bellezza nel terrore/
Il terrore nella ricerca…” Thomas Stern Eliot – Gerontion – Pochi versi che esprimono la cifra più importante dell’esistenza umana, volta alla differenziazione dolorosa dallo stato paradisiaco dell’inizio e in continua tensione al ricongiungimento (con la madre-con un patner-con Dio), attraverso la ricerca di conoscenza.

Educazione al pensiero critico

Guida a diventare esseri umani migliori – più umani o OLTREUMANI.

Invece

quello che manca davvero alla poesia attuale è chi la legga

tanto che Alfonso Belardinelli (critico letterario e saggista) in un articolo sul Foglio dell’agosto 2015, per denunciare e discutere il fenomeno, ha immaginato una scena surreale: un lettore inseguito da 20 poeti che esigono la lettura delle loro opere.

Nelle più importanti librerie italiane, notiamo che lo spazio riservato alla poesia è davvero esiguo.

Non è azzardato dire che oggi leggono poesia gli scrittori di poesia, gli organizzatori di manifestazioni e concorsi, i ragazzi costretti a scuola e qualche anima appassionata.

Manca la disposizione all’ascolto.

I motivi li abbiamo già scandagliati:

siamo la civiltà dell’immagine, abituati a un messaggio semplice e diretto e quindi poco disponibili a immergerci nel pensiero scritto e nella riflessione.
“La società dello spettacolo, la civiltà di massa, la globalizzazione, stanno portando a un immobilismo delle coscienze, delle individualità, delle vite. È indubbio che, in una situazione del genere, il ruolo che può svolgere la poesia, come esperienza intellettuale e come scandaglio emotivo e psichico, diventa più arduo”( Stefano Giovanardi, critico letterario )

B –Siamo la civiltà del consumo veloce e la poesia si consuma lentamente. Tanto che verrebbe da pensare che “la poesia non sia per tutti”; forse appartiene all’arte alta, aristocratica “La poesia e la filosofia sono i Giuochi più raffinati” ,ebbe a dirmi il critico Neuro Bonifazi.

C – Il romanzo ( ma anche il film e il documentario) possono aver soppiantato la poesia nella sua funzione di denuncia dei problemi sociali.

D – Non c’è da parte delle Istituzioni nazionali e dei mass media una tensione a elevare spiritualmente la cittadinanza, aprendo canali di comunicazione come potrebbero essere iniziative volte a rendere “visibile” la poesia e a restituirle la dignità culturale che merita.

E- E’ in crisi anche il critico letterario che un tempo svolgeva il ruolo di opinion leader. “Non sono più i grandi maestri (grandi storici della letteratura, grandi critici, grandi giornalisti) a indirizzare le scelte del pubblico, ma lo fanno le grandi case editrici, collegate economicamente ai quotidiani e agli altri mass media in veri e propri trust… viene privilegiato ciò che può interessare il maggior numero possibile di persone, e non sarà certo… la percezione critica della realtà, ma la sua banale trasposizione.” (Tevini)

 

N.8 – All’inizio del terzo millennio la poesia è morta?

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In questi primi anni del terzo millennio, la rivoluzione tecnologica che “patiamo” essendoci dentro senza poterne misurare le conseguenze, insieme ai numerosi avvenimenti storici, economici e sociali di tipo catastrofico, ci stanno tormentando e rendono pesante e pensierosa la nostra vita.

Siamo diventati una cittadella globale e siamo quotidianamente bombardati da notizie provenienti da tutto il Mondo in tempo reale:
la tragedia dei popoli migranti,
la rapidità con la quale mutano e si rinnovano i nuovi mezzi tecnologici,
il rischio di guerre mondiali,
il degrado inarrestabile del nostro pianeta,
la violenza tra la gente e contro i più fragili (donne, omosessuali, anziani, senzacasa)
ci richiedono un adattamento psichico non facile.
Ci dobbiamo adattare psichicamente alla VELOCITA’ e alla velocità dei cambiamenti in tutti gli spazi della nostra vita: efficienza e competizione nel lavoro, problem solving, uso di mezzi tecnologici in continua evoluzione, spostamenti fisici da una parte all’altra del mondo per necessità di lavoro o per riempire il tempo libero.

La nostra psiche, che per millenni si era adattata ai ritmi lenti e ciclici della civiltà agricola, e nel giro di 200 anni è stata sottoposta continuamente alla fatica di adattarsi ai mutamenti dei sistemi di vita e di lavoro e di relazioni, dovuti alle rivoluzioni industriale e tecnologica, non può non soffrirne.
Questa sofferenza spesso diventa conflitto interiore e nevrosi e i valori tradizionali non sembrano più credibili: l’anima è dominata dal Vuoto e dal non senso. Dominano da una parte il nichilismo dall’altra l’utilitarismo e il consumismo; l’uomo è per lo più asservito alla tecnologia.

Nel mondo globalizzato ( in questo vastissimo caos ordinato o ordine caotico) sembra che non ci sia più spazio per “ il Linguaggio dell’anima”.

In molti hanno affermato che la poesia è morta:

“Il mondo contemporaneo è certamente il più inadatto dei mondi possibili per la poesia, perché è il mondo della chiacchiera, del frastuono, dello svilimento incalzante del senso” Giancarlo Pontiggia.

“Gli uomini d’oggi sono “indirizzati verso” sono “guidati da voci che si levano dalla televisione o da qualche cartellone pubblicitario” sono “condotti in modo più o meno subdolo”.
In altre parole: quella Poesia che potrebbe migliorare il mondo, indirizzandoci verso la libertà e il pensiero critico, non viene fatta passare dai massmedia, che danno spazio solo a un genere di cultura ininfluente ai cambiamenti. (Marina Torossi Tevini, scrittrice e poetessa triestina)

Eppure, oggi come non mai, molti scrivono poesia.

Operando un’estrema sintesi, si può dire che solo per quanto riguarda l’Italia c’è un nutrito gruppo di poeti famosi o abbastanza famosi (se ne possono contare più di duecento), pubblicati dalle grande case editrici, di contro c’è una miriade di scrittori di poesia che pubblicano con piccole case editrici o postano in Internet; più o meno dal 2006 esiste pure una poesia undergraund che va diffondendosi attraverso Internet e nella quale si coagulano almeno 3 nuove correnti letterarie: Net-futurismo, Connettivismo, Loverismo. Quest’ultimi sono Avanguardie che cercano di contrastare la società consumistica e il potere istituzionale e dei massmedia, rivendicando la libertà dell’arte al di fuori di qualunque condizionamento, la comunione di intenti, il lavorare in gruppo e una visione dell’esistenza fondata sull’amore.
Si sta andando anche oltre la strettoia della lirica, si segnala un ritorno alla poesia poematica: libri che raccontano una storia o una visione del mondo o una ricerca sapienziale come se fossero romanzi in versi.

Di questo estremo bisogno di esprimersi con la poesia ne sono testimonianza i numerosi blog e siti di Internet. E’ l’individuo che si ribella all’incasellamento in una dimensione di uomo-parte e vuole esprimere la sua interezza in totale Libertà.

Se poi andiamo ad analizzare questa vastissima produzione di parole, più che di poesia, penso si possa parlare di tentativi poetici imperfetti.
Ho letto molto su siti e blog e sono rari quelli che mi hanno appassionato davvero.
Solo sporadicamente emergono alcuni casi particolari di poesia originale.
Perciò penso che, di tutto questo pullulare di poesia, in futuro resterà poco. Il/la Poeta che verrà salvato dalla letteratura e finirà nelle antologie scolastiche e nelle biblioteche, sarà, come al solito, colui/ei che avrà fatto della vita e del mondo una visione personale, assolutamente originale: l’artista grande, colui/ei che ha più fuoco, più profondità e non può mai essere assimilato/a ad alcuna corrente, caso mai ne crea.

La poesia nel suo farsi, dunque, non è morta.
Si sta spostando dai libri, dalle università e dai caffè letterari nella Rete.